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Lotta nazionale dell’auto in Francia

di :
lunedì 23 luglio 2012 - 10h47

Era un segreto di Pulcinella: la direzione di Psa, come previsto, ha atteso la fine del periodo elettorale per rivelare il suo piano di soppressione di posti di lavoro e la chiusura della fabbrica di Aulnay-sous-Bois. Solo che il numero di posti soppressi eccede le più accreditate previsioni: 8.000 in Francia, di cui 3.500 a Citroen-Aulnay, e 1.400 a Citroen-Rennes. Psa spinge a fondo, forse per lasciarsi un piccolo margine di ritrattazione nel caso di eccessive difficoltà politiche.

Non bisogna lasciarsi ingannare dal quadro finanziario apocalittico presentato dalla direzione per giustificare i suoi pesanti tagli.

Essa stessa ha dovuto riconoscere che la chiusura di Aulnay era preventivata da cinque anni. La congiuntura non è cambiata al punto di far precipitare il gruppo da 600 milioni di euro di benefici nel 2011, di cui un terzo redistribuito agli azionisti, a centinaia di milioni di perdite nel primo semestre 2012. E’ evidente che, dietro, ci sono scelte di gestione che peraltro la Cgt specificamente denuncia.

Così, l’alleanza atlantica conclusa quest’anno con il trust Usa General Motors (Opel in Europa) è gravida di conseguenze economiche e politiche. Essa ha condotto Psa ad abbandonare il suo primo mercato d’esportazione, l’Iran (458.000 veicoli venduti l’anno scorso, quasi il 20% dell’export). E’ questa la prima causa del ripiegamento del volume d’affari per il primo semestre 2012. In prospettiva, è chiaro che Psa segue Renault e si impegna in un vasto processo di dislocazione dei siti produttivi e delle sue fonti di profitto, fuori della Francia.

Di passaggio, si misura qui la vacuità del concetto di “divieto dei licenziamenti speculativi (boursiers)” messo in primo piano nel programma di François Hollande (nozione d’altronde pericolosa in via di principio: non ci sono dei buoni licenziamenti capitalisti!). I capitalisti sanno crearsi delle perdite quando ciò serve a meglio massimizzare i loro profitti più tardi o altrove.

Il nuovo governo si confronta con una sfida politica di prima grandezza. Eletto, a sinistra, su un progetto di “risanamento industriale”, esso deve mantenere agli occhi dell’opinione pubblica un’opzione di opposizione al piano di Psa che dia una parvenza di risultato. Non è per esso possibile seguire l’attitudine del “dire la verità” così come era stata proposta da Lionel Jospin, il quale nel 1998 confessò la sua scelta di non-intervento nella chiusura della fabbrica Renault di Vilvorde in Belgio. Né può riprendere il linguaggio ambiguo di Sarkozy. Al contrario, non può che farsi carico della sua eredità. E’ appunto per questo che Psa ha lasciato passare le elezioni. Sarkozy si era mostrato abile. Non aveva esitato a denunciare la deindustrializzazione nel settore dell’auto, la delocalizzazione attuata dai gruppi francesi di produzioni subito reimportate. Ma questo discorso era servito solo a giustificare l’attribuzione di massicci aiuti pubblici: 6 miliardi di euro di prestiti vantaggiosi nel 2009, un miliardo di euro di sovvenzioni nel 2010. Tali aiuti si sono subito tradotti nei profitti dei costruttori, poi nei dividendi degli azionisti, senza che la loro strategia sia stata modificata.

Quale strada dunque per il nuovo governo e per il suo ministro di punta, Arnaud Montebourg? Da parte nostra, da parte dei comunisti, non manifesteremo alcun compiacimento per effetti d’immagine o per propensioni volontaristiche, destinate nei fatti a condurre i salariati e l’opinione pubblica alla rassegnazione.

Psa deve ritirare il suo piano: questo è tutto. Non è questione di negoziare, in connivenza con chi licenzia, una limitazione del numero di posti di lavoro soppressi, una quota di nuovi “giovani assunti”, una partecipazione finanziaria alla riconversione del sito di Aulnay. E non è questione di lasciar per questo stanziare nuovi aiuti pubblici, anche se distribuiti in nome della ricerca-sviluppo… Il ruolo delle autorità pubbliche non è quello di gestire piani di soppressione di posti di lavoro per renderli socialmente più accettabili. Già il presidente della Sncf (Società nazionale delle ferrovie francesi, n.d.t.) si sacrificherebbe per riprendere una parte del personale di Psa. Il colmo: la Commissione europea si dice sensibile al problema dell’impiego industriale in Francia. Basta con l’ipocrisia!

Sulla base dei suoi orientamenti fondamentali a favore del capitale, il governo di sinistra non andrà più lontano di tali maneggi, senza una decisa lotta nel Paese. Esiste un potenziale e considerevole rapporto di forza per imporre altre scelte, importanti possibilità di mobilitazione innanzitutto all’interno dell’impresa Psa, nell’insieme del settore automobilistico, poi al livello dei bacini d’impiego minacciati e infine nell’intero Paese in rapporto all’importanza di un’industria storica.

Il padronato e l’ideologia dominante si impegneranno ad isolare i lavoratori gli uni dagli altri. Essi sono pronti a tutto per “radicalizzare”, estremizzare una parte dei salariati, precisamente quelli che restano in Psa Aulnay, così da separarli da quelli degli altri siti. Tuttavia è minacciata l’intera impresa. Gli operai di Citroën-Rennes sono direttamente colpiti: i 1.400 tagli di posti di lavoro programmati seguono i precedenti salassi. Quelli di Peugeot-Sochaux sanno, per esperienza, di avere tutte le ragioni per dubitare che arrivi il loro turno. Si sa già come Psa cercherà di contrapporre i salariati di Vesoul, quelli di Aulnay, se non addirittura quelli di Opel sulle localizzazioni dei futuri centri logistici.

L’unità si impone con i salariati del subappalto, i primi ad essere attaccati dopo anni, così come con quelli di Renault, i quali hanno inaugurato – quanto a sofferenza – la strategia del capitale francese dell’auto. Questa strategia ha fatto passare in dieci anni la nostra industria, una delle sole al mondo in grado di padroneggiare tutte le fasi della concezione del prodotto e della sua produzione, dall’essere uno dei maggiori esportatori netti ad una situazione di deficit strutturale.

Comunisti, noi intendiamo lavorare a questa aggregazione di forze per l’azione, a partire da proposte di rottura che ne sono la condizione. Non c’è nulla da guadagnare negoziando i contorni di questo piano anti-sociale (o di quelli che seguiranno)! Lo Stato, il governo sono pienamente responsabili.

Psa deve restituire gli aiuti pubblici di ogni tipo ricevuti da anni. Questi raggiungono livelli tali che il gruppo Psa sarà sensibile alla pressione.

Lo Stato deve dare il buon esempio. Il cambiamento deve cominciare ora, col rovesciare la gestione di Renault, di cui lo Stato è sempre l’azionista di maggioranza, cacciando via Carlos Ghosn (amministratore delegato di Renault, n.d.t.). Questo gruppo, sotto il controllo pubblico, è stato il precursore nelle delocalizzazioni contro l’occupazione in Francia, a favore degli azionisti privati. Il processo deve essere invertito.

Occorre rompere con l’ordine capitalistico europeo che sta portando alla rovina i popoli, con il libero-scambio a oltranza. I capitalisti possono sfruttare gli operai romeni, dieci volte meno cari di quelli francesi. La moneta unica, l’euro, come i comunisti hanno denunciato sin dall’inizio, serve a esacerbare la concorrenza nella zona euro e, nello stesso tempo, a permettere ai capitalisti di sfruttare i salariati Ue a un prezzo risibile, fuori della zona euro. Le catastrofi sociali che stanno preparando i grandi gruppi capitalistici francesi esigono di rilanciare questi dibattiti, sulla scia del rifiuto della “costituzione europea” da parte del 55% del nostro popolo, nel 2005. All’inizio del quinquennio, Psa, Renault, Sanofi, Total sperano di far passare a poco prezzo le loro ristrutturazioni. Il governo spera di limitare i danni politici e preservare il suo impegno fondamentale a favore della Ue del capitale.

Comunisti, con i salariati dell’automobile, nell’interesse del popolo lavoratore, noi apriremo una lotta globale per mettere in scacco il piano di licenziamenti di Psa.



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