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Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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Cicatrici di guerra sul volto moderno del capitalismo

di : samir amin
sabato 20 gennaio 2007 - 16h47
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Alla vigilia di Nairobi, un incontro con l’economista Samir Amin, presidente del Forum Mondiale delle Alternative. Fra i temi toccati quello relativo all’inconsistenza del progetto europeo Tra i primi appuntamenti dai quali è nato il Forum sociale ci fu quello che venne chiamato «l’anti-Davos», piccolo ma marcatamente simbolico: vi parteciparono i rappresentanti delle grandi forze sociali, vittime delle politiche capitalistiche

di Giuliano Battiston

Un capitalismo dal volto umano? «Pura illusione». L’altermondialismo moderato? "Una ingenuità". L’Europa? «Ancora non esiste». Lontano dalla prudente retorica del politically correct, instancabile promotore di alternative politiche ed economiche al dogma neoliberista dominante, l’economista egiziano Samir Amin ha fatto del linguaggio schietto, del rigore analitico e della passione militante gli strumenti della sua decennale battaglia per anteporre l’uomo e i suoi bisogni al profitto.

Convinto sostenitore della necessità di affiancare le rivendicazioni relative alla giustizia sociale e la critica delle inuguaglianze intrinseche alla globalizzazione capitalistica con una radicalizzazione della lotta politica capace di radunare le multiformi energie dei movimenti altermondialisti, Samir Amin è un autore estremamente prolifico, i cui testi sono letti e discussi sia da quanti intendono trasformare l’eterogeneità dei «movimenti» in un attore politico collettivo, sia da quanti temono le derive della loro politicizzazione.

Secondo una certa vulgata liberale e conservatrice, non solo il mercato sarebbe l’unico strumento di regolamentazione della società, ma la stessa promozione e universalizzazione dei diritti dipenderebbe dai processi di globalizzazione economica. Come si dovrebbe articolare il rapporto tra la globalizzazione, nella sua forma attuale, e i diritti fondamentali?

Il discorso dell’ideologia dominante, che stabilisce una assoluta uguaglianza tra democrazia e mercato, in base alla quale non c’è democrazia senza mercato e il mercato stesso crea le condizioni perché si affermi la democrazia, è un discorso volgare, di pura propaganda, che non ha niente a che vedere né con la realtà storica, né con la sua analisi scientifica. Esiste invece una contraddizione assolutamente fondamentale in questa retorica dominante, la quale, riducendo la democrazia alla sua dimensione politica, e tale dimensione alla forma della democrazia rappresentativa, la dissocia dalla questione sociale, che si ritiene possa essere regolata dalle funzioni del mercato; o, meglio, di un mercato immaginario.

La teoria del capitalismo immaginario degli economisti convenzionali, per cui il mercato generalizzato tenderebbe all’equilibrio, ritiene che la società sia formata semplicemente dall’insieme degli individui che la compongono, senza tenere conto del modo dell’organizzazione sociale, dell’appartenenza alla famiglia, alla classe sociale, alla nazionalità: dimenticando, dunque, quella che per Marx è una verità naturale, ripresa poi specialmente da Karl Polanyi, ovvero che i valori economici sono «incassati» nella realtà sociale.

Se tra mercato globale e diritti esiste una contraddizione fondamentale, attraverso quali strumenti è possibile costruire un percorso che permetta di superarla?

Non ho ricette, ma suggerisco di discutere, nella prospettiva di innescare strategie di lotta comune, su alcuni punti fondamentali, il primo dei quali ruota intorno all’idea che non ci può essere democrazia autentica senza progresso sociale. È un obiettivo che va nella direzione opposta al discorso dominante, che come abbiamo visto dissocia i due termini, e che è lontano dal pensiero di benpensanti, social-liberali e socialdemocratici, i quali ritengono che gli effetti negativi del capitalismo possano essere attenuati attraverso una parziale regolamentazione sociale. Per prima cosa occorre abbandonare il termine democrazia e parlare piuttosto di democratizzazione, intendendolo come un processo senza un termine; e ricordare, poi, che la necessità di associare la democrazia al progresso sociale è un obiettivo che riguarda tutti i paesi del mondo. Anche nei paesi cosiddetti democratici la democrazia è in crisi: proprio perché, dissociata dalla questione sociale, viene ridotta alla democrazia rappresentativa, e la soluzione dei problemi economici, e dunque sociali, viene trasferita al mercato. È una strada molto pericolosa: in Italia, come altrove, avete votato liberamente (o quasi, visto che il voto è fortemente condizionato dai media), eppure molti si chiedono: a che scopo votare, visto che il parlamento sostiene che alcune decisioni sono imposte dal mercato e dalla mondializzazione? In questo modo la democrazia viene delegittimata, e si corre il rischio di approdare a forme di neofascismo soft.

Secondo la sua analisi, il capitalismo e la globalizzazione sono sempre esistiti, ma dopo la seconda guerra mondiale saremmo entrati in una nuova fase, all’interno della quale va collocata la strategia degli Stati Uniti che estende la dottrina Monroe all’intero pianeta. Quali sono, a suo parere, le caratteristiche di questa nuova fase della globalizzazione, e quali gli obiettivi prioritari della strategia statunitense?

Alla base di questa nuova fase c’è una trasformazione della natura dell’imperialismo (parlo di imperialismo, e non di «impero», come fa Toni Negri): se fino alla fine della seconda guerra mondiale l’imperialismo si coniugava al plurale e le potenze imperialistiche erano in conflitto permanente tra loro, dopo abbiamo assistito a una trasformazione strutturale, che ha dato vita a quello che chiamo l’imperialismo collettivo della «triade» - semplificando un po’, Stati Uniti, Europa e Giappone - ovvero l’insieme di quei segmenti dominanti del capitale che hanno interessi comuni nella gestione del sistema mondiale. Questo sistema, che rappresenta una forma di nuovo imperialismo verso l’ottantacinque per cento della popolazione mondiale, «richiede» la guerra. Proprio questo è il punto in cui si evidenzia il progetto dell’establishment americano, che riflette l’orientamento della maggioranza della classe dirigente statunitense, di controllare militarmente il pianeta. Gli Stati Uniti hanno scelto di sferrare il primo attacco in Medioriente per una serie di motivi, due in particolare: per il petrolio e, attraverso il controllo militare delle principali regioni petrolifere del pianeta, per esercitare una leadership incontestata, per costituirsi come una minaccia permanente nei confronti di tutti i potenziali concorrenti economici e politici. Ma anche perché dispongono nella regione di quella che io definisco la loro portaerei permanente, lo stato di Israele, attraverso cui si assicurano uno strumento di pressione continuativa, funzionale alla occupazione della Palestina e, come si è visto, anche all’aggressione del Libano.

Lei ha sostenuto che il militarismo aggressivo degli Stati Uniti non è tanto un sinonimo di forza, quanto, piuttosto, un mezzo per bilanciare la loro vulnerabilità economica. Può spiegarci meglio cosa intende?

Secondo la retorica dominante, di cui sfortunatamente è vittima anche gran parte dell’opinione europea, la supremazia militare degli Stati Uniti rappresenterebbe la punta dell’iceberg di una superiorità in termini di efficacia economica e di egemonia culturale. La realtà, invece, è che gli Stati Uniti si trovano in una posizione di estrema vulnerabilità, che si manifesta nel deficit enorme contratto nel commercio estero, e da questa fragilità deriva l’opzione strategica della classe dirigente degli Stati Uniti che si risolve nell’uso dell’arma militare. Esistono persino documenti del Pentagono che dimostrano come gli Stati Uniti abbiano considerato possibile una guerra nella quale le vittime della loro aggressione atomica potrebbero arrivare a seicento milioni: come ha scritto Daniel Ellsberg, all’incirca il corrispettivo di cento olocausti.

Di fronte al protagonismo degli Stati Uniti, l’Europa sembra ancora incapace di articolare un progetto politico realmente alternativo. Come dovrebbe muoversi?

Per il momento, nonostante i tanti europei che se lo augurano, non credo proprio che l’Europa sia in grado di diventare un elemento alternativo all’egemonia degli Stati Uniti. Dovrebbe uscire dalla Nato, rompere l’alleanza militare con gli Stati Uniti, e emanciparsi dal liberalismo. Attualmente, però, le forze politiche e sociali europee sembrano tutt’altro che interessate a un simile progetto, tanto che - come già il vecchio Psi italiano - hanno rinforzato piuttosto l’atlantismo e l’allineamento alla Nato e al liberalsocialismo. Oggi non c’è un’altra Europa all’ordine del giorno. In questo senso l’Europa non esiste: il progetto europeo è semplicemente il risvolto europeo del progetto americano.

Eppure, i margini per costruire un’«altra Europa» ci sarebbero e lei li ha spesso individuati proprio nel conflitto di culture politiche che oppone l’Europa agli Stati Uniti...

Le culture politiche dell’Europa si sono formate nel corso degli ultimi secoli attorno alla polarizzazione del contrasto tra destra e sinistra: chi era a favore dell’Illuminismo, della rivoluzione francese, del movimento operaio, della rivoluzione russa, a sinistra; chi era contro, a destra. La storia dell’Europa è la storia di culture politiche del «non consenso», che estende il conflitto oltre la versione riduttiva della lotta di classe. La cultura degli Stati Uniti ha invece tutta un’altra storia, e si è formata come una cultura del consenso: consenso sul genocidio degli indiani, sullo schiavismo, sul razzismo. E sul capitalismo, dal momento che negli Stati Uniti esso non viene messo in questione e, se c’è lotta di classe, non esiste tuttavia nessuna politicizzazione di questa lotta. Le migrazioni successive, grazie alle quali si è costruito il popolo nordamericano, infatti, hanno sostituito alla formazione di una coscienza politica quella di una coscienza comunitarista. Oggi assistiamo a un tentativo di «americanizzare» l’Europa e di sostituire alla cultura del conflitto quella del consenso: si pretende che non ci sia più né destra né sinistra, non più cittadini bensì consumatori più o meno ricchi.

Il Forum mondiale sociale, secondo una ricostruzione superficiale dotata di una certa eco, sarebbe nato sulla scia delle manifestazioni altermondialiste di Seattle. Eppure, la storia del Forum ha una derivazione molto meno «occidentale» di quanto si creda. Può raccontarcela?

Tanto il Forum sociale mondiale non è una creazione dell’Occidente che il primo appuntamento è stato in Brasile; poi - non per caso - altri incontri si sono svolti a Mumbai, Bamako, Caracas e Karachi, mentre il forum che comincia domani ha scelto come sede Nairobi. Non bisogna dimenticare, inoltre, che a Seattle l’Organizzazione mondiale del commercio è stata messa fuori gioco non dai manifestanti nordamericani, ma dal voto della maggioranza dei paesi in via di sviluppo. Uno dei primi appuntamenti che hanno dato vita al Fsm è stato quello chiamato «l’Anti-Davos a Davos», la manifestazione - piccola ma fortemente simbolica - organizzata nel 1999 dal Forum mondiale delle alternative, grazie alla quale i rappresentanti delle vittime delle politiche del capitalismo liberale hanno potuto discutere l’agenda ufficiale di Davos. Eravamo pochi, ma rappresentavamo grandi forze sociali: sindacati indiani, coreani, brasiliani, organizzazioni di donne e di contadini, associazioni dell’Africa occidentale, difensori dei diritti sociali, movimenti brasiliani. Da lì è nata l’idea di fissare un altro appuntamento su una scala più grande.



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