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Bertinotti ai cattolici: «Disobbedite a Ruini e andate a votare per il referendum»

venerdì 13 maggio 2005

Intervista al segretario di Rifondazione comunista sulla fecondazione assistita in vista del voto del 12 giugno

di Rina Gagliardi

«Faccio appello alle coscienze più avvertite del mondo cattolico, perché disubbidiscano all’invito astensionista delle alte gerarchie ecclesiastiche e il 12 giugno vadano a votare al referendum contro la legge 40. Lo dico non certo per "laicismo": all’opposto, nulla è così lontano da me come dividere il mondo tra credenti e non credenti. Ma per votare Sì ai quattro quesiti proposti dal referendum non è richiesta alcuna abiura della propria fede o delle proprie convinzioni morali: è invece essenziale il recupero di quella attitudine al dialogo che è stata al centro della stagione conciliare».

Fausto Bertinotti si "tuffa" così nella campagna referendaria, nel giorno in cui essa comincia ufficialmente: con un approccio politicamente molto determinato, e al tempo stesso molto attento ad evitare semplificazioni di sorta. Dobbiamo sconfiggere, dice il segretario di Rifondazione comunista, una legge «rudemente offensiva», oscurantista, incentrata sul «sospetto nei confronti delle donne: ed entriamo nel vivo di questa battaglia avendo accumulato un grande ritardo. Il nostro vero avversario è il silenzio: è il rischio concreto che il Paese non venga davvero informato sulla effettiva sostanza del referendum. «Qui a Strasburgo» dice il segretario (in questi giorni in sessione del Parlamento europeo) «sembra proprio di essere in un altro mondo: dovunque si discute del referendum, ormai prossimo, sulla costituzione europea. Non c’è Tv, o quotidiano, che non dedichi ogni giorno a questo tema un grande spazio. Invece, in Italia....»

Invece in Italia la grande maggioranza dell’elettorato non sa ancora su che cosa si voterà il 12 di giugno. Allo stesso tempo, però, sta avvenendo una cosa quasi bizzarra: crescono nel centrodestra i sostenitori del Sì. Ieri c’è stato il pronunciamento di Fini, cioè nientemeno che del vicepremier. E non sono più in molti a difendere la legge 40. Viene da chiedersi: ma allora chi l’ha voluta e votata questa legge?

Guarda, che è successo anche in Sicilia, dove ci sarà un referendum per abrogare una nuova legge elettorale voluta dalla maggioranza di centrodestra: giorni fa, il presidente della Regione ha annunciato che potrebbe votare Sì all’abrogazione. Ci si può scherzare sopra, perfino, su queste incredibili oscillazioni del ceto politico di governo: che spesso sembra ormai «fare senza sapere». Con in più, una presunzione d’impunità. Questa irresponsabilità, nel senso letterale del termine, la dice lunga non solo sulle divisioni e sullo sbandamento attuale del centrodestra, ma sul logoramento a cui è arrivata democrazia rappresentativa. Le Camere, i luoghi della rappresentanza, stanno diventando così opachi, che al loro interno si può decidere qualsiasi cosa - salvo dietrofront che spesso diventano rapidissimi, o impensabili. Accade così sulla legge 40: è così poco difendibile che non la difendono più neppure coloro che l’hanno votata. Non appena si attiva un processo democratico, una discussione di massa come quella potenzialmente evocata dal referendum, non appena, insomma, viene al pettine il nodo del rapporto tra istituzioni e paese reale, questa irresponsabilità prende il sopravvento.

Il referendum, dunque, non solo come strumento ad hoc, ma come attivazione democratica. E’ per questo che siamo stati tra i promotori, e i firmatari attivi, di questa campagna contro la legge 40?

Sì, certo. Siamo tra coloro che hanno ritenuto necessaria una replica concreta ad una scelta politicamente e culturalmente regressiva, come quella rappresentata dalla legge 40. Sarebbe stato meglio un quesito referendario che la abrogava in toto (infatti abbiamo sostenuto a suo tempo la proposta radicale), in ogni caso l’insieme dei quesiti su cui siamo chiamati a pronunciarci configura una sostanza abrogativa. Di fronte a noi, dunque, c’è un una battaglia molto importante, che va perfino al di là della legge: direi proprio una battaglia di civiltà. Ma dobbiamo recuperare il grande ritardo accumulato sui due fronti principali.

Quali?

Quello dell’informazione, prima di tutto. Bisogna che le persone siano informate, e siano informate correttamente. E bisogna evitare, assolutamente, il rischio di un conflitto ideologico tra credenti e non credenti, tra laici e cattolici: non è questo (in realtà no è mai questo) il terreno reale dello scontro. E poi c’è la vera e propria iniziativa referendaria: dove la contesa, alla fine, verterà quasi interamente sul raggiungimento del quorum. I difensori della legge, come è noto, non hanno scelto il No: si trincerano dietro l’invito alla diserzione. E qui mi appare sconcertante l’atteggiamento della Chiesa cattolica...

Perché sconcertante?

Vorrei cercar di spiegare bene la mia opinione. Io sono uno che, notoriamente, nutre grande rispetto per la Chiesa e per il mondo cattolico. Ovviamente, non pretendo in alcun modo, da parte della Chiesa stessa, che si "converta" ad una visione diversa, diciamo così più laica, di questi problemi. Mi spingo oltre: in una società dove il capitalismo fa strame di tutto, mercifica tutto, diffonde un disprezzo crescente della vita attraverso guerre, clonazioni, brevetti, comprendo bene il senso di una riflessione, e anche di una discussione di fondo sulla vita - il suo valore e perfino il suo senso. Sono disponibile a misurarmi, senza pregiudizi, anche con la questione - difficilissima - degli embrioni, del quando e dove comincia un processo vitale. Ma è proprio per queste ragioni non banali, proprio per l’importanza di una sfera di riflessione che abbatte ogni frontiera ideologica (compresa quella tra chi crede e chi non crede), che sono rimasto sconcertato dalle scelte della Chiesa. La quale è stata indotta da queste preoccupazioni a due conclusioni inaccettabili.

In particolare, pensi all’invito astensionista su questo referendum già espresso dal cardinale Ruini?

Anche. Ma, ancor prima, c’è la tentazione politica della Chiesa: il ritorno ad uno Stato confessionale - o a uno Stato etico, che è anche peggio. Cioè alla pretesa che le leggi siano ispirate dai principi morali della religione cattolica - di una sola morale e di una sola religione. Non è una novità, certo - fu così anche ai tempi del divorzio e dell’aborto. Ma allora non si arrivò al punto di invitare alla diserzione dal voto: una scelta che, per un verso, esprime un disprezzo profondo della consultazione elettorale, dell’atto stesso del voto; e che per l’altro verso è un’opzione mimetica, camuffata, intrisa di furbizia. Dove a finire la necessità - per ogni cattolico - di testimoniare, di esser-ci, di scegliere? E dove va a a finire la propensione al dialogo, che è stata al centro del Concilio?

Stai dicendo che, in realtà, si può tranquillamente andare a votare, e votare Sì, essendo e sentendosi cattolici?

Sì, credo che a questo referendum si possa votare Sì a partire dalle più diverse Weltaanschung, visioni del mondo e della vita. In questo senso, faccio appello alle coscienze più avvertite del mondo cattolico perché disubbidiscano, e il 12 giugno vadano a votare - anche e soprattutto in nome della tradizione di dialogo di cui sono portatori. Per votare Sì, non è richiesta nè alcuna abiura di fede nè alcuna particolare convinzione morale. Insomma: tra me e un cattolico c’è sicuramente un’idea diversa dell’origine della vita. Ma che c’entra, questo, con una legge che prescrive una pratica pericolosa, tale quasi unanimemente considerata, per la salute della donna? Che vieta la diagnosi prenatale? Che sembra mossa da una vera volontà di accanimento contro le donne?

I difensori della legge 40 propongono, di continuo, il tema dei «diritti dell’embrione», al quale noi opponiamo quelli alla «libera scelta» delle donne - e degli individui. Tu che ne pensi?

Penso che questi siano temi di straordinaria complessità e, dal punto di vista della riflessione culturale e filosofica, sono alieno da ogni semplificazione. Perfino sulla «libera scelta» ho alcune perplessità: preferisco parlare di «scelta responsabile» come diritto inalienabile di ogni donna, e non vorrei regalare al liberismo, in nessun caso, la cultura della vita.... Ma questi sono, dicevo, problemi grandi e difficili. sui quali non a caso si dibatte da secoli. Ben altro è la pretesa di trarre dalle proprie dottrine, o convinzioni etiche, una conseguenza legislativa, un determinato ordinamento giuridico. Qui l’equivalenza di diritti tra il concepito e la madre - la persona adulta - non è sostenibile. Qui, all’opposto, c’è una asimmetria evidente, assunta come tale perfino dal senso comune e registrata da leggi come la 194: tra un ovulo fecondato e una persona, tra una vita potenziale e una vita effettiva non può essere istituita alcuna concreta "eguaglianza". Quando lo si fa, come nella legge 40, si vuol punire in realtà la donna, assunta come un soggetto per natura "sospetto", da punire, da far soffrire - da condannare.

In conclusione?

In conclusione: si tratta di abrogare una legge profondamente iniqua e dannosa. E di produrre al suo posto una buona legge: ovvero una normativa che offre un’opportunità, e non impone alcun comportamento a nessuno. Una legge che sani la discriminazione sociale oggi vigente nei fatti: chi ha la possibilità economica di consentirsi fuori d’Italia la fecondazione eterologa, può farlo. E’ una delle tante perversità, non l’ultima, della legge 40.

http://www.liberazione.it/giornale/050511/R_APRE.asp