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Niger, una tragedia del liberismo

di : Maradi
mercoledì 24 agosto 2005 - 10h44
JPEG - 14.3 Kb

di Marina Rini

da Maradi

Una lunga fila di mamme che aspettano in silenzio il loro turno, all’ombra di una tenda allestita da Medici senza frontiere nel Centro di riabilitazione nutrizionale di Maradi, una piccola città polverosa a 600 chilometri da Niamey, capitale del Niger. Le donne stringono al petto dei fagottini nudi, inanimati, avvolti nelle stoffe colorate per proteggerli dalle mosche. Al sole, la temperatura è di 40 gradi ma la maggior parte dei bambini ha freddo. Come Safiatou di un anno, così debole che la temperatura corporea è scesa a 36 gradi. Soffre di marasma, un decadimento fisico provocato dalla fame.

I bambini i più colpiti dalla malnutrizione

I bambini affetti da marasma, nel centro nutrizionale di Maradi sembrano dei piccoli vecchi: gli occhi acquosi e spenti, la pelle raggrinzita e vuota dalla quale spuntano le costole della gabbia toracica. Le teste di altri bambini ciondolano come pupazzi legati dietro la schiena con il tradizionale boubou variopinto della mamma. Sono gli ultimi arrivati e il personale sanitario deve valutare il loro grado di malnutrizione pesandoli e misurandoli con un braccialetto di plastica colorato. Dal colore rosso, giallo o blu dipende il futuro della loro vita. Se il braccio misura meno di 110 millimetri, il bambino è classificato gravemente malnutrito. ’infermiera mette il braccialetto di colore rosso e ricovera per cinque giorni il bambino in terapia intensiva e la madre riceve un pacchetto con del cibo. Se la circonferenza è tra i 110 e i 124 millimetri il bimbo si qualifica per il braccialetto giallo e la madre riceve 5 litri di olio e 25 chili di Unimix, composto da 80% di mais e 20% di soia arricchita da proteine, fibre e lipidi. «Quando il bambino comincia a mangiare e a prendere un po’ di peso - spiegano i sanitari di Msf - passano al braccialetto blu e possono tornare tra un mese per i controlli. Ma le mamme non possono tornare più di tre volte».

Più in là, sotto un altro tendone bianco c’è un via vai di medici, ma i giornalisti non possono entrare. Ci sono i casi più gravi. Si intravedono i piccoli corpicini avvolti nella carta di alluminio per tenerli caldi, ma quando la temperatura scende a 34,5 gradi è il punto di non ritorno. Il dottor Kadri Koda, un medico nigerino che lavora per l’Unicef, precisa che la malnutrizione provoca una serie di complicazioni che rendono difficili le cure: malaria, diarrea, polmoniti e anemia. «Il silenzio dei bambini mi angoscia, solo quando cominciano a piangere mi rassicuro. Significa che piano piano riprendono le forze», conclude il medico.

Le cause della crisi: cavallette, carestia e liberalizzazione dei prezzi In sei mesi dall’inizio dell’operazione di urgenza in Niger l’organizzazione umanitaria ha ammesso nei 6 Centri di recupero e nei 33 ambulatori nutrizionali oltre 16.000 bambini «severamente» malnutriti e distribuito cibo a circa 50.000 bimbi a rischio. Il World Food Programme , l’agenzia delle Nazioni Unite che distribuisce cibo in 80 aree di crisi nel mondo, stima che circa 2,5 milioni di nigerini siano stati colpiti da una crisi alimentare senza precedenti nella storia del Paese.

Due anni senza pioggia, e quindi senza raccolto, e una drammatica invasione di cavallette che ha bruciato tutti campi nel sud del Sahara, hanno messo in ginocchio il secondo Paese più povero del mondo. Il risultato del magro raccolto è stato l’aumento vertiginoso dei prezzi: il miglio è salito del 30%, il sorgo e il mais del 60%. L’80% dei nigerini, che vive con meno di un dollaro al giorno, si è trovato nell’impossibilità di acquistare il cibo. Chi possedeva capi di bestiame li ha venduti a poco a poco per comprare il miglio, gli altri hanno cominciato a mangiare foglie e radici. «L’anno scorso una tia di miglio, l’unità di misura che corrisponde ad una ciotola da due chili e mezzo costava 0,15 centesimi di euro, oggi il prezzo è schizzato a 875 franchi, quasi un euro e mezzo. «La gente è troppo povera per comprare il cibo a questi prezzi - spiega Jandù, un giornalista di una radio di Aderbissanat, un villaggio tuareg a un centinaio di chilometri da Agadez - Le famiglie nomadi tuareg sono state le più colpite. La siccità ha decimato i cammelli, il bene più prezioso per la tribù. Il resto del bestiame è stato tutto venduto per mangiare, a prezzi stracciati. Se prima ci voleva solo una capra per comprare da mangiare a tutta la famiglia, oggi ce ne vogliono tre».

Gli aiuti umanitari Dalla prima settimana di agosto il Wfp ha lanciato un ponte aereo da Brindisi a Niamey per trasportare 950 tonnellate di Unimix e 100 tonnellate di biscotti proteici. Fino al 23 agosto un grosso aereo Ilyushin-76 e un Boeing 747 si alternano in una corsa contro il tempo che sta dando buoni risultati. Le strade del Niger sono percorse in lungo e in largo da vecchi bisonti della strada con rimorchio carichi di sacchi di cibo. Le prime distribuzioni gratuite sono cominciate grazie alle Ong attive sul campo, ma per ora solo nei grossi centri.

Nei villaggi intorno a Tanout, a sud di Agadez, gli adulti hanno abbandonato le misere costruzioni di terra e paglia per andare a cercare qualcosa da mangiare o dell’improbabile legna nel deserto per venderla al mercato e poter comprare il miglio. Rannicchiati al buio delle capanne sono rimasti solo vecchi e bambini. «Questa crisi ha colpito solo i più piccoli - spiega Mashoul Yaro Sarki, consigliere comunale di Tanout - Ha visto che nessun adulto soffre di fame? Qui da noi, se il cibo è poco lo mangiano i genitori perchè devono lavorare e i bambini aspettano tempi migliori». «È vero - si difende Indo, 28 anni, e mamma di Salima una bimba di 21 mesi - ma io non ho nulla, non ho più latte. Non posso dare alla bambina foglie e frutti selvatici che mangio io, non può masticare».

Indo è arrivata nel Centro nutrizionale dell’Unicef di Maradi portando Salima in gravi condizioni. Riesce ad allattare la piccola solo per pochi secondi, prima che la testina scivoli giù con gli occhi chiusi. «Da due anni non riusciamo a coltivare nulla, non ci è rimasto più niente per mangiare. Ho paura per mia figlia», balbetta preoccupata Indo, il viso è tirato dalla stanchezza, il corpo esausto per la lunga marcia sotto il sole da Koumaji, che dista 35 chilometri. È la seconda volta che la mamma chiede aiuto al Centro, sei mesi fa Salima stava per morire ma l’anno salvata in tempo.

Una tragedia che si poteva evitare Secondo le organizzazioni umanitarie negli ultimi sei mesi sono morti una quindicina di bambini al giorno, una tragedia che poteva essere evitata se il primo allarme lanciato un anno fa fosse stato ascoltato. Già nel novembre del 2004 nel quadro del «Dispositivo nazionale di prevenzione e di gestione delle crisi alimentari», messo in piedi con la collaborazione dei Paesi donatori e di diverse organizzazioni internazionali, il governo ha lanciato quello che avrebbe dovuto essere un programma ambizioso di vendita di cereali a prezzo calmierato. Da Niamey sono partite diverse centinaia di tonnellate di miglio per rifornire i mercati nigerini. L’obiettivo era duplice: rispondere ai bisogni della popolazione e frenare l’onda speculativa. È stato un disastro. I ricchi mercanti di Niamey hanno raccattato quasi tutto il cibo dai mercati e lo hanno rivenduto ai paesi vicini, come la Nigeria, facendo soldi a palate. I rimasugli di miglio e sorgo rimasti sui banchetti dei mercati restavano invenduti a causa dei prezzi esorbitanti, la gente ha cominciato a mangiare solo cetrioli selvatici e a vendere il bestiame sopravvissuto alla siccità.

La logica neoliberale imposta dal Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale ha impedito che il governo potesse distribuire il cibo gratuitamente ai più bisognosi. Il presidente, appena eletto, ha dovuto istaurare l’Iva del 19% su tutte le derrate alimentari di prima necessità. In un Paese fragile e povero come il Niger, la liberalizzazione dei prezzi della produzione agricola, che occupa il 70% della popolazione, è stata fatale. «Interferire nel libero mercato potrebbe rovinare il percorso di sviluppo del Niger», si era difeso il presidente. «A giugno, nei giornali locali sono stati pubblicati i primi articoli sulla crisi alimentare - ricorda Jandù - ma il governo ha cercato di negare tutto e ha messo in prigione un paio di giornalisti. Poi, ha espulso dal Paese un’infermiera di Msf che aveva rilasciato un’intervista». Solo da qualche settimana il governo ha deciso di fare marcia indietro e di comprare all’estero miglio e riso per distribuirlo nelle zone colpite dalla crisi alimentare. Ma il consigliere comunale di Tanout, Yaro Sarki, denuncia: «I sacchi di miglio inviati da Niamey alle amministrazioni locali sono arrivati, ma la distribuzione è stata fatta in base ai voti che ha preso il governo nei vari villaggi. Per esempio a Tazzai, un villaggio di 300 anime, ha preso 10 voti? Sono stati donati solo 10 sacchi!». Ad Abalak, domenica 7 agosto, è scoppiata una rivolta di fronte al deposito di una organizzazione umanitaria perchè i bella, i tuareg neri si sentono discriminati nella distribuzione.

In un’intervista alla Bbc, accordata alla fine di luglio il presidente Mamadou Tandja ha comunque minimizzato la situazione e ha detto che in Niger non c’è la fame e le crisi alimentari sono ricorrenti, accusando le Ong di drammatizzare la situazione per ottenere più fondi. «In parte è vero - afferma il giornalista Jandù - . In Niger non è stata colpita tutta la popolazione ma solo i bambini, i più vulnerabili. Ma perché in Mali, che è stato colpito dalla stessa siccità e invasione di cavallette, non è morto nessuno? Lì il governo ha immediatamente distribuito gratuitamente 10.000 tonnellate di miglio alla fine dell’anno scorso e altre 11.000 recentemente. Certo, il commercio è vitale per il futuro del Paese, e capisco che con le tasse si posso costruire scuole e ospedali. Ma perseguire incondizionatamente le regole del libero mercato può essere devastante per i Paesi più poveri».

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