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de Luca Visentini via FR
Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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Una ’rivoluzione copernicana’ non impossibile

di : Dino Greco
giovedì 5 giugno 2008 - 22h23

Una ’rivoluzione copernicana’ non impossibile

di Dino Greco

Intervento di Dino Greco alla presentazione della I Mozione

L’esito del voto è così eloquente da non lasciare margini di equivoco. Il cartello della Sinistra Arcobaleno, unita sotto il nuovo simbolo, raccoglie a Brescia e provincia il 2,6%, la Lega il 27,2: dieci volte tanto. E sono, in gran parte, voti di popolo, voti operai. Ma non è un fulmine a ciel sereno. Di eclatante c’è l’annientamento della rappresentanza parlamentare dell’intero arcipelago rosso-verde, ma il processo politico è da tempo sotto gli occhi di tutti. Anche se si è fatto di tutto per esorcizzarlo, per sovrapporre alla realtà una comoda (ma quanto autolesionistica!) interpretazione ideologica: quella per cui gli operai -e qui ce ne sono tanti- non possono che stare a sinistra. Dunque, abbiamo a che fare con un sommovimento profondo della società che ha ridislocato parte consistente di quegli strati sociali che la sinistra avrebbe l’ambizione di rappresentare. Oggi lo si scopre attraverso il trauma elettorale che di quel processo è l’espressione contabile, l’effetto, non la causa.

Ma se la crisi della sinistra ha questa dimensione, non provvisoria e perciò non transitoria, sarebbe letale attendersi resurrezioni a breve. Occorre scavare nelle cause profonde e remote. Non solo in quelle estemporanee, legate alla escogitazione veltroniana del cosiddetto ‘voto utile’, oppure della forzosa articolazione bipolare della rappresentanza parlamentare favorita da una legge elettorale iper-maggioritaria, ben peggiore della legge truffa che nel ‘53 suscitò ben altra risposta nella sinistra. Tutte cose vere. Ma una forza che si ispira al lavoro e che lì si propone di mantenere le proprie radici non può nascondere una ecatombe politica di queste dimensioni dietro le scelte del PD. Non è mai prova di saggezza imboccare la scorciatoia consolatoria e autoassolutrice di attribuire ad altri la propria crisi di consenso. Se si indugia a lungo su questo crinale ci si consegna ad un patetico declino, davvero irreversibile.

Bisogna allora prendere il coraggio a due mani e guardarsi dentro. La sinistra ha per due anni condiviso un’esperienza di governo nella quale l’emergenza salariale, la lotta alla precarietà, lo stato crescente di vera e propria indigenza di estese masse non hanno avuto alcuna seria, percepibile risposta. La sinistra è apparsa ininfluente e persino grottescamente irridente quando qualche suo esponente si affannava a dire che ‘anche i ricchi piangono’ e che ’stiamo cambiando l’Italia’, mentre nessuno se ne accorgeva. Il sindacato ha poi fatto la sua parte, congelando il conflitto e sottoscrivendo un accordo (quello su welfare e dintorni) che ha avuto sulle condizioni dei lavoratori e dei pensionati l’effetto di un impacco caldo su una gamba di legno.

Non basta, per rappresentare il lavoro, dire cose giuste: sui bassi salari da aumentare, sulla precarietà da combattere, sul welfare da ricostruire. E non si tratta di offrire ‘prodotti’ accattivanti sul mercato della politica. Occorre perseguire lo scopo. Occorre fare la fatica di ri-organizzarsi nei luoghi di lavoro e di vita, nelle fabbriche e nel territorio, dove la politica è stata sciaguratamente espiantata. Una sinistra di opinione lascia il tempo che trova, diventa un circolo autoreferenziale, privo di antenne che le permettano persino di capire cosa succede. Quando lo spazio pubblico si riduce all’esibizione dei suoi leader nel talk show televisivo, alla messa in scena della competizione nel teatrino mediatico, la sinistra, fatalmente, soccombe. Perché essa o è sociale o non è.

Qualche tempo fa, per descrivere quella che a molti appariva una incomprensibile schizofrenia politica, usai la formula ‘leghismo rosso’, denunciando il pericolo di una metamorfosi già in pieno dispiegamento, quella dell’operaio Cgil, magari sindacalizzato e conflittuale, che al dunque volge il suo voto a destra. L’ossimoro è tuttavia solo apparente e la contraddizione non sta nella realtà, ma nell’inadeguatezza delle nostre categorie interpretative. Quando Bossi dice che è la Lega che rappresenta il lavoro non si riferisce ai lavoratori come classe (alla quale noi continuiamo ad attribuire connotati di granitica compattezza ideologica), ma al lavoratore isolato, passivizzato nella sua individualità, deprivato di un’identità collettiva e, inesorabilmente, di una coerente progettualità politica. Quando il lavoratore non ce la fa collettivamente, il suo sguardo rincula nel particolare, il suo particolare. E mette in atto tecniche di sopravvivenza, di pura autodifesa, anche ai danni del proprio contiguo più debole.

La sua concezione del mondo, delle relazioni sociali diventa un impasto eterogeneo, una sorta di sincretismo ideologico. Allora può avvenire (ed avviene) che alla solidarietà ‘orizzontale’ (fra operaio e operaio, fra lavoratore e lavoratore) se ne sostituisca una ‘verticale’, fra l’operaio e il suo datore di lavoro al quale ultimo questuare qualche ora straordinaria, necessaria per tirare avanti o per mandare il figlio a scuola, magari contendendola al suo compagno di linea. E magari, sempre all’unisono con il proprio padrone, inveendo contro il fisco esoso che tartassa il reddito di entrambi. Si forma così una nuova identità che non è più di classe, ma solo di luogo, di etnia (presunta o reale), di chiusura paranoica, fondata sulla paura, generatrice di razzismo e intimamente reazionaria. Così, mentre alla Masterplast di Cornate d’Adda muoiono un operaio di Vimercate ed un ragazzo del Burkina Faso, uniti nella materialità della loro condizione di lavoro e persino nella comune drammatica fine, passa un’ideologia che li rappresenta come nemici, antagonisti irriducibili in un mondo nel quale si dà ad intendere che non vi sia posto per tutti.

La risposta della sinistra, il cartello elettorale, è nata come stato di necessità, di fronte al precipitare della crisi di governo, delle elezioni, della scelta di rottura a sinistra del PD, già ampiamente sperimentata durante i due anni di compresenza al governo. Alle spalle non c’era però quel processo di ricerca, quell’incubatoio teorico e politico che solo potrebbe, nel tempo, dare sostanza e realtà non effimera ad una fase costituente più ampia o anche, più modestamente, ad un progetto federativo. Lo testimonia il fatto che il clamoroso insuccesso elettorale si è risolto, nel volgere di 24 ore, in una centrifuga che ha istantaneamente dissolto quella che era stata presentata come una marcia irreversibile. Insistervi, come se nulla fosse, equivale ad una recidivante negazione della realtà che è indice di un preoccupante stato confusionale. A sinistra non c’è spazio per partiti-contenitore. O per partiti del Capo. Eppure è proprio questo che è avvenuto. Le ‘case della sinistra’ sono rimaste il nome diverso dato a qualche sede del PRC, mentre la cosiddetta sinistra diffusa, senza appartenenze, si è centrifugata in un profluvio di iniziative generose quanto inconcludenti dove ho avuto spesso la sensazione che la questione sociale, la questione operaia e la materialità della condizione di vita di gran parte del popolo fossero considerate come un modo vecchio, rétro, di affrontare le cose. Senza vedere che proprio lì sta un punto nodale della crisi della sinistra: altri, in modo perverso e magari fraudolento, lo fanno al posto nostro.

Ovviamente, non ci sono, a portata di mano, ‘ricette per l’osteria dell’avvenire’. Personalmente, diffido dei ‘costruttori di soffitte’, di coloro che sono espertissimi nello sciogliere, nel dissolvere, senza davvero mai costruire. Sarà che dalla Bolognina in avanti ne abbiamo viste davvero troppe. Due cose da evitare: la scorciatoia catartica, volontaristica verso una ‘cosa’ altra e nuova che è tale solo perché sopprime il ceppo da cui proviene e l’illusione che tutto si può risolvere con una semplice riesumazione iconografica. O ai simboli corrisponde una sostanza o divengono un feticcio utile a coprire una sostanziale impotenza: entrambe le prospettive conducono sullo stesso binario morto.

Più che una ricetta (magari ve ne fosse una!) un’osservazione di metodo: ricostruire la presenza della sinistra in tutti i luoghi della vita associata; lavorare alla creazione di circuiti di democrazia partecipata ostruiti o mai attivati; ricominciare a interrogare la realtà, riconnettendosi e dando risposte, qui ed ora, ai bisogni sociali che non possono attendere; esercitare ovunque una pressione conflittuale sui poteri costituiti, dismettendo l’abitudine di considerare che o sei rappresentato nelle istituzioni o ti è preclusa ogni agibilità politica. E lavorare nella realtà, anzi, nelle realtà, per immersione. Senza la spocchia di chi pensa sempre di saperne una più degli altri, ma senza mai tirarsi indietro, senza alcuna rinunzia ad esprimere un punto di vista, una risposta, a proporre una soluzione.

Poi c’è il sindacato. E’ di cruciale importanza l’esito del ruvido confronto ormai maturo, dentro la Cgil. E’ piuttosto evidente che neppure il sindacato influisce più (o sempre meno) sulla formazione delle idee e di un’identità collettiva dei lavoratori che pure organizza nelle sue file. Un sindacato che interpreta il conflitto come patologia delle relazioni sociali è destinato a rifluire dentro un’autodistruttiva ideologia interclassista, dentro un’idea subalterna e collaborativa, a-conflittuale dei rapporti fra lavoro e impresa che del sindacato cambia i connotati in quanto nega in radice una soggettività politica e culturale del lavoro. La tendenziale trasformazione del sindacato in un sindacato dei servizi può sì fornire (parziali) risposte a bisogni individuali, ma compatibili con qualsiasi concezione del mondo, dei rapporti sociali, anche i più lontani da quella solidaristica ed egualitaria. Insomma, la bizzarra tesi di un sindacato che gode di ottima salute mentre i lavoratori vivono una macroscopica condizione di marginalità economica e sociale è il segno palpabile di una deriva burocratica che dobbiamo tentare di arrestare. Anche in questo caso occorre agire dal basso e dall’alto. Per reinsediare il sindacato nel territorio, riformandolo dentro uno statuto di democrazia integrale, dove la sovranità dei lavoratori su ogni atto negoziale diventi un imperativo imprescindibile.

Del sindacato (cominciando dalla Cgil) occorre ripensare la ‘forma’, riarticolando la confederazione come una rete molecolare di Camere del lavoro comunali, una per ogni campanile, centro di annodamento e di organizzazione delle lotte sociali, punto di intersezione fra diritti nel lavoro e diritti di cittadinanza. Dovremo impegnare una dura battaglia per rilanciare il ruolo universale, solidaristico del contratto nazionale di lavoro e, contemporaneamente, per reinventare una contrattazione articolata che unifichi tutti i lavoratori in ogni sito produttivo e lungo la filiera che concorre alla generazione del prodotto. Fare tutto ciò equivale ad una ‘rivoluzione copernicana’, difficile, perché controcorrente, ma non impossibile.



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