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Daddo e Paolo: una recensione
di : Nando giovedì 26 luglio 2012 - 00h10 Daddo e Paolo L’inizio della grande rivolta. Roma, Piazza Indipendenza, 2 febbraio 1977 ed. DeriveApprodi ISBN978-88-6548-043-4 Pagine168 Anno 2012 20,00 euro Uscito quest’anno, anche questo volume, come l’altro edito nel 2011 per gli stessi tipi sui fatti del 14 maggio 1977 a Milano in Via de Amicis (http://www.deriveapprodi.org/2011/0...), racconta - attraverso una foto - la storia di una sparatoria, quella del 2 febbraio 1977 in Piazza Indipendenza a Roma. Due foto, ma l’una il rovescio dell’altra: questa scattata a Roma è un inizio, l’altra era una fine: se il 14 maggio 1977 con la sparatoria di Via De Amicis a Milano, finiva l’Autonomia milanese, a Roma invece quel 2 febbraio nasceva il movimento del 1977. L’1 febbraio del 1977, nell’Università La Sapienza -mobilitata dal dicembre 1976, come gran parte delle università italiane, per non far passare la controriforma del ministro Malfatti- un commando neofascista, avuto l’imprimatur dalla svolta militare del recente congresso del Movimento Sociale Italiano, entra e spara sugli studenti. Uno studente rimane gravemente ferito alla nuca, Guido Bellachioma; ed un altro, Paolo Mangone con un proiettile al polpaccio. L’università viene occupata. Il giorno dopo, un corteo di studenti dà fuoco alla sede neofascista di Via Sommacampagna. In Piazza Indipendenza intervengono le squadre speciali della polizia (quelle in borghese del ministro Cossiga, al loro esordio), che disperdono a mitragliate il corteo. Resta a terra ferito un poliziotto; cadono anche due studenti, Leonardo (Daddo) Fortuna e Paolo Tommasini. Questi ultimi avevano sparato contro quegli individui in borghese pensando fossero neofascisti. Il primo a cadere è Tommasini. Fortuna prosegue la fuga, ma poi torna indietro ad aiutare e sollevare epicamente l’amico ferito e rimane a sua volta ferito. Fortuna aveva 22 anni ed era della Balduina, un quartiere-bene di Roma. Tommasini era di Primavalle, un quartiere proletario e sotto-proletario, aveva 24 anni. In quegli anni perdevano significato - all’interno della militanza antifascista - anche le differenze sociali di quartiere. I due amici si fecero lunghi anni di carcere ed ovviamente anche allora nessun poliziotto venne indagato. Ma oltre all’antifascismo - questione e fronte di lotta da sempre aperta e purtroppo mai risolta a Roma - ad unirli a tutto il movimento vi era l’opposizione alle scelte restauratrici verso la scuola e l’università che il governo Andreotti (suffragato dall’astensione del PCI) stava mettendo in cantiere e che, proprio quel 2 febbraio a fronte della risposta degli studenti, chiedeva al ministro Malfatti di parzialmente ritirare. La crisi economica che stava attraversando l’Italia dal 1976 e che aveva portato Andreotti, come oggi Monti, in Germania a chiedere e dare garanzie per un prestito del FMI, stava creando le prime vaste aree sociali di disoccupazione (2 milioni nel 1976) e di precarizzazione (precari della scuola e della Legge 286), di lavoro nero e di sommerso. Il movimento tendeva ad individuare nello Stato e nel padronato le ragioni di questa crisi - anche all’epoca di carattere finanziario (880 lire per 1 dollaro, inflazione al 22%, tasso di sconto al 30%) ed affrontata in Parlamento con devastanti misure di austerità - a cui non si opponevano da sinistra nè il PCI di Berlinguer, nè la CGIL di Lama. E sterile appariva l’agitarsi della sinistra extraparlamentare, che aveva tentato l’avventura elettorale col cartello di Democrazia Proletaria [1], uscito a pezzi dalle elezioni anticipate del 20-21 giugno 1976 (1,5% e 6 seggi) [2]. Quel composito movimento degli inizi del 1977 era dunque fortemente schierato anche contro il riformismo austero del PCI/CGIL e contro la prudenza della sinistra extraparlamentare. Ma rinchiuderlo nella semplificazione descrittiva e connotativa della cosiddetta Autonomia Operaia significa fare un’operazione riduzionista tanto sulla varietà di posizioni e di prassi degli stessi Collettivi Autonomi in tutto il paese quanto sul protagonismo di altre forze sociali e politiche che vi facevano parte nelle università, nei quartieri e nelle fabbriche, dall’area comunista libertaria nel movimento anarchico a quella movimentista, operaia e proletaria senza orario e senza bandiera di tante città. Tra i contributi che fanno di questo libro una pregnante fonte secondaria su quei fatti e quei mesi, rimane impresso quello del noto fotografo Tano D’Amico, il quale scattò le foto di quegli attimi del 2 febbraio 1977 e le tenne in disparte per 20 anni, per amore della...verità. Una verità che, infatti, non emergerà dagli articoli dei giornali dei giorni dopo, in cui Daddo [3] e Paolo furono indicati da più parti come dei provocatori, assimilabili del tutto ai fascisti, secondo la vulgata degli spindoctors del PCI, tutto a favore delle forze di stato e pienamente compreso nella strategia del compromesso storico e nell’appoggio all’austerità. Fu la lacerazione definitiva tra il movimento ed il PCI. Edipo era compiuto. La sua tragica rappresentazione sarebbe andata in scena il 17 febbraio quando il segretario nazionale della CGIL, Luciano Lama, si presentò all’Università con tanto di servizio d’ordine e scelse l’arroganza invece del confronto. Venne deriso e scacciato. Ma il movimento avrebbe riso ancora per poco. Dopo l’uccisione di Francesco Lorusso da parte delle forze di stato a Bologna l’11 marzo, la gestione militare della piazza in stile cileno durante la manifestazione a Roma del 12 marzo e l’uccisione di Giorgiana Masi a Roma il 12 maggio da parte delle squadre in borghese, giunsero i fatti del 14 maggio 1977 a Milano, dove l’uccisione di un carabiniere in uno scontro armato in Via De Amicis avrebbe portato alla fine dell’Autonomia milanese. Poi, nel giro di 2-3 anni, tutto sarebbe finito in un’altra dimensione. Il movimento non c’era più. Lo scontro era diventato per bande armate. E lo Stato, come ci dice quella delatrice della Storia quando si riesce a farla parlare, è una di quelle più spietate. Alla fine, infatti, non ebbero più tanto peso le pistole che a volte alcuni, a volte tanti, nel movimento, portavano in tasca, quanto la repressione violenta sui non-armati e lo sconto-premio ai pentiti. Ma questa è un’altra storia. E gli archivi ce la potranno raccontare, forse, se qualche storico del futuro oserà cercare le carte, a partire dal...2027!! donato romito Note [1] Il cartello elettorale di Democrazia Proletaria (DP) era stato promosso a livello nazionale dal Partito di Unità Proletaria (PdUP), dal Movimento Lavoratori per il Socialismo (MLS) e da Avanguardia Operaia (AO). A livello locale vi aderirono anche l’Organizzazione Comunista marxista-leninista (OCml), la Lega Comunista IV Internazionale, la Lega dei Comunisti. Il 13 aprile 1978, DP si costituì in partito politico, che si sciolse nel 1991 confluendo nella costituenda Rifondazione Comunista. [2] I 6 eletti erano Lucio Magri, Luciana Castellina ed Eliseo Milani (PdUP), Mimmo Pinto (Lotta Continua), Massimo Gorla e Silviero Corvisieri (AO); Pinto e Corvisieri subentrarono in seguito alla rinuncia al seggio da parte di Vittorio Foa (PdUP). Lotta Continua diede indicazione di voto per il PCI, che prese alla Camera il 34,37% (12.616.650 voti) segnando un guadagno del 7,22% pari a 228 seggi (+49); al Senato prese il 33,83% (10.637.772 voti) pari a 116 seggi. [3] Leonardo (Daddo) Fortuna è morto il 17 febbraio 2011. Link esterno: http://www.fdca.it http://www.anarkismo.net/article/23481
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