RIFONDAZIONE COMUNISTA:
LA SUA STORIA



a cura di Gianni Giadresco
pubblicato su LIBERAZIONE del 10/11/12/13 dicembre 1996

1. 12 dicembre 1991, da movimento povero e senza sede a partito vero e proprio

Il III Congresso nazionale del partito della Rifondazione comunista (Prc), si inaugura a Roma, nello stesso giorno - il 12 dicembre - in cui si aprì, cinque anni or sono, il Congresso di fondazione del Partito. Prima di quella data, Rifondazione era vissuta per dieci mesi come "movimento" (Mrc), in condizioni molto difficili: senza mezzi per l'iniziativa; senza sedi negate dal Pds; senza un giornale; oggetto dell'ostracismo generale e di una rigida censura da parte dei grandi mezzi di comunicazione di massa.

Si trattò di dieci mesi difficili, che furono tuttavia molto importanti, se si considera la passione dimostrata dai militanti e l'impegno profuso nella costruzione di un embrione di organizzazione nazionale, che giungerà all'appuntamento con il I Congresso avendo realizzato notevoli obiettivi: oltre 100 mila iscritti; centinaia di Circoli di base e 113 Federazioni che costituivano una rete organizzativa in quasi tutto il Paese; un giornale, Liberazione, che dall'ottobre 1991 uscirà ogni settimana (fino a compiere il salto di qualità, nell'aprile 1995, da settimanale a quotidiano). Si inizieranno a svolgere, in numero via via crescente, le Feste di Liberazione, che raccolgono masse sempre più vaste di cittadini e di giovani; e sin dal 1992 si terranno le Feste nazionali del giornale (a Viareggio, a Marina di Carrara, a Reggio Emilia, a Livorno, a Milano, a Pisa).

Da piccolo gruppo di militanti che rifiutavano di recidere le radici con la propria storia, riproponendo una identità comunista che i più ritenevano non avere futuro, il Prc è diventato il quarto partito italiano (dopo Pds, Fi, An); votato da 3.215.960 elettori, poco meno del 9%; presente nel Parlamento europeo e in quello nazionale (35 seggi alla Camera dei Deputati; 11 al Senato); conta 66 seggi nei Consigli regionali; 164 consiglieri provinciali, alcune migliaia di consiglieri comunali, 30 sindaci.

L'atto di nascita del "movimento" porta la data del 3 febbraio 1991. Quel giorno, una novantina di delegati al XX Congresso del Pci, che rifiutavano l'adesione al partito della Quercia, si riunirono a Rimini con Armando Cossutta, Sergio Garavini, Lucio Libertini, Ersilia Salvato, Rino Serri (il cosiddetto "gruppo dei cinque") per rivendicare l'identità comunista e riaffermare il grande valore, storico e politico, dell'esperienza dei comunisti italiani.

Il rifiuto opposto alla nascita del Pds e la costituzione del Movimento per la Rifondazione comunista (Mrc), non furono un atto scissionistico: il distacco dalla storia e dalla politica dei comunisti italiani non veniva da chi si riprometteva la rifondazione, bensì da coloro i quali davano vita, con il Pds, a un partito non comunista. Del resto fu proprio Achille Occhetto, al termine del Congresso, ad affermare ai giornalisti: "D'ora in avanti non chiamateci comunisti!".

Sempre in quel giorno, a Rimini, i "cinque" insieme a Guido Cappelloni e Bianca Bracci Torsi, si recarono presso la sede di un notaio per depositare e registrare l'atto di rifondazione del Partito Comunista, assumendone il nome e il simbolo, il quale ultimo, dopo una intricata vicenda giudiziaria con il Pds, fu lievemente modificato, non più con la scritta "Pci" ma con quella di "Partito comunista". Sergio Garavini viene designato all'unanimità Coordinatore nazionale.

Appena sei giorni dopo Rimini, il 9 febbraio, i senatori Libertini, Cossutta, Salvato, Spetic, Serri, Tripodi, Meriggi, Crocetta, Dionisi, Vitale, Volponi, costituirono il primo gruppo parlamentare di Rifondazione, denominandolo "Gruppo comunista". Lucio Libertini ne fu eletto presidente.

Le prime manifestazioni dimostrarono quanto grande fosse l'attesa dei comunisti: prima il tripudio delle bandiere rosse al Teatro Brancaccio di Roma e al Lirico di Milano (il 10 e il 24 febbraio), poi il grande corteo di Milano (29 giugno) e la manifestazione tenutasi a Roma (5 maggio) in un Palazzo dello Sport gremito, in cui l'identità comunista si esprimeva nel motto "liberamente comunisti" e si coniugava con la difesa della Costituzione contro il disegno della "nuova destra" che aveva incominciato l'attacco per lo sfascio istituzionale.

Il "Movimento" era ancora una speranza quando, nel maggio 1991, dovette affrontare - senza organizzazione, senza Tv, senza giornale - la sua prima battaglia elettorale. Si votava in 28 comuni, ma Rifondazione fu in grado di presentare la propria lista solamente in 9 località. Ciononostante il risultato fu molto di più che un'affermazione. Se si fosse proiettato quel voto su scala nazionale, i comunisti avrebbero ottenuto certamente una percentuale non inferiore al 6%. Cioè ben oltre i più favorevoli pronostici, anche se l'emorragia dei voti ex comunisti delusi dalla costituzione del Partito della Quercia era ben più vasta del voto riportato da Rifondazione.

(pubblicato su Liberazione del 10 dicembre 1996)

2. L'opposizione torna in piazza

In pochi mesi seguirono altre tre impegnative prove elettorali (6 e 16 giugno, 24 novembre) dalle quali vennero segnali inequivocabili di una forza comunista in crescita: da Andria (dove Rifondazione realizzava il sorpasso dei voti della Quercia), a Brescia e in varie altre località medie e piccole, in ogni parte del Paese. Solamente le elezioni siciliane furono deludenti (3,2 su scala regionale) a causa della particolare situazione di Palermo. Ma nelle singole località dell'isola l'affermazione fu pari alle altre parti d'Italia.

Si aveva, così, attraverso il consenso popolare nel voto (e non solamente nella coscienza dei militanti) la riprova dell'oggettiva necessità di una presenza comunista nella realtà italiana, dopo che era stata posta la parola fine alla storia del Pci. Quando più tardi si andò al voto nelle grandi città, ciò emerse in modo ancora più evidente, nonostante fosse entrata in vigore la nuova legge "sui Sindaci" che limitava fortemente la possibilità di una forza politica nelle condizioni di Rifondazione. In quella occasione, a Roma come a Napoli, senza l'apporto del voto comunista il Msi avrebbe realizzato il suo sogno di conquistare il seggio di primo cittadino, a Milano e a Torino Rifondazione diventa il primo partito della sinistra, superando il Pds.

In questo lasso di tempo si erano intanto verificate nuove adesioni, provenienti dall'interno del Pds o da altre esperienze della sinistra.

Nel maggio è il regista Francesco Maselli ad aderire al Movimento, abbandonando il Pds. Contemporaneamente lasciano il Partito della Quercia Lucio Magri, Luciana Castellina (la quale è parlamentare europea), e altri appartenenti al cosiddetto gruppo "ex Pdup - Manifesto". Assumeranno ruoli di direzione importanti e Lucio Magri sarà eletto presidente del gruppo parlamentare alla Camera dei Deputati.

Democrazia Proletaria, per parte sua, aveva dichiarato il proprio scioglimento per partecipare al processo della Rifondazione comunista.

La decisione dello scioglimento di Dp era stata presa nel Congresso tenuto a Riccione (dal 6 al 9 giugno). Tra i principali esponenti che aderiscono a Mrc, il Segretario Giovanni Russo Spena, Luigi Vinci e altri.

Il 12 ottobre, sotto la parola d'ordine "l'opposizione torna in piazza", si snodò lungo le strade di Roma, da Piazza Esedra, al Colosseo, fino a Piazza Santi Apostoli, un "serpentone rosso", costituito da centomila manifestanti comunisti. Il corteo dei centomila, il 12 ottobre, fu decisivo per spingere alla richiesta dell'impeachment di Cossiga (cui anche il Pds sarà indotto, dopo non poche titubanze) e per rompere gli indugi delle ultime perplessità circa la possibilità di costituire il partito. Mentre si preparava il Congresso di fondazione per il 12 dicembre, si stabiliva - su proposta di Armando Cossutta - che sulla tessera sarebbe stata stampata l'affascinante e significativa frase di Marx su ciò che si intende per comunismo: "Il comunismo non è per noi uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente".

Con il I Congresso il partito assume il nome di "Partito della Rifondazione Comunista". Al palazzo dei Congressi dell'Eur, sono presenti 1300 delegati eletti nei Congressi di 113 federazioni. Apre i lavori con uno splendido discorso di saluto, il grande scrittore comunista Paolo Volponi. Ad assistere sono state invitate tutte le forze politiche e sindacali, molte personalità antifasciste e democratiche: la delegazione del Pds è guidata da D'Alema (a quel tempo direttore dell'Unità); partecipano molti dei compagni che all'ultimo Congresso del Pci, a Rimini, avevano costituito il cosiddetto "fronte del No", tra questi Pietro Ingrao e Aldo Tortorella, mentre Natta, impossibilitato ad essere presente, invia un caloroso messaggio. Unici esclusi dall'elenco degli invitati sono il Msi di Fini e la Lega di Bossi, incompatibili con Rifondazione, per la natura fascista dell'uno e il carattere eversivo dell'altra.

Nonostante il forte impegno politico, si verificarono nel Congresso delle tensioni, e preclusioni che fecero rischiare una crisi, al limite della lacerazione. Ci volle qualche settimana di paziente ricucitura unitaria prima di giungere (il 18 gennaio), con una nuova seduta del Congresso, alla elezione del Segretario, Sergio Garavini, che aveva minacciato le dimissioni, e del Presidente, Armando Cossutta, il quale scriverà su "Liberazione" un editoriale per spiegare che "abbiamo dovuto superare difficoltà di non poco conto, in parte previste e in parte no. Ma le abbiamo superate".

D'altra parte la situazione politica incalza. Il clima è pesante e difficile, l'attentato alle istituzioni coincide con una offensiva padronale e una linea di governo che è stata bollata come un "massacro sociale" (contro l'occupazione, il salario, quel che resta della scala mobile, contro il valore e il diretto delle pensioni, la sanità limitata dai ticket). In queste condizioni si va alla campagna elettorale politica.

Il primo atto del governo è di una gravità estrema: il ministero degli Interni rifiuta di ammettere alle elezioni il simbolo comunista (lo stesso che era stato accettato nelle tre competizioni elettorali del 1991). E' un segnale inquietante, perché dimostra che si vuole impedire, con mezzi "amministrativi", che in Italia esista un partito comunista. Ma la reazione è così forte e vasta, che il veto viene revocato. Il 5 aprile, 2.202.574 italiani (5,6%) votano comunista; saranno eletti 35 deputati e 20 senatori. Alle successive elezioni politiche, il 27 marzo 1994, i voti saranno 2.343.946, pari al 6,0%; saranno eletti 39 deputati e 18 senatori.

(pubblicato su Liberazione dell'11 dicembre 1996)

3. I primi successi elettorali e la scomparsa di Lucio Libertini

Il 12 giugno 1994 si vota per le elezioni europee: la percentuale del 6,1% consente l'elezione di 5 parlamentari europei. Alle elezioni regionali del 23 aprile 1995 il balzo in avanti è notevole, oltre l'8%; i seggi conquistati sono 52. Infine le più recenti elezioni politiche (21 aprile 1996): il partito della Rifondazione comunista ha un incremento superiore ad ogni altro partito, un milione di voti in più (+3%) rispetto alle elezioni politiche di quattro anni prima; raggiunge l'8,6%, ottiene 3.215.960 voti, conquista 35 seggi alla Camera e 11 al Senato.

Il 1993 è l'anno in cui sopravviene improvvisa, nel cuore dell'estate, la morte di Lucio Libertini, inattesa per la vitalità che lo distingueva; una perdita dolorosa è grave proprio durante un passaggio delicato e difficile della vita del partito, quando a seguito delle dimissioni del segretario, Garavini, si decide la convocazione del II Congresso. Al momento della sua scomparsa, Libertini stava lavorando sui contenuti delle tesi che sarebbero state presentate al Congresso. Egli non riuscirà purtroppo a parlare, in settembre, alla fortissima e unitaria manifestazione operaia e popolare che aveva personalmente proposto e tenacemente voluto e che si conclude nella "riconquistata" Piazza S.Giovanni, dinanzi a una marea di lavoratori e soprattutto di giovani, che, nell'estate del '94 iniziano il processo di costruzione dell'organizzazione giovanile del partito che approderà, nel gennaio '95, a Firenze, alla costituzione dei "giovani comunisti".

Nel 1993 la situazione italiana è in grande movimento, la condizione sociale peggiora e la crisi politica si è fatta più pericolosa, dopo che il voto referendario del 18 aprile ha portato al successo la proposta di Segni di modificare il sistema elettorale abolendo il sistema proporzionale. Rifondazione rivendica la tradizione proporzionalista del movimento operaio e dei comunisti italiani e denuncia la truffa che si sta preparando attraverso un sistema elettorale che trasforma la minoranza in maggioranza, come aveva già fatto Mussolini nel 1924, e come aveva tentato la Dc nel 1953.

Nel 1993 accadono avvenimenti di segno opposto. Il 6 giugno si verifica l'affermazione del Prc alle elezioni amministrative, in particolare nelle città di Milano e di Torino (nelle quali Rifondazione sorpassa il Pds), ma dovunque nel nord e in gran parte del centro e del Mezzogiorno. A luglio i sindacati accettano il deprecato accordo sul costo del lavoro. La protesta è enorme. Si apre una crisi seria nel Pds. Una quarantina di sindacalisti si dimettono dal partito a vari livelli. Tra essi vi è Fausto Bertinotti, leader della corrente della Cgil "Essere Sindacato", il quale aderisce al Prc. Anche Pietro Ingrao abbandona il partito della Quercia, come atto di ribellione all'arrendevolezza del Pds di fronte al "governo del Governatore": il governo cosiddetto "tecnico", presieduto dal Governatore della Banca d'Italia, Carlo Azeglio Ciampi.

Contraddittoriamente con tutto ciò, mentre si porrebbe il problema di una più vasta unità, Sergio Garavini provoca in Rifondazione comunista la crisi della direzione del partito, esasperando i contrasti interni anziché comporli. Criticato dalla stragrande maggioranza del Comitato Politico Nazionale, finirà con il dimettersi e con l'estraniarsi dalla direzione stessa. Si apre a questo punto una nuova, difficile fase: una direzione collegiale guiderà il partito al II Congresso (20-23 gennaio 1994). Lo svolgimento della relazione introduttiva è affidato a Lucio Magri. Le conclusioni sono tratte con un discorso di Armando Cossutta che, al termine del Congresso, è confermato presidente. Su sua proposta, Fausto Bertinotti viene eletto nuovo segretario, ottenendo la stragrande maggioranza dei consensi: il voto di 160 dei 193 membri del Comitato Politico Nazionale.

Lo stesso Bertinotti scriverà nel libro "Tutti i colori del rosso": "Il Congresso, aperto da una relazione di Lucio Magri, si concluse appunto con la mia elezione, quale espressione di una linea politica che si può sintetizzare nella formula "unità e alternativa", che significava la ricerca di quell'intesa con le forze della sinistra che portò poi anche all'alleanza dei Progressisti nella battaglia elettorale contro Berlusconi. Secondo questa linea, l'unità della sinistra non andava intesa come una mossa tattica, né solo come una emergenza per fronteggiare le elezioni, ma come parte di una ricerca strategica per dislocare la sinistra sul terreno della alternativa di governo".

"A tale prospettiva", prosegue Bertinotti, "si opponevano da una parte una posizione più radicale, che negava la possibilità stessa di allearsi con il Pds, e dall'altra una posizione critica - all'interno dell'ipotesi dell'alternativa - sull'assunzione della prospettiva di governo; l'unità si deve fare, sostenevano questi compagni, ma deve essere solo un fatto elettorale".

(pubblicato su Liberazione del 12 dicembre 1996)

4. Il piombo nelle ali dei progressisti

Quanto è accaduto dopo, è storia recente, ed è già parte del dibattito del III Congresso sui due documenti preparatori, l'uno di maggioranza, l'altro di minoranza.

Innanzitutto le memorabili battaglie di massa contro il governo Berlusconi, al quale era stata contrapposta una "alleanza dei progressisti" che risultò capace di gettare in campo il grande potenziale unitario della sinistra e spingerlo verso l'alternativa: con una lapidaria definizione Bertinotti motivò, in quella occasione, le ragioni della sconfitta: l'alleanza dei progressisti "aveva il piombo nelle ali", era cioè frenata dalla rincorsa al centro da parte del Pds nella illusione della conquista dell'elettorato moderato.

Quando si verificò il famoso "ribaltone", Rifondazione chiese, vanamente, che si andasse alle elezioni, perché a giudicare fosse il popolo democraticamente. Si diede vita, invece, al "governo tecnico" di Dini, che si caratterizzerà per la sua controriforma delle pensioni, in sostanziale sintonia e continuità con la linea moderata e conservatrice del governo Berlusconi. Il Pds fu ancora una volta determinante nel fare nascere e sostenere questo governo - prima, con il pretesto che doveva essere compiuta la riforma elettorale prima che si andasse a votare; poi, sostenendo che non si sarebbe potuto votare fino a che non fosse terminato il semestre di presidenza italiana dell'Unione Europea. La verità era ben altra. Sta di fatto che il Pds consentì a Dini di varare una legge finanziaria pesantemente iniqua.

Rifondazione, che rifiutava condizionamenti che sarebbero stati pagati dai più deboli, andò ad uno scontro interno al partito. Non si trattava più della difficile convivenza, o dell'impossibile amalgama tra le varie esperienze che sono confluite nel processo di rifondazione, ognuna con le proprie appartenenze passate o anche con le nostalgie, sempre dure a morire. Questa volta lo scontro era sulla linea politica - e si può dire anche sull'esistenza stessa di Rifondazione - davanti al Paese. Nel Parlamento vi era l'opposizione di Rifondazione al governo Dini ed una opposizione allo stesso governo, ma per ragioni ben diverse, veniva dalla coalizione di centrodestra, guidata da Berlusconi e Fini. Quando il governo pone la questione di fiducia, il Comitato Politico Nazionale di Rifondazione respinge il ricatto, confermando la linea del voto contrario, ma i gruppi parlamentari si spaccano. Alla Camera 14 deputati, tra i quali Garavini e il capogruppo Crucianelli, votano la fiducia al governo. Crucianelli si dimette da capogruppo e viene sostituito da Oliviero Diliberto (che lascia la direzione di Liberazione a Lucio Manisco).

Nonostante si trattasse di un fatto di evidente gravità, senza precedenti nella storia dei comunisti italiani, venne proposta la soluzione detta del "confronto". Non si adottavano cioè provvedimenti disciplinari, ma si avviava un confronto politico di merito per un superamento unitario della divergenza. Il confronto fu presto interrotto, però, dalla decisione dei dissenzienti (cui si aggiunsero altri membri della direzione, tra i quali Lucio Magri e Luciana Castellina) di abbandonare il partito per dare vita al gruppo dei "Comunisti unitari". Il Paese va al voto il 21 aprile 1996 e la carta vincente risulta la cosiddetta "desistenza" avanzata da Rifondazione allo schieramento dell'Ulivo guidato da Romano Prodi. Il significato di questa proposta viene spiegato a viso aperto agli elettori nel corso della campagna elettorale. E anticipando i tempi, con una manifestazione grandiosa, il 24 febbraio a Roma, alla quale partecipano oltre 200 mila persone che, dopo un lunghissimo corteo, si radunano nella gremitissima Piazza del Popolo. "Rinasce la speranza" è il motto dei discorsi di Cossutta e di Bertinotti; diviene il motivo dominante di tutta la campagna elettorale che porta alla vittoria contro le destre ed alla nuova avanzata di Rifondazione comunista.

Sulla base di quello stesso accordo elettorale di desistenza, Rifondazione fa nascere il governo Prodi, pur non entrando a far parte - per evidenti divergenze programmatiche - della compagine di governo, ed inizia ad operare nel nuovo quadro democratico che viene a determinarsi per far prevalere le ragioni di una politica sociale che ponga, al primo posto, il lavoro (attraverso il recupero del salario falcidiato dall'inflazione e la lotta alla disoccupazione) e la difesa dello stato sociale, a partire da sanità e pensioni.

Temi ed argomenti di oggi, dunque, che animano l'ultima, in ordine di tempo, iniziativa significativa del Partito della Rifondazione comunista: la lunga "Marcia per il lavoro" attraverso tutto il Mezzogiorno, conclusasi con una imponente manifestazione di popolo, lo scorso 9 novembre, a Napoli.

(pubblicato su Liberazione del 13 dicembre 1996)