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Ma se i fiumi fossero di coca cola che razza di mondo sarebbe?

di : edoneo
lunedì 26 settembre 2005 - 23h52
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di Riccardo Petrella

Elemento vitale il più determinante tra tutti, al pari dell’aria e dell’energia rappresentata dal sole, l’acqua è oggi al centro dell’agenda politica per quanto riguarda la questione del diritto alla vita per tutti e della sostenibilità della vita sul Pianeta. Lo è per tre motivi principali.

Rarefazione. Anzitutto, perché le società umane ne stanno distruggendo, in quantità e qualità, la disponibilità per usi umani. Come è noto, l’acqua disponibile ed accessibile a fini potabili, irrigui, industriali e per attività terziarie di vario genere, è sempre meno abbondante. La rarefazione crescente dell’acqua rappresenta un dato nuovo della condizione umana di questi ultimi trenta anni.

Finora, lo "stress idrico" legato alla scarsezza di risorse idriche (meno di 1700 metri cubi pro capite per anno per tutti gli usi) è stato l’appannaggio, sfortunato, delle regioni semi-aride ed aride del pianeta. Non è più cosi. Regioni "ricche" in acqua dolce, sono confrontate in maniera crescente a situazioni di scarsezza, specie sul piano qualitativo. Si pensi, in Italia, alle regioni del Nord.

Al ritmo attuale delle cose, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente ha stimato che nel 2032 il 60% della popolazione mondiale vivrà in regioni a forte penuria d’acqua. Il che significa che fra 25 anni più di 5 miliardi di esseri umani rischiano di essere privati di un accesso adeguato, sufficiente e regolare all’acqua potabile sana ed ai servizi sanitari. Per essi il diritto alla vita sarà pura retorica.

Petrolizzazione. Diventata rara e destinata, secondo i gruppi socio-economici dominanti specie dei paesi ricchi, a diventarlo ancora di più in avvenire, l’acqua è oramai considerata dappertutto come un bene economico, prezioso, una risorsa strategicamente importante per la sicurezza nazionale (idrica e, quindi, agricola, industriale, energetica...), come il petrolio.

Risorsa naturale rinnovabile, l’acqua è stata ridotta ad una risorsa non rinnovabile alla stessa stregua del petrolio. Come il petrolio, è diventata un bene patrimoniale "nazionale" sottomesso al principio della sovranità nazionale senza condivisione possibile. Tutti gli Stati si considerano sovrani dell’acqua esistente sul loro territorio e pensano sia lecito, se necessario, vendere l’acqua ai paesi che ne hanno bisogno. L’acqua è oramai ridotta ad una merce, e non solo l’acqua per l’agricoltura o per l’industria..

Per questo, la grande maggioranza degli Stati membri del Wto (Organizzazione mondiale del commercio), in particolare i paesi dell’Unione europea, spingono fortemente in favore della liberalizzazione mondiale e della deregolamentazione dei servizi idrici pretendendo, per difendersi dalle giuste accuse di mercantilismo e di privatizzazione del bene comune mondiale che è l’acqua, di vendere e far pagare non l’acqua ma i servizi ad essa legati (la captazione, la potabilizzazione, la distribuzione, la depurazione delle acquae reflue...). Il che è pura mistificazione.

E come il petrolio, l’acqua è sempre di più causa di conflitti fra usi concorrenti alternativi (usi irrigui contro usi energetici, usi industriali contro usi potabili...) e fra paesi ( all’interno di questi, fra regioni, gruppi sociali..). Invece di essere trattata, come è stata trattata in tutte le culture e civiltà del mondo, come la principale "fonte di vita" per tutti e, per questo, veicolo di fratellanza e di pace (non è forse vero che in alcune società "tradizionali", in Africa, per esempio, la prima cosa che si offre ad uno straniero è da bere, in segno di rispetto e di accoglienza?), l’acqua è oggi vissuta come un fattore di crisi e di conflitti tra paesi appartenenti allo stesso bacino. Da anni, l’opinione diffusa consiste nel pensare che se il secolo XX è stato il secolo delle guerre per il petrolio, il XXI secolo sarà, si dice come se ciò fosse inevitabile, il secolo delle guerre per l’acqua. Strana visione del divenire del mondo!

Ancor più che nel passato, le nostre società stanno applicando il senso proprio del termine "rivalità", il quale indica che il "rivale" è colui che sta sull’altra riva del fiume! Oggi, a partire dall’acqua, siamo diventati tutti abitanti dell’altra riva e quindi nemici potenziali. Il primato dato all’imperativo della competitività secondo il quale quel che conta è essere migliore, più forte dell’altro, per sopravvivere, rappresenta una conferma lampante della cultura della rivalità che impregna la concezione della vita e del mondo nelle società contemporanee. In questa concezione non v’è posto per il diritto universale alla vita.

In siffatto contesto, la "petrolizzazione" dell’acqua è all’origine dell’ondata di privatizzazione che ha scompaginato nel corso degli ultimi venti anni l’assetto legislativo, economico e culturale del "governo" dell’acqua nei paesi occidentali, così come anche in Africa, Asia ed America Latina attraverso il principio di condizionalità in favore della privatizzazione imposto dalla Banca mondiale e dal Fmi a tutti i paesi richiedenti prestiti finanziari.

La privatizzazione dell’acqua significa che il potere di decisione e di controllo in materia di allocazione delle risorse materiali ed immateriali disponibili per l’uso e la valorizzazione del bene acqua al fine principale di garantire l’accesso per tutti a tale elemento vitale essenziale ed insostituibile, è trasferito dai poteri pubblici a soggetti privati la cui legittimità risiede nel fatto che essi possono e devono perseguire l’ottimizzazione dei loro interessi specifici particolari.

Cocacolizzazione. Terza sfida alla vita. Assistiamo, a partire dagli anni ’70, ad un fenomeno forte di mercificazione dell’acqua per bere sia al Nord che nei paesi poveri del Sud. Secondo le inchieste condotte in Europa e nell’America del Nord, una maggioranza crescente di popolazione afferma di non bere più, per bere, l’acqua di rubinetto ma acqua minerale e/o di sorgente in bottiglia. E’ un fenomeno facilmente constatabile se si guarda al boom delle marche, in quantità e varietà, di acque minerali in bottiglia e di acque demineralizzate commercializzate negli ipermercati giganti delle grandi società mondiali di distribuzione.

Se la tendenza si conferma nei prossimi anni, il rischio grande è che tra poco più di una generazione, l’acqua di rubinetto, la cui potabilizzazione continua a domandare investimenti annuali considerevoli - specie pubblici - anche per rispettare i criteri sanitari ed igienici stabiliti dagli organi nazionali ed internazionali, non sarà più utilizzata per usi nobili (bere ed igiene) ma per usi non nobili (toilette, lavatrice, lavastoviglie, docce, pulizia della casa). Essa sarà sostituita dall’acqua minerale e/ o di sorgente in bottiglia in un contesto di grande diversificazione di "prodotti commerciali".

L’acqua per bere è già un prodotto di mercato in confezioni di plastica da 25, 33 e 50 cl al litro e mezzo per passare ai famosi boccioni da 5 a 15 litri. L’acqua per bere è come la Coca-Cola, la si trova nei distributori automatici di bevande dolci e gassate in tutto il mondo. Tra l’altro l’acqua in bottiglia della Coca Cola, la "purificata" Dasani, è la più venduta negli Stati Uniti, tallonata da Aquafina di PepsiCola.

La Cocacolizzazione dell’acqua per bere non è una fortunata battuta umoristica. Si tratta di un fenomeno grave che si è sviluppato ed imposto grazie soprattutto ad una deliberata ed efficace politica di marketing e di consumismo. Certo, vi sono anche altre ragioni di natura sociale ed economica (gusto clorato di molte acque d’acquedotto, crescente mobilità e differenziazione degli stili di vita e dei modi di consumo, importanza dei valori di bellezza, giovinezza, snellezza, qualità "terapeutiche" reali e/o millantate delle acque minerali), ma da sole esse non sarebbero sufficienti per spiegare il processo di sostituzione dell’acqua di rubinetto dalle acque in bottiglia.

La "cocacolizzazione" dell’acqua per bere rappresenta una sfida di natura culturale molto diversa da quella socio-economica e tecno-ingegnieristica rappresentata dalla rarefazione, o politico-istituzionale ed ideologica posta dalla "petrolizzazione" sotto forma di privatizzazione, anche nella specie della patrimonializzazione statuale "nazionalista" dell’acqua. Con la "cocacolizzazione" si opera una forma di artificializzazione del rapporto essere umano-natura dove il legame vitale tra i due si perde, svanisce. La marketizzazione commerciale dell’acqua per bere si traduce nella de-sacralizzazione dell’acqua e, quindi, nella de-sacralizzazione della vita. Si tratta sul piano reale e simbolico di una delle sfide mondiali maggiori attuali.

Il superamento delle sfide. Le sfide descritte sono considerevoli ma non impossibili. Le soluzioni esistono anche se non sono semplici e di facile applicazione. Il divenire resta aperto, ci appartiene.

Due i principi fondatori del superamento: riconoscere formalmente a livello della comunità internazionale l’accesso all’acqua potabile sana come un diritto umano, cioè universale, indivisibile ed imprescrittibile; considerare e trattare l’acqua come un bene comune pubblico mondiale appartenente all’umanità e a tutte le specie viventi.

Le sfide dell’acqua non appartengono, principalmente, al mondo della ragione tecnica, ma al mondo della ragione sociale, della "res publica" e del vivere insieme. I narratori della vita - cioè i custodi della polis - sono almeno altrettanto importanti dei fontanieri e degli ingegneri idraulici, certamente di più dei finanzieri e dei mercanti.

http://www.liberazione.it/giornale/...


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