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domenica 12 Dicembre 2004 (13h26) :
Quella deriva liberista della sinistra

Nel nuovo libro di Paolo Ciofi, l’analisi impietosa della politica dei governi di centro-sinistra, supini di fronte al primato dell’impresa sui diritti del lavoro.

de Aldo Tortorella

Questo libro di Paolo Ciofi, Il lavoro senza rappresentanza (Roma, Manifestolibri, 2004, pp. 312), è una lettura necessaria più che solamente utile, ed è un testo da conservare. Non lo sostengo perché sono in sintonia con le tesi che il titolo enuncia e le trecento pagine esplicano e documentano, ma perché questo ampio saggio è il risultato di un lavoro lungo e serio, in cui alla valutazione della realtà e al giudizio si giunge sulla scorta di una documentazione rigorosa e minuziosa, come deve essere quando si voglia andare oltre le impressioni estemporanee o il partito preso.

Il libro prende le mosse dalla durissima sconfitta delle sinistre nelle elezioni del 2001 e dal loro significato per ciò che riguarda il voto dei lavoratori dipendenti, in maggioranza andato al centro-destra dopo cinque anni di governi del centro-sinistra. Inizia di qui una ricerca che documenta come questo esito sia il risultato di una rinuncia nella teoria e nella pratica politica all’ancoraggio a quelle che furono - e non possono non essere - le radici della sinistra. E’ la storia delle conseguenze della vittoria del capitale e delle dottrine liberistiche che conoscono il loro massimo successo dopo la conclusione della guerra fredda.

La sinistra si adegua e ritiene che la modernità coincida con l’accettazione del primato dell’impresa sui diritti del lavoro, declassati a costi non più tollerabili. Le cifre sui cinque anni di governo del centro-sinistra scrupolosamente raccolte sono impressionanti: il confronto tra reddito del lavoro e reddito da profitto e da rendita dà conto di uno squilibrio assolutamente impressionante, uno squilibrio che favorisce lo scoramento di parti grandi dell’elettorato di sinistra e, dunque, apre le porte alla destra.

Il cedimento al liberismo disarma la sinistra in modo tale che l’opera del centro-destra, nel varco aperto dai governi di centro-sinistra, diviene una vera e propria vendetta di classe, con il ritorno del lavoro a una condizione precedente alle faticate conquiste della seconda metà del secolo scorso. E’ in questa luce che si vede la insipienza istituzionale del centro-sinistra, che tenta un compromesso istituzionale con chi vuole unicamente rompere e scardinare il tessuto connettivo della Repubblica, umiliare e sottomettere le classi che, con la Costituzione, avevano acquistato una dignità nuova e la consapevolezza dei loro diritti.

Ciofi estende lo sguardo agli Stati Uniti e alla globalizzazione capitalistica: in quella che egli definisce, sulla scorta dei fatti, una vera e propria "dittatura del capitale" che si estende al nemico vinto, cui si nega una via d’uscita, nella crisi, che possa essere onorevole e ne possa favorire un ordinato inserimento in una rinnovata dialettica internazionale. La Russia viene così, fatto fallire il tentativo di Gorbaciov, ridotta alla mercé di un gruppo affaristico sostenuto dall’esterno e unicamente interessato a garantire per se stesso le spoglie delle parti redditizie dell’economia.

Dunque, il libro va ben oltre la denuncia della mancanza occasionale della rappresentanza del lavoro, ma esamina il complesso del fenomeno economico, politico e sociale chiamato globalizzazione. In esso egli vede, documentatamente, le conseguenze della vittoria del capitale nella lotta di classe. Una lotta che, lungi dall’essersi estinta, attraversa oggi la fase dovuta a una sconfitta storica, da cui deriva una nuova subalternità e una nuova oppressione del lavoro in forme talora tradizionali, talora inedite, ma sempre tali da testimoniare la verità del permanere di un conflitto ineliminabile tra capitale e lavoro, sino alla realtà in cui oggi si vive. In essa la vittoria capitalistica determina un privatismo universale, soffocando il primato dell’interesse pubblico affermatosi dopo la seconda guerra mondiale e giungendo sino alla privatizzazione della guerra.

Ciofi vede nel movimento sindacale (si sente l’influsso della grande stagione della lotta per i diritti nel 2002 italiano) e nel movimento per un’altra idea di globalizzazione l’avvio per un possibile superamento di quella scissione tra il sociale e il politico che sembra costituire l’errore comune - seppure speculare - alle sinistre politiche "di governo" o "di alternativa" che esse siano. E’ possibile - si chiede l’autore - una nuova prospettiva riformatrice, una ripresa di senso della parola socialismo? La leva non può che essere una rinata capacità di interpretazione del lavoro nel tempo presente e della sua rappresentazione, abbandonata e negletta.

Dunque, questo è un libro che non solo contiene una analisi precisa di una realtà che smentisce i toni encomiastici dei vincitori o le critiche superficiali di molti che pure non hanno voluto rassegnarsi. Ma chiede uno sforzo nuovo a chi intenda che le contraddizioni create dal capitale vittorioso siano tali da minacciare la rovina non solo di una parte (il lavoro) ma con essa una rovina più generale. E’ il caso della folle guerra che ha moltiplicato la violenza, il terrorismo, la barbarie. Socialismo o barbarie? L’alternativa antica, oggi ripresa a sinistra, rischia di soffocare ogni spazio di riforma effettiva del meccanismo economico capitalistico. La posizione è ragionevole. Ma di qui deve iniziare una nuova ricerca. Dove è stato il nocciolo dell’errore che ha portato ad una sconfitta tanto grave come quella che ha generato lo sbandamento della maggior parte della sinistra verso il cedimento avvilente (e perdente) al liberismo? Dov’è che, anche dal punto di vista della teoria, va posto l’accento per un rinnovamento reale - un rifacimento da capo - della sinistra di trasformazione del nuovo secolo? Questo libro ci aiuta a porci con più fondamento queste domande, a scartare le risposte dettate dall’opportunismo o dal propagandismo velleitario. E ci invita a continuare la ricerca: consapevoli che un punto di partenza deve essere ben saldo. E il punto di partenza è il lavoro umano, il suo significato, il suo valore.

http://www.liberazione.it/giornale/041211/LB12D684.asp



Di : Aldo Tortorella
domenica 12 Dicembre 2004


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