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I 37 miliardi che Monti non vuole
di : Silvia Cerami giovedì 26 aprile 2012 - 13h20 Per portarli nelle casse dello Stato basterebbe un accordo con la Svizzera sui capitali trasferiti nelle banche elvetiche: come hanno già fatto Gran Bretagna, Germania e Austria. Ma su questo il professore non ci sente Prima la Gran Bretagna, poi la Germania, ora l’Austria. Sono i paesi che hanno scelto di firmare un accordo fiscale con la Svizzera per tassare i capitali non dichiarati e trasferiti nelle banche elvetiche. Accordi con i quali i cittadini possono mettersi in regola, senza incorrere in sanzioni e mantenendo l’anonimato. Nel caso tedesco si parla di una tassazione compresa tra il 21 e il 41 per cento del valore dei conti, in quello austriaco tra il 15 e il 38 per cento. Percentuali che permetterebbero al 2013 di far affluire alle casse di Berlino circa 10 miliardi e a quelle di Vienna tre. Se lo facesse l’Italia, considerando i 150 miliardi di euro che i nostri connazionali hanno portato in Svizzera ’in nero’, con una tantum del 25 per cento, si potrebbero incassare oltre 37 miliardi. Ma il governo di Mario Monti è contrario. Per il Presidente del Consiglio è più opportuno un accordo comune a livello europeo, tanto più che l’Unione ha avuto una reazione negativa di fronte ai primi accordi. Massimo Donadi, capogruppo Italia dei Valori alla Camera dei Deputati, ha provato a presentare un’interrogazione parlamentare, ma le risposte non sono state soddisfacenti. «Direi pretestuose e di totale indisponibilità. L’obiezione è stata che bisognava procedere con un’intesa a livello europeo, perché astrattamente l’Unione avrebbe potuto aprire una procedura di infrazione. Inoltre secondo il governo una legalizzazione di un prelievo fatto in Svizzera, a livelli inferiori rispetto al prelievo fiscale dello Stato dove i conti sono stati evasi, avrebbe potuto essere considerato un condono». Se si tiene conto, spiega Donadi, «che se anche l’Italia raggiungesse un accordo, considerando che tra Germania e Italia in termini di valore di capitali illecitamente esportati in Svizzera siamo ampiamente sopra il 50 per cento dei capitali dell’intera Europa, è evidente che non ci sarebbe più possibilità per l’Europa di muoversi in modo diverso». Già l’Europa. Pippo Civati, consigliere regionale lombardo del Pd, ha deciso di affrontare il problema lanciando una class action in rete: ’Operazione Guardie Svizzere’. « Stiamo cercando soldi dappertutto perché ce lo chiede l’Europa e li abbiamo chiesti soprattutto a chi era inerme. Ora è tempo che chiediamo noi qualcosa all’Europa. E’ una cosa da fare subito. Una battaglia di tutti perché i soldi recuperati potrebbero essere destinati al credito per le imprese e alla riduzione della pressione fiscale sui contribuenti onesti, dal momento che si tratta di banche e di evasione». Per Civati non vale la critica mossa dal leader del Partito socialdemocratico, Sigmar Gabriel, che definisce l’accordo tedesco «uno schiaffo ai cittadini onesti». «Non è mica lo scudo fiscale al 5 per cento. Questa è un’operazione strategica, non di emergenza. Non è un condono, non fai qualcosa solo verso il passato. La proposta è quella di stabilire delle regole: se porti i soldi in Svizzera devi dimostrare di aver pagato le tasse». Insomma è tempo di una vera unione fiscale e di «fare chiasso, con la C maiuscola: bisogna avere contezza di tutti i soldi che vengono trafugati dai nostri Paesi verso paradisi fiscali a portata di mano. Abbiamo i labrador anti-soldi alle frontiere, gli spalloni, i lingotti d’oro che si spostano come pendolari e non siamo in grado di fare una politica europea comune» spiega il giovane consigliere del Pd che invita Monti a concludere un accordo e «a farsi promotore di una linea politica più decisa in materia di trasparenza bancaria per impedire l’evasione fiscale a livello europeo». Eppure la possibilità che Monti smetta di temporeggiare rispetto a questo problema, per Donadi, è remota. « La realtà è che sin dall’inizio, sin dalle audizioni fatte in Senato prima del governo tecnico, erano tutti favorevoli tranne un soggetto: l’Abi, l’associazione delle banche. Il motivo della loro riottosità, per il capogruppo dell’Idv, è la paura. «Le banche italiane temono la concorrenza con quelle svizzere, che con un accordo del genere avrebbero le stesse condizioni fiscali con un’imposta sostanzialmente uguale a quella italiana, ma che continuerebbero a salvaguardare l’anonimato. Siamo di fronte a un governo che, ancora una volta, mette davanti gli interessi delle banche rispetto a quelli della collettività, che dalla tassazione di questi 150 miliardi di euro potrebbe trarne un vantaggio tutt’altro che marginale». E così, mentre i cittadini onesti si preparano a fare i conti con una pressione fiscale oltre il 45 per cento, i soldi continuano ad andare in Svizzera, nel completo anonimato e soprattutto nella completa evasione. http://espresso.repubblica.it/detta...
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