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CESARE BATTISTI : e Frankenstein fabbricò la sua creatura (terza puntata)

di : Collettivo Bellaciao
venerdì 2 aprile 2004 - 16h46

L’ORRORE DELLA STAMPA ITALIANA RIVELATO DAL CASO CESARE BATTISTI

di Valerio Evangelisti

L’internazionale della diffamazione

Ahimé, non c’è solo la stampa italiana capace di scendere ai livelli più bassi della sua storia, quando si tratta di diffamare Cesare Battisti. Ci sono anche gli italiani che intervengono su quotidiani francesi - non molto superiori ai nostri, quanto a deontologia professionale - per convincere il pubblico d’Oltralpe della mostruosità dello scrittore. In questa puntata lascio dunque momentaneamente da parte la nostra stampa, e mi soffermo su due casi particolarmente importanti, visto che riguardano due magistrati intervenuti di recente su Le Monde: EDMONDO BRUTI LIBERATI (con un articolo) e il già noto ARMANDO SPATARO (con un’intervista). Non sono i soli: esistono anche i casi drammatici di BARBARA SPINELLI, di CLAUDIO MAGRIS (l’unica persona al mondo, si direbbe, a essere ancora convinta che Toni Negri sia stato il capo delle Brigate Rosse) e altri ancora. Ma su loro tornerò. Mi piace anteporre interventi veramente illustri, opera di magistrati al corrente dei fatti. O almeno spero.

Magistrati senza macchia

L’ostilità di gran parte dei giudici italiani nei confronti di Berlusconi ha finito col conferire all’intera magistratura della penisola un’immagine progressista, cara soprattutto alle sinistre (ma anche alle destre) moderate. Eppure basterebbe chiedere ad alcuni magistrati della procura di punta, quella milanese, cosa pensano di casi ben noti, come quello di Adriano Sofri, o domandare al "mitico" Gerardo D’Ambrosio un’opinione su una faccenda scottante quale la morte di Giuseppe Pinelli (l’anarchico che nel 1969 si "suicidò" misteriosamente gettandosi da una finestra della questura di Milano, dopo esservi stato trascinato del tutto innocente), per scoprire che il "progressismo" dei magistrati italiani più avversi a Berlusconi ha limiti precisi. Del resto, la loro partecipazione al grande rinnovamento della società italiana iniziato col ’68, anche quando l’età anagrafica lo avrebbe consentito, fu scarso o nullo. I più ebbero il loro apprendistato nel decennio successivo, quando si trattò di contrastare con i rigori di leggi via via più repressive il grande movimento sociale, libertario e giovanile, che rinnovò l’Italia (migliorando la condizione femminile, chiudendo i manicomi lager, democratizzando la scuola, riformando istituzioni totali come la prigione o l’esercito, ampliando i diritti dei lavoratori, ecc.). Ciò molto prima che i gruppi armati costituissero un problema serio. Allorché, dopo stragi rimaste impunite, dopo assassinii di giovani oppositori (Saltarelli, Zibecchi, Varalli, Serantini, Lorusso, Masi) rimasti anch’essi impuniti, dopo tentativi di colpo di Stato di estrema destra pagati solo dalla manovalanza, una parte minoritaria dei movimenti di contestazione passò alle armi, la magistratura italiana si dedicò alla solerte applicazione delle nuove norme d’emergenza venute a rincalzare le antiche. Sostenuta da un partito comunista dalla perenne vocazione totalitaria, imbastì processi in cui gli indizi sostituivano le prove, e in cui si entrava con un capo di imputazione destinato a mutare e a espandersi nel corso degli anni, finché la detenzione non fiaccava qualche accusato spingendolo a denunciare, in cambio di uno sconto di pena, i coimputati.

Dal 7 aprile a Battisti

Il caso più clamoroso e raccapricciante è quello rimasto noto con la data che ne vide l’inizio: 7 aprile 1979. Quel giorno Toni Negri e un’altra dozzina di intellettuali furono arrestati perché un magistrato "Pietro Calogero, notoriamente "progressista" e vicino al PCI" li accusava di essere i capi occulti e supremi delle Brigate Rosse. Poco dopo l’accusa cadde completamente, ma ciò non impedì che, al termine del processo, gli arrestati "divenuti nel frattempo 142" finissero in carcere o in esilio. Al capo d’imputazione originale se ne erano sostituiti infiniti altri. Uno dei processati, l’insegnante Pietro Maria Greco, fu ucciso dalla polizia, il 9 marzo 1985. Disarmato, gli spararono alle spalle. Lo finirono mentre, moribondo, implorava aiuto. Nessuno dei suoi assassini ha mai subito conseguenze giudiziarie di sorta. Dinamica simile "si entra in carcere con un’accusa, si finisce imbrigliati in mille altre" ha caratterizzato l’iter processuale di Cesare Battisti, in cui tutti gli strumenti della "legislazione d’emergenza" furono sperimentati, l’uno dopo l’altro. Al punto che, per la prima volta dalla nascita, Amnesty International condannò un paese occidentale, l’Italia, per violazione dei diritti umani. Ciò non viene ovviamente detto da Edmondo Bruti Liberati, nel suo articolo apparso su Le Monde del 26 marzo 2004, né da Armando Spataro (sostituto procuratore nei processi di Battisti), intervistato da Le Monde il 29 marzo 2004. Prima di entrare nel merito delle loro dichiarazioni, va detto che entrambi gli interventi erano stati in qualche modo preannunciati dallo stesso Spataro, in un articolo pubblicato dal quotidiano L’Unità (versione on line) del 9 marzo 2004. Spataro, come ho già raccontato, anticipava l’intenzione di difendere il "buon nome" dei magistrati italiani nel caso Battisti, attraverso una campagna concertata tra il sindacato Magistratura Democratica, il Movimento per la Giustizia (presieduto dallo stesso Spataro) e l’associazione Magistrats Européens pour la Démocratie et les libertés. Bruti Liberati pare averlo preso in parola, visto che il suo articolo su Le Monde riprende da quello di Spataro scansione degli argomenti e frasi intere.

L’eterna Inquisizione

Tra queste, un elogio del presidente Sandro Pertini alla magistratura italiana, capace di rimanere nei limiti della legalità anche di fronte al terrorismo. Di Pertini ricordo anche uscite particolarmente acerbe riguardo ai giudici del "caso 7 aprile", ma poco importa. I limiti della legalità possono essere ampliati di molto per via normativa, e cioè senza ledere formalmente la Costituzione. Fu proprio il caso dell’Italia. Un illustre storico del diritto, Italo Mereu, ha avuto buon gioco, in uno studio divenuto un classico (Storia dell’intolleranza in Europa, ed. Bompiani, 1988), nel dimostrare come la "legislazione d’emergenza" italiana degli anni ’70 e ’80 fosse direttamente modellata sulle procedure dell’Inquisizione. Saliente ai nostri fini il capitolo V, intitolato "La lievitazione del sospetto nella contumacia", in cui Mereu dimostra come il carico di accuse a carico di un imputato contumace tenda ad aggravarsi esponenzialmente, fino a includere, a titolo di "prova", la contumacia stessa. Ebbene, Spataro non deve avere letto Mereu, perché ingenuamente ci rivela che solo poco a poco il ruolo di Battisti si dipana e si amplia nel corso dell’inchiesta e dei processi seguiti alla sua evasione. Arrestato nel 1979 nel corso della retata che colpì il Collettivo autonomo della Barona dopo l’omicidio Torregiani, condannato nel maggio 1981 a 12 anni e 10 mesi di prigione per partecipazione a banda armata e detenzione di armi, evade dal carcere nell’ottobre dello stesso anno. Sette anni dopo (!) si riapre il processo, lui assente (è in Messico). Questa volta lo si accusa di ben quattro omicidi e 32 altri crimini (più tardi saliti a una sessantina, stando alle richieste di estradizione). "E con questa condanna a vita", cito da Mereu, "si conclude, nel migliore dei casi, un processo che era iniziato per un sospetto leggero d’eresia". Ma qual è l’elemento nuovo che seppellisce Battisti sotto una valanga di nuove imputazioni? E’ l’arresto di Pietro Mutti, condannato in latitanza nel 1981, catturato l’anno dopo, successivamente all’evasione di Battisti. Appartiene adesso a un’organizzazione terroristica diversa dai PAC (Proletari Armati per il Comunismo) in cui militava Battisti - Prima Linea - e si "pente"; vale a dire che cerca di ottenere uno sconto di pena o addirittura la libertà con rivelazioni e denunce di ex compagni (meglio se latitanti, mi permetto di aggiungere). Nel caso di Battisti spiega che avrebbe ucciso di persona, lui complice, il maresciallo degli agenti di custodia Santoro e il poliziotto della Digos Campagna; che avrebbe partecipato con ruoli di "copertura" all’assassinio del macellaio Sabbadin; che avrebbe preso parte alla progettazione dell’omicidio Torregiani. Ma le rivelazioni di Mutti non si fermano qua. Tra le altre chiamate di correo, numerosissime, c’è quella delle organizzazioni palestinesi che avrebbero, secondo lui, armato le Brigate Rosse. Ne nasce un’intera inchiesta "la cosiddetta "inchiesta veneta"" che non approderà a nessun risultato. Diciamo che, quale testimone, Mutti non è tra i più attendibili.

I "dissociati"

E infatti Bruti Liberati, su Le Monde, mette le mani avanti. In almeno due casi "i delitti Sabbadin e Torregiani" Mutti non fu l’unica fonte dell’accusa. La sua testimonianza risultò coincidere con rivelazioni di altri imputati dei PAC che confessarono la propria partecipazione a singoli crimini, senza peraltro accusare altri. Dunque non dei "pentiti". Ciò costituirebbe elemento indubitabile di prova. Bruti Liberati omette di dire che quella del "pentito" non fu l’unica figura anomala che la "legislazione d’emergenza" italiana introdusse nel diritto, sulla scorta delle procedure dell’Inquisizione. Un’altra fu quella del "dissociato": un imputato che, in cambio di sconti di pena (minori di quelli spettanti al "pentito"), ammette i delitti che gli sono attribuiti personalmente, senza fare nome di complici, e assicura di essersi ravveduto (una variante soft dell’antico istituto dell’abiura). E infatti sono "dissociati" i coimputati di Battisti (Giacomini, Spina, Cavallina ecc.) le cui dichiarazioni, raffrontate ad anni di distanza con quelle di Mutti, danno corpo a una "prova". Secondo Bruti Liberati, un elemento probante nascerebbe dalla fusione tra ciò che dichiara un "pentito" e ciò che dichiara un "dissociato", sebbene entrambe le categorie abbiano per finalità una riduzione della condanna.

Le Monde come Il Resto del Carlino

Dove sarebbero, dunque, gli elementi di fatto contro Battisti? Il giornalista di Le Monde che ha intervistato Spataro, Salvatore Aloïse, pare indicarceli, in un paragrafo intitolato "Testimoni oculari". Si riferisce al caso Torregiani. "Un testimone ha visto tutto, seguito gli assassini, annotato il numero di targa, quando hanno cambiato macchina per fuggire". Verissimo. Solo che la cosa non riguarda affatto Battisti, per quanto il giornalista sembri crederlo. Riguarda semmai Sante Fatone, la cui madre era proprietaria della Renault 4 su cui avvenne il trasbordo, e che per questo fu condannato nel 1981 a 25 anni di prigione. Battisti quel giorno non c’era, non uccise Torregiani, non ne ferì il figlio (colpito accidentalmente dal padre,ormai lo sappiamo), non sparò e non fuggì. Dubito molto che Armando Spataro, durante l’intervista, abbia sostenuto il contrario (anche se dubito altrettanto che smentirà mai l’interpretazione opposta dell’intervistatore). Piuttosto Spataro, in relazione all’omicidio Sabbadin, ci spiega che dei testimoni oculari hanno visto sul luogo del delitto un personaggio simile a Battisti ("ed è in quel momento", narra con involontaria ironia, che il pentito Mutti entra in scena a confermare). Ah, benissimo. Peccato che, all’inizio dell’istruttoria Torregiani, ci si fosse trovati ad avere tra le mani due presunti assassini del gioielliere, entrambi alti "mentre i testimoni oculari riferivano che uno era alto e l’altro basso". Contraddizione brillantemente risolta dalla magistratura, con l’affermare che l’attentatore basso aveva aspetto così autorevole da sembrare alto (!!!). Bella istruttoria, del resto! Spataro, specializzato in "concorsi morali", dovrebbe giustificare il proprio "concorso morale" con le parole del collega d’istruttoria Alfonso Marra (oggi giudice) che, a proposito dell’uso della tortura negli interrogatori, così scriveva: "Nel caso che dalle violenze non derivi malattia, ma solo transitoria sensazione dolorosa senza obiettivabili alterazioni organico-funzionali, si parlerà di un altro reato: quello di percosse. In quest’ultima ipotesi, i fatti diventano di impossibile accertamento sul piano tecnico proprio perché in assenza di "malattia" manca qualsiasi riscontro obiettivo". Come dire che, in assenza di conseguenze fisiche durature dei maltrattamenti, i casi di torture a prigionieri (furono tredici durante l’istruttoria Torregiani) andranno derubricati a percosse, e poi archiviati, a meno che non sia la polizia stessa ad autodenunciarsi.

Permettetemi di sfogarmi

Spataro, Bruti Liberati, se hanno voglia di spendere parole, si pronuncino su questo e su tante altre distorsioni delle norme più elementari di giustizia, a cui la magistratura italiana si abbandonò negli "anni di piombo" (per dirne una, nel processo a Battisti, l’uso in istruttoria delle testimonianze di soggetti psicolabili, talora addirittura minorenni). Altrimenti io continuerò a ritenere Cesare Battisti vittima di una giustizia drogata, che non ha mai saputo accertare le sue responsabilità. Dunque a presumerlo innocente, come ogni buona concezione del diritto dovrebbe consentire. E la piantino, questi signori, di accampare questioni pretestuose (la nuova domanda di estradizione sarebbe valida perché successiva a condanna definitiva, due anni dopo il primo rifiuto francese del 1991: in realtà, la sentenza di Cassazione si limitava a confermare quella d’Appello). Nonché di richiamarsi a uno "spazio giuridico europeo". Da quando in qua le innovazioni giuridiche sono retroattive? Non è proprio ciò che rimproverate a Berlusconi? E poi sapete meglio di chiunque, cari magistrati, che Battisti c’entra con Al Quaeda, o anche con le "nuove Brigate Rosse", quanto i cavoli a merenda. Personalmente non mi importa nulla del ritrovato "progressismo" di certa magistratura. Vedo anzi una striscia rossa (di quale sostanza organica non lo dico: potrei essere incriminato) che lega i processi ambigui degli anni caldi della "emergenza" al macello di Genova, attuato dal centrodestra ma ordito dal centrosinistra. Fino all’assassinio di Carlo Giuliani, rimasto guarda caso impunito. Pronunciatevi su questo, signori magistrati, e solo dopo occupatevi del caso Battisti.

Non vi chiedo un pentimento. Una semplice dissociazione dai vostri colleghi sarebbe più che sufficiente.

da Carmilla

31.03.2004
Collettivo Bellaciao



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