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jeudi 6 juin 2002 (00h00) :
I PARTITI, I COMUNISTI E I MOVIMENTI
I PARTITI, I COMUNISTI E I MOVIMENTI

Uno dei punti principali del nostro dibattito riguarda la questione dei movimenti. Che differenze ci sono tra partiti e movimenti? Che ruolo devono svolgere i comunisti nei movimenti? Su queste e altre domande si confronta la militanza. Sino agli anni sessanta la problematica riguardante i movimenti era limitata sostanzialmente al cosa fare nei sindacati, dato che non esistevano altre organizzazioni e/o movimenti di massa, a parte quelli rigidamente controllati dai partiti. Le cose sono poi cambiate con il sorgere di movimenti di massa autonomi dai partiti, nati su temi specifici o espressione di soggetti sociali diversi dalla classe operaia : movimenti femministi, omosessuali, neri, per la pace, la casa, l’ambiente, il consumo critico, ecc. Questi movimenti hanno via via accresciuto sempre piu’ la loro importanza rispetto ai partiti di sinistra, in termini sia quantitativi (la militanza di movimento e’ di gran lunga superiore in quasi tutto il mondo a quella di partito), sia di incisivita’ (dato che hanno ottenuto risultati concreti). Di fronte a questa realta’ il dibattito interno ai partiti di sinistra (specie quelli anticapitalisti) ha spesso visto schierarsi due tendenze : quella "movimentista", di sostanziale adeguamento ai modi e ai contenuti dei movimenti, quella "partitista", nel fondo distante e diffidente nei confronti di qualsiasi movimento. Con infinite variazioni intermedie. Con l’emergere del movimento antiglobal il dilemma si ripresenta. In queste pagine si cerchera’ di analizzare la profonda differenza che esiste tra movimenti e partiti per capire, se possibile, i compiti specifici dei comunisti.

IL PIANO DELLA POLITICA E QUELLO DEI MOVIMENTI

La differenza tra partito e movimento e’ presto detta : il partito si colloca sul terreno della politica, cioe’ del potere, i movimenti invece su quello del raggiungimento di obiettivi parziali.

Ogni volta che i soggetti sociali oppressi e/o semplicemente settori di cittadinanza, si trovano ad affrontare un problema che intendono risolvere in forma collettiva, danno vita ad un movimento : sindacato, comitato, associazione, rete, coordinamento. Questi organismi possono anche offrire intere visioni del mondo, ma, nei fatti, cercano di raggiungere i loro obiettivi parziali, ne siano o meno coscienti. Il piano del politico invece ha per fine la conquista del potere politico. A seconda dell’orientamento del partito, questa conquista puo’ prendere la forma della partecipazione al governo o quella del rovesciamento del potere statale o di altre visioni strategiche piu’ o meno intermedie. I movimenti dunque sono parziali, mentre i partiti (o comunque i soggetti politici) sono, o dovrebbero essere, complessivi. L’ambizione dei partiti cioe’ e’, o dovrebbe essere, quella di riassumere anche le rivendicazioni parziali dei movimenti, o di dare delle risposte a quelle istanze sul piano del politico. Ma il viceversa non esiste : i movimenti non si collocano sul piano della conquista del potere politico, comunque la si intenda.

Naturalmente, nella storia, gli "sconfinamenti" tra un piano e l’altro sono a dir poco numerosi, ma proprio lo studio di questi ci indica come la suddivisione che abbiamo descritto non sia astratta, studiata a tavolino, ma discenda dalla realta’ storica, che si incarica, indipendentemente dalla volonta’ dei protagonisti, di ricollocare, alla fine di situazioni confuse, ognuno "al proprio posto".

Vi sono partiti monotematici che hanno cercato di portare direttamente sul piano della politica la parzialita’, cioe’ le tematiche specifiche, di un movimento. Ad esempio i Verdi. Ma ovunque in Europa la fragilita’ di queste formazioni (sparizioni, riaggregazioni, ricambi completi del proprio elettorato, paurose oscillazioni elettorali) dimostra la provvisorieta’ della loro collocazione sul piano del politico.

E’ accaduto poi alcune volte nella storia del movimento operaio che nascessero sindacati che programmaticamente si proponevano di trascendere il proprio ambito parziale, di difesa degli interessi elementari dei lavoratori, per invadere quello del politico. E’ il caso del sindacalismo anarchico e del sindacalismo rivoluzionario di inizio secolo. E’ il caso oggi di una parte del sindacalismo di base in Italia. Si tratta di soggetti sindacali che si proponevano e si propongono come soggetti politici concorrenti alla conquista del potere politico (o di spazi su quel piano). Negli anni venti abbiamo avuto il sindacalismo anarchico latinoamericano che organizzava vere e proprie insurrezioni ; oggi abbiamo raggruppamenti sindacali che si presentano alle elezioni con programmi politici molto radicali. Ma si da’ il caso che i sindacati anarchici non ci siano piu’, mentre quelli socialdemocratici non hanno mai smesso di funzionare. Oggi del resto i sindacati di base devono proprio alla loro politicita’ il fatto che non riescono ad andare al di la’ di un assai limitato consenso. La gran parte dei lavoratori non chiede ai sindacati di essere comunisti, ma di fare il proprio lavoro, difendere cioe’ gli interessi materiali ed elementari dei lavoratori. Un sindacato che invece di fare consulenza produce grandi discorsi contro la globalizzazione, e’ destinato ad incontrare il favore solo di ristrette avanguardie. E di guadagnare saltuariamente i favori della massa solo quando appare come sindacato, cioe’ rigoroso difensore di interessi elementari, supplendo all’assenza (o rimediando al tradimento) delle organizzazioni di massa. Cio’ spiega perche’ in determinate occasioni il sindacalismo di base abbia organizzato manifestazioni e proteste di massa, ed anche perche’ questi successi non si siano tradotti in un pari aumento del numero di iscritti.

Perche’ la realta’ produce in forma naturale questa "divisione del lavoro" tra partiti e movimenti?


I movimenti perseguono obiettivi parziali, per questo le persone che vi aderiscono sono piu’ numerose di quelle che militano nei partiti. Un lavoratore puo’ essere assolutamente favorevole a difendere il proprio salario con lo sciopero ma, per quanto contraddittorio cio’ possa sembrare, puo’ allo stesso tempo votare a destra. Vi sono molte persone che solidarizzano sinceramente con le popolazioni del Terzo Mondo e dunque si spendono a favore del consumo critico e contro il FMI, ma, all’ora del voto, scelgono partiti moderati. Cio’ costituisce una contraddizione solo se si adotta il punto di vista del piano politico, cioe’ un punto di vista complessivo, che da’ una spiegazione, non necessariamente corretta, di tutte le parzialita’ riconducendole ad una sola logica. Ma non e’ cosi’ dal punto di vista del movimento, che ha una visione parziale. Il movimento cioe’ risponde ad un bisogno di massima unita’ per il raggiungimento di un obiettivo specifico. Porre problemi di prospettiva politica viene percepito dalla massa degli attivisti di movimento come un attentato a questo sforzo, come un tentativo di divisione, e per questo e’ solitamente respinto come "strumentalizzazione".

La coscienza della parzialita’, non e’ quasi mai presente pero’, nel militante medio di movimento. La tentazione di vedere il mondo attraverso la lente del movimento cui si appartiene e’ forte, e spontanea. Difficile trovare ad esempio un militante ambientalista che non sia convinto che tutto debba essere ricondotto alla lotta per il rispetto delle compatibilita’ della natura, o un attivista del consumo critico che non giuri che il cambiamento vero dipenda dall’adesione individuale ad un altro stile di vita.

Il movimento no global non e’ il "movimento dei movimenti", ma e’ uno dei diversi movimenti che sono apparsi, o riapparsi, sulla scena politica italiana nell’ultimo anno. Vi e’ un movimento democratico emerso a partire da gennaio (quello dei "girotondi"), ma soprattutto il movimento sindacale che il 23 ha fatto sentire tutta la sua potenza. I noglobal godono di indubbie simpatie nel mondo del lavoro, ma questo e’ a tutt’oggi un mondo separato da quello del movimento antiglobalizzazione. Nelle assemblee dei social forum troveremo qualche dirigente sindacale, ma non la massa dei delegati sindacali. La partecipazione dei sindacati di base non significa affatto l’adesione dei lavoratori, dato che il peso di queste organizzazioni tra i lavoratori e’ assolutamente minoritario. Lo stesso approccio va fatto nei confronti del "popolo del Palavobis", comprendendo che si tratta di un movimento, nuovo, nei confronti del quale dobbiamo dimostrare un atteggiamento generoso e aperto, cosi’ come abbiamo fatto con quello noglobal. I dimostranti del Palavobis non erano ulivisti (per cui sarebbe errato paragonare l’atteggiamento propositivo nei loro confronti a un atteggiamento di apertura verso il centrosinistra), ma di coloro che, genericamente di sinistra, hanno sentito il peso dell’assenza di iniziativa della sinistra sul terreno squisitamente democratico.

L’IMPORTANZA DEI MOVIMENTI

Primo i movimenti sono utili in se’ dato che essi sono la rappresentazione sociale di un fronte unico per il raggiungimento di obiettivi specifici, quegli obiettivi vengono spesso conseguiti. Purtroppo la storia si dimentica in fretta dei movimenti, trasferendo il merito di certe conquiste ai partiti o a miracolosi leader. Eppure le riforme progressiste del sistema scolastico, di quello sanitario, di quello psichiatrico, ecc. sono frutto dell’attivismo frenetico di milioni di persone che militavano in migliaia di sigle spesso locali. Cosi’ come certe conquiste sindacali degli anni settanta non sono certo merito delle burocrazie, ma della pressione costante esercitata su di loro da migliaia di comitati e consigli di fabbrica. Il raggiungimento di obiettivi parziali, che spesso prendono la "forma" di riforme, migliora le condizioni generali dei cittadini e dei soggetti sociali oppressi, fa loro vivere un’esistenza migliore, e cio’ deve essere valutato positivamente di per se’.

In secondo luogo il raggiungimento o meno di obiettivi parziali aumenta la fiducia nelle proprie forze, cioe’ l’autostima da parte dei gruppi che hanno promosso quelle lotte. Questa autostima e’ una condizione necessaria, anche se non sufficiente, perche’ vi siano molte persone che osino immaginare un altro mondo possibile. Senza successi parziali e’ piu’ difficile che si produca una fiducia di massa nelle possibilita’ di un cambiamento globale e radicale : se nemmeno si riesce a ottenere un aumento di stipendio, come si fa a pensare di fare una rivoluzione? La fiducia di massa nel "comunismo" della generazione del secondo dopoguerra era dovuto anche all’esperienza di massa della Resistenza e delle conquiste parziali successive : eventi che hanno aumentato l’autostima delle classi sociali oppresse e dunque ne hanno mantenuto la speranza di un cambiamento radicale anche nei bui anni del riflusso dei ’50.

Terzo : i movimenti costituiscono un’ottima scuola di lotta e di autoformazione per gli oppressi, e cio’ non potra’ che arrecare vantaggi. Per i soggetti sociali oppressi i movimenti possono essere una palestra di protagonismo e di democrazia. L’esistenza dei movimenti non e’ concorrenziale rispetto a quella del partito, al contrario : e’ come l’aria che gli serve per respirare. Senza movimenti un partito si rinsecchisce e si riduce ad una attivita’ propagandistica ed elettorale.

Quarto : La specificita’ dei movimenti, il fatto cioe’ che si battano per obiettivi parziali, non significa certo che i partiti, che si battono su un piano di azione (quello della politica) che e’ piu’ complessivo, non possano imparare dai movimenti, esserne contaminati, cambiati. I comunisti non inventano a tavolino i propri metodi di lotta e i contenuti del proprio agire, essi si distinguono dai movimenti per l’obiettivo che li anima : la conquista del potere da parte dei soggetti sociali oppressi, ma cio’ non li deve porre certo nella posizione di sacerdoti di una religione che dobbiamo imporre al prossimo. Non sono i comunisti che hanno insegnato ai proletari come si fa uno sciopero, un sindacato, un sit in, o un assalto a un palazzo pubblico. Lo hanno insegnato i proletari ai comunisti, nelle loro spesso confuse esperienze di lotta. I compagni non devono rifiutare di farsi contaminare, al contrario devono continuamente apprendere dall’attivita’ concreta delle masse, attivita’ concreta che, nella gran parte dei casi prende la forma dei movimenti. I compagni dovrebbero poi fare tesoro di questi insegnamenti, sintetizzarli, ordinarli e riattualizzare cosi’ continuamente la strategia per raggiungere i propri fini, che sono diversi da quelli dei movimenti, perche’ questi si battono volutamente per obiettivi piu’ parziali.

Quinto. E’ proprio militando nei movimenti che tantissime persone compiono il salto dalla parzialita’ al piano del politico. Il movimento non puo’ andare oltre un certo limite, appunto l’ottenimento di obiettivi parziali. Alcuni di questi obiettivi poi, non sono affatto minimalisti, ma, nel quadro capitalistico, irraggiungibili, come ad esempio la democratizzazione del FMI o dell’ONU. Nei movimenti dunque la presa di coscienza sulla insufficienza della militanza esclusivamente movimentista, prima o poi attraversa gran parte degli attivisti, si diffondono domande come : "ma dopo, che facciamo?", "ma se non otteniamo questo obiettivo, che strada prendiamo?", "abbiamo ottenuto questo risultato, ed ora?", "perche’ chiediamo da anni questa cosa all’apparenza cosi’ semplice, ma su questo non cedono?". Dalle risposte a queste domande dipende il passaggio di questi attivisti al piano del politico. Non si tratta, sia ben chiaro, di strappare militanti ai movimenti, al contrario : si tratta di mantenerli dove sono, integrandoli pero’ ad una visione strategica, mettendoli dunque in contatto anche con le militanze di altri movimenti. Proprio facendo l’esperienza concreta dei limiti intrinseci ai movimenti possiamo sperare che vi sia sempre piu’ gente che comprenda la necessita’ di una lotta piu’ complessiva, la lotta per il potere. Questo termine, potere, sappiamo bene che ha assunto un suono un po’ sinistro. Adottiamone un altro, basta che si comprenda di cosa stiamo parlando : della fine di un apparato sociale-statale che assicura il dominio non solo di classe, ma anche di genere, etnico, generazionale e di orientamento sessuale.

I COMUNISTI DEVONO LOTTARE PER L’EGEMONIA NEI MOVIMENTI?

E’ tipico di una certa tradizione, pensare che compito dei comunisti sarebbe quello di porsi "alla testa" dei movimenti di massa, intraprendendo al loro interno una instancabile lotta per l’egemonia. Questa lotta si produrrebbe con il metodo di spostare sempre piu’ "a sinistra" la linea e l’identita’ dei movimenti. Ma in realta’ cio’ si traduce in uno sforzo di politicizzazione che, se coronato da successo, non farebbe altro che disgregare quei movimenti.

Ad esempio non ha alcun senso far si’ che il movimento noglobal che e’ un movimento antiliberista, diventi un movimento anticapitalista. In questa maniera gli si attribuirebbe forzosamente un ruolo tutto politico che spetta piu’ propriamente ai partiti. Non si puo’ chiedere ad un movimento eterogeneo dal punto di vista politico, ma unito sul tema della solidarieta’ al Terzo mondo, di diventare come noi : il risultato non sarebbe affatto l’allargamento del partito, ma l’allontanamento dal movimento di chi non e’ coerentemente anticapitalista. Non ne vediamo alcun vantaggio, ne’ per il partito ne’ per il movimento.

Nella storia della sinistra a volte il problema dell’"egemonia" si traduce nel compito di occupare piu’ posti dirigenti (o "visibili") possibile all’interno dei movimenti. Al contrario i comunisti, considerando i movimenti un’ottima palestra per se stessi e gli altri, dovrebbero spingere le compagne e i compagni piu’ giovani, anche se senza la nostra tessera, a vivere esperienze di direzione. Non dovremmo nemmeno incombere col nostro ditino alzato per cambiare le virgole di documenti che ben pochi si leggeranno nell’intento di dar loro una coloritura il piu’ possibile "comunista". Al contrario, ci dovremmo preoccupare che i documenti dei movimenti siano chiari, comprendibili a livello di massa, anche se parziali nei contenuti. Notiamo spesso, soprattutto in gruppetti esterni al partito, un atteggiamento poco sopportabile fatto di interventi assembleari che all’interno dei movimenti servono solo a "differenziare", a staccare pezzi, sperando di calamitarne il consenso, anche a costo di dividere, pur di ritrovarsi con qualche tesserato in piu’. Vi sono poi quelli che intendono la "presenza dei comunisti nel movimento" simile a quella di un edicolante : sono sempre li’ pronti con la loro rivista che detta la linea giusta, gli opuscoli e le spillette, cercando accalappiare i malcapitati che magari s’erano mostrati un po’ curiosi. Cosa ci guadagnano? Ogni tanto qualcuno "cade nella rete" e viene subito spedito a vendere i giornali dell’organizzazione, ma l’influenza di queste pratiche nei movimenti e’ pari a uno zero assoluto. La gran parte delle persone vede con fastidio quelle che appaiono vere e proprie sette (e difatti formalmente i metodi non differiscono molto da quelli, ad esempio, dei Testimoni di Geova). In concreto la "lotta per l’egemonia" di questi gruppetti si esaurisce nel cercare di "pescare" questo o quell’altro. La gente si infastidisce non perche’ non abbia voglia di ascoltare persone con idee difformi, ma perche’ vede in questi metodi, a giusto titolo, la volonta’ non di rafforzare il movimento ma la propria organizzazione.

Al fondo dell’atteggiamento settario (verso i movimenti) vi e’ la convinzione, non sempre dichiarata, che i movimenti siano qualcosa per propria natura imperfetta, e che se a qualcosa devono servire, questo puo’ accadere solo dopo una ampia purificazione. Vi e’ cioe’ una profonda incomprensione del fatto che gli oppressi si danno e si sono sempre dati strumenti diversi per raggiungere obiettivi diversi. Per raggiungere un obiettivo parziale c’e’ bisogno di un movimento, non di un partito, e non si puo’ accusare un movimento di non essere cio’ che per natura non vuole e non potra’ mai essere.

I MOVIMENTISTI

D’altro canto abbiamo incontrato spesso compagni la cui esaltazione dei movimenti arrivava sino al punto di domandarsi : ma allora a che serve un partito comunista? Se a tutto pensano gia’ i movimenti ! E’ l’altra faccia dell’atteggiamento settario : mentre quello esprime una sostanziale sottovalutazione dei movimenti, l’atteggiamento "codista" nasconde una pesante sottovalutazione del ruolo del partito. I movimenti si muovono su obiettivi parziali, e dunque non potranno mai porsi, se non in termini confusi, grotteschi o illegittimi, sul piano della lotta politica. I "movimentisti" assegnano sostanzialmente al partito un ruolo di sponda istituzionale dei movimenti, ma in cio’ si candidano a fare del partito un carrozzone burocratico, un insieme di rappresentanze istituzionali. Rallentano la politicizzazione di settori di movimento. A questi si fa loro intendere infatti che il piano del politico non sia quello della conquista del potere con tutta la complessa strategia che ne consegue, ma sostanzialmente un posto nella lista per le prossime elezioni, per vivacchiare in un organismo istituzionale non si sa bene a far cosa. In questa maniera si diffonde l’idea della politica come qualcosa di "sporco", di opportunista, e sostanzialmente inutile. E in effetti, la politica cosi’ intesa, tale e’.

Una linea politica movimentista fa si’ che il partito perda il suo contenuto piu’ profondo e radicale : quello di essere portatore di un progetto complessivo di cambiamento e di una strategia per conseguire questo obiettivo. I militanti si abituano ad una ginnastica fatta di "appuntamenti" tra i piu’ disparati, di adesioni piu’ o meno acritiche alle mode interpretative dominanti, e alla fine non capiscono piu’ perche’ dovrebbero continuare a stare in un partito che serve solo ad accompagnare il lavoro che fanno altri.

Vi sono poi compagni che sono giunti alla conclusione che l’esperienza del comunismo novecentesco, in tutte le sue sfumature, sia esaurita, e immaginano un nuovo organismo politico che sorga dal passaggio del movimento noglobal al piano del politico. Una simile posizione e’ dannosa innanzitutto per il movimento noglobal, all’interno del quale convivono le posizioni politiche piu’ disparate. E dunque delle due l’una : o si immagina che questo passaggio avvenga tramite scissioni, e quindi dispersione, del movimento, e dunque una sua successiva purificazione (perche’ non si puo’ immaginare che cobas e ACLI abbiano piu’ o meno le stesse prospettive politiche), e quindi e’ una proposta e una prospettiva divisionista, e dunque, in ultima analisi, contro il movimento. Oppure e’ qualcosa di peggiore : la sussunzione al livello del politico di tutto il movimento con tutte le sue divaricanti visioni politiche, e dunque la creazione di un soggetto politico cosi’ eterogeneo che sarebbe incapace di vera azione politica, generico, privo di strategia, in perenne congresso permanente e, quel che e’ peggio, impegnato in maniera piu’ o meno esclusiva alla conquista di spazi elettorali.

I COMPITI DEI COMUNISTI NEI MOVIMENTI

I militanti comunisti, proprio perche’ dovrebbero avere una visione non parziale, hanno piu’ possibilita’ di altri, almeno teoricamente, non solo di proporre le soluzioni migliori per rafforzare un certo movimento, ma anche per comprendere quando un movimento e’ necessario e cercare di costruirlo da zero. I comunisti non dovrebbero aspettare che i movimenti piovano dal cielo. Ad esempio oggi in Italia e’ urgente la costituzione di una grande organizzazione di massa degli immigrati (o mista e dunque tematica, come SOS Racisme) : i comunisti dovrebbero impegnarsi in tal senso con tutti i soggetti disponibili.

In secondo luogo i comunisti nei movimenti devono starci. Non importa che i movimenti abbiamo visioni parziali, o anche errate, non importa quale sia la loro direzione : noi dobbiamo starci in mezzo.

I comunisti poi dovrebbero distinguersi per coloro che piu’ di altri difendono il carattere basista di un movimento, si battono per la rotazione, contro il leaderismo, per la democrazia e la trasparenza., ecc. Non e’ buonismo. Dato che siamo fiduciosi che dalle persone e dalla base possano emergere le posizioni piu’ corrette, allora questa base deve essere messa nella condizione di potersi esprimere senza colli di bottiglia, e senza cetini politici che ne limitino le potenzialita’. I movimenti devono essere palestre per le masse, e non per ceti politici in formazione desiderosi di affermarsi.

Nel partito dovrebbero confrontarsi i compagni che provengono e sono militanti di diversi movimenti sociali, e in cio’ sta la ricchezza dei comunisti, o meglio li’ dovrebbe stare. Perche’ all’interno di quell’organizzazione gli attivisti un ambito parziale di movimento trova un senso complessivo, entra in un disegno piu’ ampio. Al partito aderiranno quei militanti di movimento che a un certo punto sentiranno come un pesante limite la parzialita’ del proprio impegno, sentiranno che il movimento e’ uno strumento ottimo per ottenere un obiettivo parziale, ma assolutamente insufficiente per cambiare il mondo. Solo in un partito possono trovare posto i militanti piu’ avanzati del movimento noglobal, insieme a quelli dei sindacati, insieme a quelli dei movimenti democratici, delle donne, ecc. Movimenti che sono separati, e che tali rimarranno, anche se possono, e devono, in alcune circostanze allearsi (come avvenuto con la manifestazione del 23).

I comunisti devono distinguersi nei movimenti non per quelli che elargiscono prediche, ma come coloro che portano avanti sino in fondo e lealmente le istanze dei movimenti e aiutano a costruirli e a rafforzarli, in maniera assolutamente disinteressata, i comunisti lottano perche’ i movimenti siano sempre coerenti con le premesse della propria costituzione. Che cosa c’e’ al fondo di questo approccio? L’idea che la presenza dei movimenti non solo sia utile alla lotta degli oppressi, ma sia indispensabile.

Se la presenza dei movimenti e’ utile di per se’, i comunisti devono battersi con fermezza e determinazione perche’ questi assolvano sino in fondo il proprio ruolo. Non devono cercare di farli diventare altro da cio’ che sono. Ad esempio non ci battiamo nei sindacati per farli diventare "comunisti", ma perche’ questi difendano gli interessi elementari della classe lavoratrice, cioe’ siano coerenti con la loro natura. Una classe sindacalmente attiva guadagna spazio, visibilita’, fiducia in se stessa, e crea oggettivamente le migliori condizioni per la crescita dei comunisti. Del resto, la coscienza sindacale, la volonta’ cioe’ del lavoratore di difendere collettivamente posto e salario, costituisce il primo gradino necessario, ma non sufficiente, per una presa di coscienza politica : la comprensione che nella societa’ capitalista la lotta per difendere lavoro e salario non avra’ mai fine e che dunque occorre lottare per una societa’ nuova. Da una massa di lavoratori privi di coscienza sindacale non ci si puo’ aspettare in alcun modo una coscienza di carattere politico. Un lavoratore che non sa difendere neppure il proprio salario, non sara’ certo pronto alla conquista del potere politico. Dunque i comunisti non devono militare nei sindacati con fini nascosti e clandestini agli occhi dei lavoratori e dovrebbero rifiutarsi di usare le lotte di carattere sindacale o le posizioni nei sindacati per fini di tattica politica, essi lavorano semplicemente perche’ i sindacati facciano sino in fondo il proprio mestiere e devono distinguersi per coloro che con piu’ abnegazione perseguono questo fine. I comunisti dunque dovrebbero lottare in maniera instancabile perche’ i sindacati portino avanti in maniera radicale e conseguente i compiti che le masse hanno affidato loro, cioe’ la difesa degli interessi elementari, che i sindacati stessi la gran parte delle volte disattendono. E su questo piano dobbiamo condurre la nostra polemica nei confronti delle dirigenze dei sindacati di massa.

Movimenti e partiti devono essere reciprocamente autonomi, e i comunisti devono difendere questa autonomia con forza, coerenza e sincerita’, anche nei confronti del proprio stesso partito. Se non viene garantita l’autonomia accadra’ nei fatti che le basi dei movimenti saranno usate come masse di manovra da gruppi politici. In sostanza la base dei movimenti sara’ espropriata della possibilita’ di decidere da parte di strutture che non ha mai eletto ne’ legittimato. Allo stesso modo e per le stesse ragioni un partito non puo’ essere condizionato da un movimento, perche’ la base di quel partito ha diritto di decidere e di non essere espropriata in questo diritto da una dirigenza di movimento.

ROBERTO
08.07.2002



De : bellaciao
jeudi 6 juin 2002


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