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Il ruolo delle attività di perforazione ed estrazione di idrocarburi

di : Nando
sabato 9 giugno 2012 - 00h56

Il ruolo delle attività di perforazione ed estrazione di idrocarburi nella sequenza sismica emiliana

Una delle ipotesi che si è fatta strada sull’origine dei terremoti che stanno interessando l’Emilia Romagna in questo ultimo periodo, attribuirebbe alle attività legate all’estrazione degli idrocarburi, la responsabilità di aver provocato le varie scosse simiche, alcune delle quali, ricordiamolo, hanno avuto una Magnitudo locale superiore a 5.

Non che voglia difendere i famelici vampiri delle multinazionali energetiche (basti pensare ai disastri che provocano in giro per il mondo, rubando risorse di altre popolazioni, inquinandone gravemente l’ambiente naturale) ma quando si trattano certi fenomeni bisognerebbe avere un’idea delle grandezze che entrano in gioco.

Le energie che vengono accumulate nei movimenti tettonici sono enormi. Il rapporto tra Magnitudo ed energia può essere espresso da una relazione empirica:

log E = 5 + 1,5 M;

dove E è l’energia in Joule.

Ad esempio un terremoto di 5,8 di Magnitudo produce un’energia pari a circa 50 Terajoule, paragonabile ai 75 Terajoule sganciati su Hiroshima dalla follia atomica e imperialista alla fine della II Guerra mondiale.

La tecnica di perforazione incriminata si chiama "fracking" e prevede l’immissione di fluidi in profondità ad alta pressione con conseguente fratturazione di rocce, in funzione del recupero di quelle quantità di idrocarburi che altrimenti non risalirebbero spontaneamente in superficie.

Teoricamente in Italia sarebbe vietata perché responsabile dell’inquinamento delle falde acquifere e di microterremoti localizzati, ma sappiamo bene che di questa garanzia non ci possiamo fidare. Tante sono le attività teoricamente vietate, tanto per accontentare l’opinione pubblica sempre più attenta ai temi ambientali, che però le industrie continuano a coltivare nel nome del progresso economico, come dicono loro.

Non possiamo essere certi quindi che il fracking venga utilizzato o meno, ma affermare con certezza che questa tecnica possa provocare terremoti di alta Magnitudo non è corretto. Basti pensare, appunto come dicevo all’inizio, ai valori delle grandezze che entrano in gioco. Per fare un esempio che non ha nessuna pretesa di precisione ma che può dare idea delle grandezze che entrano in gioco, ipotizziamo che le rocce al di sopra dell’ipocentro di uno dei terremoti emiliani abbiano una densità di circa 2 tonnellate al metro cubo. In questi termini, alle profondità ipocentrali degli eventi emiliani, circa 5-10 Km, le pressioni litostatiche sono dell’ordine delle 1-2 migliaia di bar, distribuiti su superfici di migliaia se non milioni di metri quadrati. Se, continuando nel nostro esempio, consideriamo una superficie di faglia di 10 Kmq, ipotesi del tutto plausibile, avremo una forza litostatica totale di circa 100-200 miliardi di tonnellate. Una quantità imparagonabile rispetto a quelle messe in gioco dall’attività di fracking, in cui le pressioni massime sono di 1000 bar distribuite però su superfici dell’ordine dei decimetri quadrati, con forze quindi di qualche migliaia di tonnellate.

Impensabile quindi che una forza di migliaia di tonnellate possa sbloccarne una di 100-200 miliardi.

Quello che si può ipotizzare è che i fluidi ad alta pressione, immessi in profondità da queste tecniche perforative-estrattive, possano intervenire in una fase in cui le forze tettoniche, immensamente più grandi di quelle del fracking, siano molto vicine ad eguagliare, sulla superficie di faglia, quelle litostatiche; allora la presenza di una certa quantità di fluidi artificiali potrebbe rappresentare quel piccolo aiutino utile a sbloccare la faglia e provocare il terremoto.

Un po’ come la farfalla che si posa sul peso del sollevatore al limite dello sforzo.

(Il ruolo dei fluidi profondi nei meccanismi sismogenetici è importante in quanto la presenza di gas e liquidi condiziona l’attrito presente tra le pareti di una faglia, contribuendo a lubrificarne i lembi e facilitare i movimenti tettonici. Tuttavia un fluido può contribuire al contrario a bloccare il movimento di una faglia, depositando dei minerali incrostanti sulla superficie della stessa.)

Quindi le attività di perforazione ed estrazione non possono provocare le sequenze sismiche che osserviamo oggi. Probabilmente (e qui è difficile dire quanto) hanno contribuito a farle avvenire prima. Ma le scosse sismiche si sarebbero verificate lo stesso. Anzi, paradossalmente, se l’energia che si sta liberando oggi, avesse continuato ad accumularsi ancora per molto, avrebbe provocato in un futuro forse nemmeno troppo lontano, una scossa molto più potente e distruttiva.

Anzi, queste tecniche, se veramente avessero la capacità di sbloccare le faglie che si trovano in un particolare momento di equilibrio instabile tra le pressioni tettoniche e quelle litostatiche, potrebbero essere utilizzate per scaricare periodicamente e in maniera controllata le forze tettoniche, producendo tanti microsismi in sostituzione della grande scossa.

Anche i cosiddetti collassi, in seguito allo svuotamento delle rocce serbatoio contenenti gli idrocarburi, che accompagnano l’estrazione di fluidi profondi, sono in realtà movimenti che avvengono in un arco di tempo molto più grande dei movimenti sismogenetiche che provocano le onde sismiche a livello delle superfici di faglia.

Tali movimenti corrispondono in realtà a costipamenti lenti ed abbassamenti della superficie terrestre che possono, si provocare grandi e gravi danni agli edifici coinvolti in seguito a cedimenti differenziali delle fondazioni, con la formazione di lesioni profonde che possono compromettere definitivamente la stabilità di un fabbricato, ma che non possono, per la natura delle litologie coinvolte, e per la lentezza del movimento, provocare onde sismiche.

Insomma, relativamente alle attività estrattive in Emilia Romagna e nella Pianura Padana in generale, si cerca di attribuire la colpa ad un’attività che sicuramente fa i suoi disastri ambientali a livello di inquinamento delle falde acquifere e a livello dei danni strutturali sugli edifici in seguito alla subsidenza.

Ma dire che queste attività possano provocare i terremoti è un falso che contribuisce soltanto a confondere le acque rispetto alle vere responsabilità rispetto ai terremoti che sono quelle di un sistema economico che, in nome del profitto, sacrifica la sicurezza ambientale e sociale a tutti i livelli ed in tutti i campi e con la complicità non solo dei capitalisti ma anche degli organi territoriali statali.

Evitare i danni provocati da un terremoto significa prevenire i suoi effetti. Significa definire localmente la pericolosità sismica e significa intervenire sulla vulnerabilità sismica degli edifici, in prima battuta su quelli sensibili come scuole ed ospedali. Ormai impariamo sempre più che è questo della vulnerabilità sismica degli edifici il vero nocciolo della questione, unitamente all’esigenza non più procrastinabile di conoscere al meglio il territorio per definirne le azioni sismiche probabili.

Zat Geologo del Laboratorio Ambientale di Forte Prenestino, Roma.

6 giugno 2012

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