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Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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Pulizia in stile Alemanno

di : Stefano Milani e Giacomo Russo Spena
lunedì 9 giugno 2008 - 02h43

Pulizia in stile Alemanno

di Stefano Milani e Giacomo Russo Spena

su Il Manifesto del 07/06/2008

Nel giorno in cui i magistrati attaccano il governo sul reato di clandestinità, 13 migranti finiscono il loro viaggio verso l’Italia in mare. Il naufragio raccontato dal capitano di un peschereccio, testimone diretto. Mentre a Roma e Milano i sindaci di centrodestra applicano la tolleranza zero e sgomberano e schedano i rom

Il sole è ancora basso quando le volanti si avvicinano. Una ventina, tra auto della polizia e dei vigili urbani. «Uscite, uscite, dovete andarvene da qui», gridano dai megafoni. Gli hanno già staccato luce e gas. Ma loro niente: «Da qui non ci muoviamo», ripetono fino alla noia. Siamo a Testaccio, nel cuore di Roma tra Trastevere e piazzale Ostiense. Sotto scorre il Tevere e lungo il fiume una fila di roulotte. La comunità rom - in tutto 130 persone tra rom, sinti e calderai nate in Italia ma di origine ungherese - è stanziata lì dal maggio 2007: ci è arrivata dopo aver subito un altro sgombero, anche se da una giunta di diverso colore. Prima erano accampati nel piazzale dello Spazio Boario, distante 200 metri in linea d’aria, lo hanno lasciato per far posto alla città dell’Altraeconomia. Ma la loro presenza nel quartiere risale quasi vent’anni fa.

E da allora non sono mai segnalati problemi con la gente del quartiere, dimostrando di inserirsi perfettamente nel tessuto urbano della città. Abbandonato il nomadismo, hanno continuato a svolgere i propri lavori consuetudinari: lavorazione dei metalli e artigianato. E c’è chi per vivere compra e vende automobili.

Poi ci sono i bambini. Una quarantina che vanno regolarmente a scuola. Quando la polizia fa irruzione nell’accampamento hanno già la cartella sulle spalle. La maggior parte di loro frequenta il vicino istituto Regina Margherita. «Sono perfettamente integrati con gli altri bambini italiani», dice Antonella una loro maestra. E i primi ad essere sorpresi sono proprio loro, non abituati a vedere tutta quella polizia davanti alle roulotte. «Andiamo papà che facciamo tardi a scuola», reclamano impazienti. Sei ore dopo, quando faranno ritorno al campo, troveranno le stesse facce, le stesse auto lampeggianti, le stesse divise. Li aspettano per procedere con lo sgombero. Ma così non sarà.

La notizia ormai ha fatto il giro della città e una piccola folla comincia ad arrivare davanti ponte Testaccio per esprimere solidarietà alla comunità: il mondo dell’associazionismo, attivisti del terzo settore, centri sociali e vari militanti del Prc. Si dicono indignati.

Aldo Hudorovic, il portavoce della comunità, non si capacita: «Neanche due giorni fa ho incontrato il sindaco Alemanno il quale mi ha assicurato che non ci avrebbero sgomberati, ne ora ne mai». E dire che qui il neosindaco aveva fatto proseliti durante la campagna elettorale. Molti hanno perfino votato per lui. «Ha promesso che avrebbe mandato in galera i delinquenti ed invece ora se la prende con noi», dice sconsolato Ivan, nato a Venezia e che vive al campo di Testaccio da quattro anni. «Sì, l’ho votato ma sono già pentito». Una cosa del tutto inaspettata: la giunta Veltroni aveva aperto con la comunità un tavolo di trattativa per nuovo posto saltato improvvisamente con l’avvento del nuovo sindaco.

Anche il legale della comunità, Fabrizio Consiglio, non si dà pace e continua a ripetere: «Non possono farlo, non possono farlo, è illegittimo. Su nostra precisa richiesta di mostrarci l’ordinanza che autorizza lo sgombero nessun membro delle forze dell’ordine ce l’ha fatta vedere». E pensare che nel 1993 arrivava anche un atto ufficiale del comune: il campo veniva regolarmente censito, anche se le utenze rimanevano un optional. Da allora la comunità ha iniziato il suo processo d’inserimento nel quartiere per la felicità dei negozianti limitrofi al campo che si trovarono da un giorno all’altro un centinaio di nuovi «clienti».

Non a caso ieri nessun cittadino s’è precipitato a dar sostegno alle forze di polizia. Nessuna Ponticelli. «E’ un atto inaspettato e vergognoso», dice Alfonso Perrotta del Villaggio globale, centro sociale, situato all’interno dello spazio Boario, che conosce da tempo questa comunità. «Non hanno mai creato nessun problema - aggiunge Perrotta - Con loro abbiamo collaborato su molti eventi». Iniziative sulla giornata della Memoria, un laboratorio sulle culture rom e sinti e interventi per contrastare lo spaccio della zona. Poi il Villaggio dava anche un sostegno logistico, fornendo l’attacco della luce e dell’acqua soprattutto l’inverno, per supplire alla mancanza del Comune.

Nel frattempo le ore passano e gli appelli degli istituzionali della sinistra, insieme a qualche singolo esponente del Pd, per «bloccare immediatamente l’operazione» aumentano. «Questo è un chiaro segnale che la questura e il sindaco hanno voluto dare al prefetto Mosca che ha rifiutato la logica degli sgomberi per una politica più attenta», dichiara il consigliere comunale dell’Arcobaleno, Andrea Alzetta, giunto sul posto fin dal mattino. Poi continua: «Alemanno fa queste azioni muscolari per rispondere ai suoi elettori, così non risolve però il problema nelle sue reali contraddizioni».

Verso le 17 arriva al campo la rappresentante del V dipartimento (politiche sociali) del Comune, Tiziana Orsi, che propone un’alternativa. Ma quando pronuncia «Castel Romano», gli animi dei rom si raffreddano: in quel campo, appena fuori Roma, sono «accolti» già 600 rom e le condizioni igienico sanitarie sono pessime. La comunità rifiuta il trasferimento ribadendo ancora una volta di essere «gente che lavora ed è integrata». Ne seguono altre ore di tensione, di trattative serrate. Orsi si attacca al cellulare per chiedere al gabinetto del sindaco come comportarsi. Intanto la gente presente sul luogo aumenta.

Alle 19 la svolta: alla comunità propongono di spostarsi a Tor Vergata. Una mezza vittoria considerando che prima non gli avevano dato alternative. «Li scorteremo personalmente nella nuova area individuata - spiega il comandante della polizia municipale, Antonio Di Maggio - Si tratta di una soluzione temporanea in attesa di un incontro con l’amministrazione». La comunità rom inizia a preparare le loro cose per la partenza e, alle 21, la lunga carovana di roulotte invade Lungotevere in direzione Tor Vergata. Qualche sorriso. In attesa di un nuovo sgombero dell’era Alemanno...



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