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NEMMENO IL DESTINO

di : Enrico Campofreda
sabato 18 settembre 2004 - 15h27

di Enrico Campofreda

Fra gli ideali dei nonni ricordati ne “I nostri anni” e i disagi dei nipoti di questo “Nemmeno il destino” Gaglianone mostra anche la disfatta di vita della generazione del boom, vissuta in una Torino operaia tutta fabbrica, dovere e sacrifici, per finire malati e reietti, quasi larve umane.

È quel narrare una vita dura, sfibrante, meschina che s’affaccia anche nel nostro cinema troppo dedito al buonismo. Apprezziamo il coraggio del regista, torinese d’adozione, che s’infila senza fronzoli nella realtà di soggetti borderline. Lo fa con l’aiuto del libro di Gianfranco Bettin, che per impegno politico è un esperto di vite difficili (il film ne riprende il titolo, quello d’una canzone lanciata da Mina). Nel racconto c’è il piglio della denuncia propria di contemporanei maestri del cinema sociale: Ken Loach o i fratelli Dardenne. C’è lirismo ammantato da un’incommensurabile vena di tristezza che avvolge i protagonisti, piegati dal fato ma non vinti. E anche se qualcuno cade, non per tutti il destino riesce a essere così cinico e baro.

Gaglianone usa la pellicola in maniera essenziale, lo stesso fa coi dialoghi dei ragazzi; parlano ampiamente i silenzi, gli sguardi, i paesaggi, le dissolvenze e le buone note che l’accompagnano. Parla una ricerca di colori e di luci nordici, alla maniera di Kaurismaki. L’essenza del film sta nell’affermazione del regista stesso che ricorda come il lavoro sia dedicato a “quelli che non ci stanno, che pensano che ci debba essere un altrove da conquistare. È una rabbiosa elegia, un pianto gridato, un urlo silenzioso e muto come i fantasmi del passato e i mostri del presente”.

Trama

Alessandro quando s’alza al mattino trova la tazza del latte e i biscotti per la colazione: è la madre Adele a preparargliela. Ferdinando invece trova suo padre imbesuito dal vino davanti a un televisore sempre accesso. Inizia così per i due adolescenti ogni giornata che dovrebbero trascorrere a scuola, ma il difficile ambiente familiare non ne incentiva la voglia.
Alessandro parrebbe condurre una vita normale, certo non ha mai avuto un padre. Sua mamma Adele è stata una ragazza-madre, ha trascorso la vita nel collegio che l’ha accolta durante e dopo la maternità e la fa lavorare come donna delle pulizie. Per crescere il suo ‘Nini’ Adele ha continuato, anche in quel luogo a ricevere le visite del benestante signore che l’ha ingravidata e periodicamente continua a usare il suo corpo. Mensilmente fa pervenire alle suore del collegio una busta gialla con denari per la donna. Da parte sua Ferdi ha smarrito la madre, lei ha abbandonato l’abitazione familiare dopo la progressiva deriva verso l’alcolismo del marito ex operaio.

Con queste difficili esistenze i due ragazzi si recano a scuola senza afferrarne lo scopo. Verso gli insegnanti c’è una chiusura aprioristica: distanti i linguaggi, le visioni del mondo, le aspettative, lo spirito della vita. I professori s’inaridiscono e si burocratizzano dietro ai programmi ministeriali per sbarcare il lunario, e propongono trite e nozionistiche lezioncine di matematica o storia. I nostri non le seguono, non comprendono la finalità di quella specie di rappresentazione del sapere. Così evadono. O col repertorio d’uno stupidario scherzoso o con la fuga dai propri quartieri-dormitorio, ghetti operai sopravvissuti alla dismissione dell’attività industriale.

Non lontano dalle brutture dell’edilizia pseudo-popolare che ingloba le ex famiglie proletarie in squallidi spazi abitativi intensivi, c’è una meravigliosa natura con torrenti e montagne. Lì i due amici si rifugiano in compagnìa d’un terzo, Nino, figlio di meridionali, anch’egli spiantato e senza futuro. In quel luogo i ragazzi si sentono liberi fra lazzi, acrobazie, nuotate nelle gelide acque del fiume. Ma non durerà: Nino sparirà presto. Un giorno dirà ai compagni che andrà via e non si presenterà più né alle comparsate in classe né agli spensierati incontri all’aria aperta. Ale e Ferdi proseguono a vagare senza meta su un motorino nella brulla periferia e non trovano un senso a giornate sempre uguali.

Tornare a casa significa osservare il volto sgradevole della realtà: il padre alcolista dell’uno, la madre ormai in preda a deliri depressivi dell’altro. Realtà scomode per le quali non bastano le amorevoli attenzioni che il bidello Angelo e sua moglie Margherita rivolgono ad Alessandro, che tanto gli ricorda il loro figliolo prematuramente scomparso in un incidente in montagna. Non bastano neanche a Ferdi gli sguardi languidi d’una graziosa compagna di classe che stravede per lui. Il giovane è colpito da angosce e delusioni e non riesce a pensare all’amore. La vita gli si mostra avara e nella sua confusione ha un’unica certezza: non farsi fregare come il genitore bruciato dalla fabbrica prima e dall’alcol dopo.

La sua esistenza però sarà più breve e tragica: pone fine egli stesso all’assenza di prospettive e di sogni gettandosi con l’inseparabile motorino da un terrazzo dell’ennesimo palazzo in costruzione. Anche l’amico Alessandro sarà protagonista d’un momento di follìa incendiando l’appartamento dove vivevano Angelo e Margherita, dopo che i due ne hanno subìto lo sfratto. In solidarietà con la coppia il giovane compie quella vendetta ma anziché finire in un carcere minorile viene affidato a una comunità di recupero. Ale si chiude in un ermetico silenzio, non parla con nessuno, men che meno con l’adrenalico responsabile della comunità. Poi, durante una gita in montagna, tenta la fuga e viene inseguito proprio da quest’ultimo che teme il gesto inconsulto. Ma Alessandro non lo farà, siederà su un dirupo prospiciente a un lago alpino a respirare l’aria di libertà che solo la montagna può dare, ricordando le spensierate risa e gli scherzi degli amici perduti per sempre.

Regia: Daniele Gaglianone
Sceneggiatura: Daniele Gaglianone, Giaime Alonge, Alessandro Scippa.
Tratto dal romanzo di: Gianfranco Bettin.
Direttore della fotografia: Gherardo Gossi.
Montaggio: Luca Gasparini.
Interpreti principali: Mauro Cordella, Fabrizio Nicastro, Giuseppe Sanna, Lalli, Gino Lana, Stefano Cassetti.
Musica originale: Giuseppe Napoli
Produzione: Domenico Procacci, Gianluca Arcopinto, Pierpaolo Trezzini.
Origine: Italia, 2004.
Durata: 1h50’

In rete: Fandango. Approfondimento: Spietati.it / Tam Tam. Gaglianone in Lankelot: “I nostri anni” (a cura di Campofreda)

http://www.lankelot.com



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