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venerdì 23 Febbraio 2018 (14h05) :
Milano, 23 Febbraio 1986, l’omicidio di Luca Rossi

De : Roberto Ferrario
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A Milano il 23 febbraio dell’anno 1986, Luca e Dario, giovani militanti e studenti universitari non ancora ventenni, stanno correndo per prendere la filovia in Piazzale Lugano. Poco distante, in un altro punto della stessa piazza, alcune persone discutono animatamente e scoppia una rissa, un agente in forza alla Digos, fuori servizio, interviene, estrae la sua pistola di ordinanza si mette in posa e spara, due colpi lacerano l’aria. Un proiettile colpisce Luca Rossi, morirà durante la notte, in ospedale.

I famigliari, gli amici da quel giorno non hanno smesso di interrogarsi sul perché sia stato possibile quel dramma e come molti altri lo abbiano preceduto e seguito e continuino ad accadere. Si ripercorrono così molte storie di chi in questi ultimi anni ha visto la propria vita spezzarsi in una prigione, per strada, in una caserma: “vittime di Stato” spesso dimenticate. Questo libro, oltre a sintetizzarne altri usciti precedentemente, riporta testimonianze di donne che sanno guardare, e costruire, oltre la morte: Patrizia Moretti mamma di Federico Aldrovandi, Ilaria Cucchi sorella di Stefano Cucchi, Egidia Beretta mamma di Vittorio Arrigoni…

Seguono gli interventi del magistrato Enrico Zucca, dell’avvocato Fabio Anselmo, di Vittorio Agnoletto e di Baro Barilli.

In questa edizione sono presenti scritti di Emilio Molinari, Marco Aime, Andrea Di Stefano, Luigi Manconi, Piero Barone, Luisa Morgantini, Nando Dalla Chiesa che in questi dieci anni hanno partecipato come relatori alle iniziative in ricordo di Luca Rossi.

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Ciao Luca

di Silvia Martorana

24 Febbraio 1986. Avevo 11 anni. Suona il telefono. Mia madre risponde. Poi tace. Riattacca. “Hanno sparato a Luca. Luca è morto. Luca è morto”

Casa mia, via Candiani 120, in Bovisa. Difficile per chi conosce la Bovisa oggi immaginare com’era nel 1986. Gli anni ’80 erano gli anni ’80 anche in Bovisa, l’eroina devastava una generazione tagliata fuori dalla vita sociale e politica, gli immaginari del decennio precedente venivano ribaltati. Da quartiere industriale e operaio la Bovisa si trasformava in periferia degradata, passando rapidamente sui giornali dalle pagine di politica a quelle di cronaca. Di quegli anni da poco più che bambina ricordo il cortile col cesso in fondo al ballatoio, il vicino di casa che spara alla moglie, i vetri rotti delle ormai ex fabbriche intorno alla stazione.

Ma non solo.

Sopravviveva, come eredità degli anni ’70, una rete di relazioni umane, sociali e politiche che costituiva il tessuto solidale del quartiere, partecipato, vissuto. Come una rete di protezione per i più deboli, tesa nei momenti di bisogno da quelli che stavano intorno, un senso di condivisione e messa in comune delle proprie vite che mi resta come una sensazione, l’opposto di quel senso di quotidiana solitudine che, credo, sperimentiamo tutti nei nostri quartieri di oggi.

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E Luca.

Difficile raccontare Luca attraverso il ricordo di una bambina, ma me ne hanno parlato così tanto, così spesso, i miei genitori che l’ho sempre vissuto come uno di famiglia, di quella famiglia larga in cui vivevamo immersi, la famiglia come l’insieme delle relazioni, degli affetti, dei volti e dei gesti che definiscono il perimetro di quello che sei.

Era “il piccolo” nel gruppo dei miei, loro già alle soglie dei quaranta, lui ventenne, generoso, sognatore, critico, curioso. Militante di Democrazia Proletaria e insieme tanto altro, obiettore di coscienza in anni in cui questa era un’opzione impegnativa, di rivendicazione delle proprie scelte non violente, impegnato nelle lotte studentesche, amava la musica punk, il Nicaragua, l’Irlanda del Nord, dedicava il suo tempo ai ragazzi portatori di handicap…Luca era parte viva e pulsante di quel tessuto sociale e politico che rendeva la Bovisa un posto in cui, pure con tutte le sue contraddizioni, era bello stare.

Troppo difficile. E supponente da parte mia cercare di descrivere l’umanità splendida e complessa dietro a quella foto del ragazzo biondo con la kefiah che ha accompagnato il suo ricordo in tutti questi anni.

Ma cosa è successo, come è morto Luca?

Nei giorni successivi a quel 23 Febbraio, insieme ai presìdi, alla manifestazione di 10mila studenti del 26 febbraio, al funerale sotto la neve, insieme al dolore e alla rabbia, gli amici e la famiglia di Luca hanno cercato di capire e restituire pubblicamente che cosa era davvero successo.

La prima ricostruzione confusa e contraddittoria della questura dice che l’agente Pellegrino Pollicino, 27 anni, da 3 mesi in servizio alla Digos, stava andando a comprare un gelato per la figlia. In piazza Lugano interviene per sedare una rissa fra automobilisti, lo picchiano e tentano di investirlo, spara, un colpo in aria e uno alle gomme. Dall’altra parte della piazza Luca sta correndo per prendere la 91 che arriva. Cade a terra. Morirà alle tre e mezza all’ospedale Niguarda. “Fatalità dannata” commenta Achille Serra, capo della mobile.

“L’unica fatalità – dice Daniela dalle colonne del Manifesto – è nel fatto che mio fratello passava di lì in quel momento. Ma, sempre per caso, ha incrociato un proiettile che qualcuno era legittimato da una legge, la Legge Reale, a esplodere. Qualcuno che poteva, a quell’ora, uscire di casa armato e usare l’arma, sicuro che non gli sarebbe successo niente”.

Col tempo la ricostruzione della questura si è rivelata falsa, ma non c’è da stupirsi. Fino al punto che Repubblica (Repubblica!) il 2 marzo titola “Ha sparato senza ragione mirando ad altezza d’uomo”.

Ci si domanda perché per comprare un gelato l’agente fosse uscito di casa armato, perché si trovasse in una piazza dove di gelaterie proprio non ce ne sono, neanche nei dintorni. E si chiarisce che ha sparato verso l’auto che si stava allontanando, mettendosi in posizione di tiro, e ad altezza d’uomo; infatti il cerchio di gesso che segna il punto in cui il proiettile è rimbalzato sul palo è a un metro e ottanta dal terra. Non cercavano di investirlo quindi, e non ha sparato in aria né alle gomme.

La storia giudiziaria vede una prima condanna a 8 mesi per omicidio colposo accidentale, trasformata poi in una condanna definitiva a 2 anni per omicidio colposo aggravato.

La grande forza della famiglia, degli amici, dei compagni di Luca è stata da subito quella di non rassegnarsi alla rabbia e al dolore, di voler ricordare Luca per la sua voglia di cambiare il mondo, per la sua gioia, per il suo impegno.

L’associazione Luca Rossi si è impegnata negli anni non solo per l’abolizione della Legge Reale e in generale contro la logica della “Legislazione d’emergenza” che riduce l’espressione del conflitto sociale a un male da estirpare dalla società attraverso leggi e apparati repressivi che limitano diritti e garanzie, ma anche contro le logiche di sopraffazione e violenza, per la valorizzazione delle diversità, “per l’educazione alla pace e all’amicizia tra i popoli”, con un’attenzione particolare ai giovani e al mondo della scuola, producendo importanti ricerche, studi, iniziative di formazione e di solidarietà.

Ogni anno, il 23 Febbraio, dedico a Luca un pensiero silenzioso, un ricordo tutto mio di come tutti i racconti che i miei mi hanno fatto di lui, del suo entusiasmo, della sua generosità, siano una ragione importante della mia militanza politica, del mio impegno sociale, di quello che sono.

A noi, a chi continua a riconoscersi nel suo volto e nella sua kefiah, a chi ritrova nel suo sguardo dai manifesti la propria sete di giustizia sociale, Luca lascia oggi la responsabilità di continuare a lottare con gioia per cambiare il mondo, perché, come scriveva lui “il mare più bello è quello che dobbiamo ancora attraversare, i figli più belli sono quelli che non abbiamo ancora fatto”.

Ciao Luca.

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