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IL PERCHE’ DELL’OTTO MARZO

vendredi 7 mars 2003 - Contacter l'auteur

IL PERCHE’ DELL’OTTO MARZO



L’otto marzo del 1908, negli Stati Uniti, un grande
incendio divampò in una fabbrica tessile. Il disastro
causò la morte di 129 giovani donne, soffocate perché impossibilitate
a varcare un’uscita sbarrata di proposito, nel tentativo
di impedire alle operaie di uscire durante l’orario
di lavoro. In seguito, nel 1921, questa data fu adottata
dalla Seconda Conferenza Internazionale delle Donne Comuniste,
come giornata della donna, in ricordo della tragedia. Gradualmente,
la giornata dell’otto marzo, ha assunto non solo il
valore di commemorazione, ma anche il punto di partenza per
l’apertura di un dibattito che richiami l’attenzione
sulle possibilità del riscatto dall’iniquità e
dalle vessazioni che la donna ha dovuto subire nei secoli.
In Italia la giornata della donna è diventata una
celebrazione regolare a partire dal 1946.

Questo, per quanto riguarda la storia. Ma gettiamo uno sguardo
al presente : cosa pensa una ragazza all’avvicinarsi
dell’otto marzo ? Pensa a organizzare una serata diversa,
con le amiche. Pensa ad auto-procurarsi furtivamente un mazzetto
di mimose, per non sfigurare di fronte alle altre donne,
quelle che hanno dei mariti, amici o amanti pronti ad eseguire
la corvè del mazzolino. Note a tutti sono le serate
d’euforia, in cui bande di donne si affollano nei locali
di spogliarello maschile, in quella che altro non è,
che una triste trasgressione controllata, e venduta a caro
prezzo. Sono gruppi d’amiche che si abbandonano alla
volgarità del “tutto è concesso”,
per poi tornare, il giorno dopo a correre dietro a figli
e mariti impazienti. All’emarginazione sul lavoro,
(che spesso è un’auto-emarginazione, un desiderio
di restare nell’ombra per lasciar fare agli uomini “quel
che è degli uomini” – politica, direzione,
competitività).
Qual è l’origine effettiva della festa della
donna ? E’ difficile rintracciare nella banalizzazione
estrema dei nostri giorni, un briciolo del valore originario
a lei attribuita.

E’ dunque legittimo chiedersi il perché della
perseveranza di una festa della donna, che non è più per
la donna. Come sentire propria una festa che ci fa ancora
una volta oggetto invece che soggetto, in linea con la mercificazione
del corpo femminile, così sfacciatamente esibito nelle
riviste e sfruttato per la vendita di prodotti e servizi ?
Sabato scorso, sulla Stampa, Mina ha scritto un articolo
contro la festa della donna, o meglio contro quel che essa è diventata,
violentata dal folclore femminista, schiavizzata da una società di
consumazione di massa.
Personalmente, ho sviluppato un odio viscerale per le feste
imposte ; quei giorni in cui la pressione sale al punto che
non si riesce mai ad essere felice veramente, perché la
paura di non esserlo “in un giorno così speciale”,
ci rende tutti paranoici, e incapaci di assaporare una vera
felicità.

Perché allora, nella fuga di significati che attanagliano
il nostro vocabolario, non ridare significato alle cose,
chiamandole con il proprio nome ? Perché non ribattezzare
l’otto marzo la « festa dei commercianti » ?
In fondo sono i commercianti che traggono il massimo vantaggio
dalla perseveranza di feste come queste, fregandosi le mani
al pensiero dell’incremento delle vendite di cioccolatini,
profumi, gioielli, e degli immancabili fiori. Perché,
una donna non è una donna se non ha il suo mazzetto
di mimosa in bella vista. Finiti sono i tempi in cui ricevere
un fiore poteva essere un piacere inaspettato, o una romantica
sorpresa ; oggi tutto è imposto del mercato, anche
e soprattutto i desideri. La mimosa, fiore delicato e forte,
dovrebbe simboleggiare la duplice natura delle donne. In
Italia pare che se ne vendano circa 11 milioni nel giorno
della festa della donna. Un bell’affare, davvero.

Guardando ciò che circola in rete a proposito della
festa della donna, sono caduta su questa frase, che campeggia
nella pagina di un noto motore di ricerca italiano :

“A Natale il vostro regalo non è stato apprezzato
perché lo avete scelto con fretta ? Ahi, ahi... Vi
siete dimenticati di San Valentino ? Passi anche questo...Ma
la festa della donna, no. »
… e via con la mitragliata di proposte commerciali, in una banalizzazione
senza limiti. Mi pare che ci sia poco da festeggiare.

L’otto marzo come simbolo dell’emancipazione
 ? Emancipiamoci dal simbolo ! L’essere donna non ha
bisogno di feste lucrative e di languidi bigliettini di auguri.
Tutto questo festeggiare tra fiori e baci e cenette, non
fa certo omaggio allo spirito ribelle originario alla festa.
E poi, ricordiamoci che l’identità femminile,
non ha bisogno di una festa, che presume di glorificarla
servendosene a fini mercantili. Cosi’ come la capacità delle
donne di farsi garanti dell’equilibrio della famiglia
e dell’ordine sociale, attraverso l’educazione
dei figli, il sacrificio, la modestia, la generosità,
non ha bisogno di essere sbandierata ai quattro venti per
esistere.
Ben vengano le iniziative che sensibilizzano l’opinione
pubblica sui problemi legati ancora oggi alla condizione
femminile, per promuovere l’aumento della misera rappresentanza
che le donne hanno nella politica, il rispetto per il corpo
femminile, l’alfabetizzazione, condizioni di lavoro
più giuste, maggiore considerazione sociale. Ma per
carità, boicottiamo la mercificazione della festa,
che non fa che svilirla e svuotarla di ogni significato.

Laura Chiesa
07.03.2003

Mots clés : Dazibao / Femmes-Féminisme / Italie /
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