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L’imperdonabile Cuba

giovedì 1 gennaio 2009

L’imperdonabile Cuba

di Maurizio Matteuzzi

Se l’1 gennaio 1959 - 50 anni fa domani - la rivoluzione cubana non avesse vinto non ci sarebbe stato il rinascimento democratico e progressista dell’America latina di questo primo decennio del 2000. Se non ci fosse stato l’«anti-democratico» Fidel Castro, oggi non ci sarebbero i Chavez, i Morales, i Correa - i «radicali» - ma neanche i Lula, i Kirchner, i Lugo - i «moderati» - e forse neppure i Vazquez e Bachelet - i pallidissimi.

Senza i 50 anni della rivoluzione cubana l’America latina sarebbe sicuramente diversa e peggiore. E probabilmente anche l’Africa meridionale sarebbe diversa se nel ’75 non fosse partita l’Operazione Carlotta e gli «internazionalisti» cubani non avessero fermato l’avanzata su Luanda delle truppe del Sudafrica segregazionista.

Se non fosse stato per la guerriglia della Sierra Maestra e per gente come Fidel, il Che e Camilo Cienfuegos, Cuba sarebbe ancora, in forme diverse, meno anacronistiche e più «democratiche» che nel primo mezzo secolo di «indipendenza», il casinò e il casino degli Stati uniti.
In questi 50 anni Cuba è sopravissuta a 10 presidenti Usa (in attesa di capire cosa farà l’undicesimo), al collasso del Urss e del socialismo reale, alla guerra del crociato Wojtyla contro il comunismo, al blocco economico-politico imposto da Washington.

La popolazione cubana ha pagato prezzi pesantissimi in termini di vita materiale e di libertà individuali. Ma Cuba e la sua rivoluzione hanno retto offrendo un inestimabile esempio di resistenza e di dignità negli anni in cui tutto sembrava perduto (non solo) in America latina. Fidel allora sostenne - in molti casi quasi da solo - alcune delle posizioni che hanno poi portato alla «rinascita» della storia. Quando diceva che il debito estero è impagabile e (soprattutto) illegale o che il neo-liberismo selvaggio e il folle turbo-capitalismo speculativo portavano alla catastrofe economica e all’implosione dell’umanità. Quando rispondeva alle non infondate accuse di comprimere i «diritti umani», individuali e politici, includendo e contrapponendo altri «diritti umani», sociali e collettivi, generalmente misconosciuti (salute, istruzione, inclusione). Inevitabilmente caduto il muro di Berlino, (anche) Cuba ha contribuito a far cadere il muro del capitalismo neo-liberista.

I costi sono stati, e sono, alti. Qualcuno dice troppo alti. La rivoluzione non è un pranzo di gala e la rivoluzione cubana non ha fatto eccezione.
50 anni dopo la rivoluzione a Cuba c’è - inutile negarlo - stanchezza, frustrazione, disincanto, corruzione. L’economia che non funziona, la casa, i trasporti, l’alimentazione, i salari ridicolmente bassi sono l’altra faccia delle conquiste sociali che la rivoluzione ha garantito. Finché c’era Fidel il suo carisma poteva forse tenere in equilibrio questi due piatti della bilancia. Ma ora, uscito di scena lui, il precario equilibrio rischia di saltare e di far cadere l’isola ribelle nelle mani di quelli da cui la rivoluzione l’ ha liberata 50 anni fa.

Il blocco economico e l’incessante attività di destabilizzazione delle amministrazioni Usa (unica parziale eccezione, finora, quella di Carter) hanno pesato e pesano. Ma possono spiegare tutto? Possono spiegare perché Cuba non riesce a rompere il micidiale binomio «dissidenti-uguale-mercenari» (e alcuni di loro di certo lo sono)?

Interrogativi che dopo 50 anni Cuba deve porsi e si devono porre gli amici della rivoluzione cubana (come noi). Gli amici non ciechi.
La rivoluzione ha 50 anni e il socialismo cubano deve reinventarsi perché «perfezionarsi» forse non basta più (e i «modelli» tipo quello cinese o vietnamita non sembrano di grande aiuto). Dopo che Fidel ha governato per quasi tutto lo scorso mezzo secolo - troppo anche per un lider maximo qual è stato lui - Raul ha lanciato segnali e suscitato speranze di riforme e rinnovamento. Ma dopo un anno si vedono solo alcuni passi mentre s’intravvede con sempre maggiore chiarezza una contrapposizione crescente con l’ex comandante en jefe convertitosi in lucido e implacabile redactor en jefe. Raul, poco carismatico ma più pragmatico, sa che se non si muove (politicamente) muore. Ma sa che se si muove il rischio è che salti tutto per aria.

Ora si apre l’era dell’afro-americano Obama. Un nuovo capitolo, l’undicesimo, di una storia infinita. Un’occasione e un rischio per entrambi e a patto che entrambi non sollevino solo cortine di fumo. Che Raul, e chi gli succederà, sia fermo ma duttile (ossimoro solo apparente) e che Obama non si riveli un altro Kennedy o un altro Clinton, due presidenti con tanto charme e tanto veleno nella coda (blocco economico, Baia dei porci, legge Torricelli, legge Helms-Burton...).

Per Cuba, per l’America latina, per un mondo che non vuole più essere unipolare, per tutti gli amici della piccola-grande isola ribelle, bisogna augurare e augurarsi che dopo 50 anni il futuro della rivoluzione non sia deciso a Washington ma all’Avana.

Messaggi

  • Certamente tutta l’America Latina sarebbe stata diversa! E’ evidente ed innegabile! Ma questo non giustifica la situazione attuale ne può creare alibi o impedirci di riflettere per capire quando, dove e perchè la rivoluzione è stata tradita e condannata a morte definitivamente. Togliamo i miti e leggende e vedremo una situazione palesemente opposta agli obiettivi rivoluzionari ed un regime che, ancora una volta, pretende di "governare" il popolo come ogni altro modello antidemocratico, un "governo" che si auto-nomina e che, in piena visione pseudo-mistica, ritiene di essere l’unico custode delle "tavole della legge" rivoluzionaria.
    La Rivoluzione è morta da un pezzo uccisa da Castro, la sua famiglia, dall’oligarchia post-rivoluzionaria. Quello che si sente ora è solo l’olezzo del suo cadavere in disfacimento......