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Fuori dallo stalinismo. Per il comunismo

sabato 15 gennaio 2005


"Dimenticare Stalin", una tentazione sempre in agguato Ma, se vogliamo cambiare
il mondo, ci è vietata la rimozione


di Rina Gagliardi

Nel 1967, l’agenzia Novosti diffuse in Italia una pubblicazione di esplicito
taglio propagandistico, intitolata L’Unione Sovietica. Piccola enciclopedia:
un volumetto "naturalmente" agiografico, colmo di cifre e percentuali sull’industria,
l’agricoltura e, più in generale, i risultati di una società ormai avviata sulla
strada "dell’edificazione del comunismo". La cosa più singolare di questo testo è che
vi è completamente assente un nome: quello di Stalin. La storia dell’Urss - anzi
della Russia - vi è ricostruita con una certa ampiezza (a partire dal V secolo
a. C. da Vladimir Monomonaco a Pietro il Grande, da Mikhail Lomonosov, fondatore
della prima università, fino alla nascita delle prime organizzazioni operaie),
fino alla Rivoluzione d’Ottobre. Ma l’unica figura nominata è Lenin, poi dal
1917 si passa direttamente al XXtreesimo congresso del Pcus. Di Josif Vissarionovic
Dzugasvili nessuna traccia, a nessun proposito.

Una rimozione così clamorosa da apparire incredibile. Un esempio piuttosto goffo, si potrebbe aggiungere, di riscrittura della storia per cancellazione, tecnica assai sinistra di tipo staliniano (immortalata da Orwell nel suo cedlebre 1984). Essa ci fornisce, tuttavia, un interessante indizio di una tendenza diffusa, in diverse forme, ad est come ad ovest: dimenticare Stalin e lo stalinismo. Guardare a un intero periodo storico con la sensazione concentrata, e certo angosciata, di un’epoca "grande e terribile", nel corso della quale, come ebbe a scrivere lo storico americano Stephen Cohen, "una montagna di enormi realizzazioni" convisse con "una montagna di delitti inauditi". Ma fermarsi lì, appunto. Cercare soccorso nella categoria dell’ "incidente storico", sia pure di rilevanti dimensioni, ritornare al fatidico motto crociano dell’heri dicebamus. E soprattutto resistere all’interrogazione di fondo: quella sul perchè, e come è potuto accadere.

La risposta "negazionista"

Le radici della rimozione sono, dunque, molto chiare, e vanno al di là di ogni pur minuziosa, complessa e impegnativa indagine storica e politica. Se il più grande tentativo del XX secolo di cambiare una società nella direzione del socialismo è finito, come è finito, in una immane tragedia e in una feroce e sanguinaria dittatura, che cosa ci garantisce che non sia questo l’esito obbligato di ogni trasformazione rivoluzionaria? Come facciamo a restituire alle nostre parole-chiave - il socialismo, il comunismo - il senso loro proprio, quello di un grande progetto di liberazione delle donne e degli uomini, strappandole, con una sorta di violento strattone concettuale, valoriale e storico, dalle loro concrete realizzazioni su questa terra?

A queste dure domande, come sappiamo bene, una parte ampia del movimento comunista (tutto il gruppo dirigente del Pci, per esempio) ha risposto dilatando oltre se stesso il processo di rimozione: decretando cioè che il "male" era tale fin nella sua radice e fin nelle sue premesse. E che il comunismo era, fin dall’inizio, "incompatibile" con la libertà delle persone. Un secolo e mezzo di storia veniva così derubricato ad errore (ad "illusione", ha detto Furet) e lo stesso Stalin, in un senso preciso, giustificato nelle sue nefandezze - in quanto unico interprete autorizzato, storicamente legittimato, di un movimento, quello comunista, per sua natura cieco e autoingannevole. Viceversa e parallelamente, il capitalismo (e la sua ideologia peculiare, il liberalismo nelle sue multiformi accezioni) venivano assunti come l’unico orizzonte possibile della storia e della società - giusto con qualche correzione, con qualche modesto intervento della politica. Notiamo, ancora, che questa immane "riconversione" politica e ideologica si è prodotta non alla metà dei ’50, quando cominciava a squarciarsi il velo sul periodo staliniano, e neppure alla fine dei ’60, nel corso della lunga agonia brezneviana, ma a ridosso della fine dell’Unione sovietica, ormai ridotta a fantasma di se stessa. Il Pci, insomma, fu in grado di superare il trauma del XX congresso e del rapporto Krusciov, in quanto portatore di un’esperienza propria, originale, relativamente autonoma dalla cultura politica dello stalinismo. Non sopravvisse, invece, alla caduta del muro di Berlino e all’ammainarsi della bandiera rossa dalle guglie del Cremlino, perchè aveva ormai smarrito la sua identità rivoluzionaria, la sua ragion d’essere. Anche questo è un dato rimasto quasi inspiegato, o poco riflettuto, nella discussione di questi anni.

Lo stalinismo di Stalin

Tocca, dunque interamente a noi - ai nuovi comunisti del XXI secolo, a tutti coloro che non rinunciano al progetto della "Grande Riforma" del mondo - il peso di un bilancio critico, il tentativo di una vera resa dei conti. Su Stalin, prima di tutto, e sullo "stalinismo di Stalin", non sono ammissibili giustificazionismi di alcun genere - soprattutto se si è interessati, come noi siamo vitalmente interessati, al futuro del socialismo. "Sotto la dittatura di Stalin" ha scritto Aldo Agosti "il processo rivoluzionario è stato deformato e stravolto al punto da rendere irriconoscibile il patrimonio di idee e di valori che era stato alla base della Rivoluzione d’Ottobre. Il danno arrecato all’immagine del socialismo, alla sua forza espansiva, al suo valore di alternativa storica per l’umanità, è stato incalcolabile". E’ vero: il tiranno georgiano ereditò, alla morte di Lenin, una sorta di missione impossibile. La rivoluzione europea, e soprattutto quella in Germania, erano state sconfitte, soffocate nel sangue: la giovane repubblica sovietica, dove Lenin aveva operato la sua "forzatura" rivoluzionaria sulla base della previsione di una catastrofe imminente del capitalismo e di un prolungamento indefinito del conflitto mondiale, si trovava sola - senza amici e senza alleati, circondata in compenso da nemici interni ed esterni. Uscita con successo da questa prova immane, essa imboccò la strada dell’industrializzazione accelerata, della collettivizzazione forzata dell’agricoltura, insomma del superamento dell’arretratezza economica: da "anello debole della catena" imperialista, la Russia diveniva la sede di elezione di un altro esperimento impossibile, la costruzione del socialismo "in un solo Paese".

Lo strapotere del Partito

Le radici di ciò che è stato chiamato stalinismo sono anzitutto qui, nel modello di sviluppo che ha prevalso dopo i grandi dibattiti degli anni ’20. In un gigantismo economico concentrato soprattutto sulla crescita quantitativa (l’acciaio, l’industria di base, l’energia), sull’ossessione, del resto conseguente, della pianificazione centralizzata (i piani quinquennali), su una modernizzazione che ha compromesso ogni rapporto equilibrato tra città e campagna.

I risultati, ma soprattutto i costi pagati, per questa vera e propria "rivoluzione dall’alto", furono di enorme portata. Bastino per tutte le cifre del primo piano quinquennale,1929: prevedevano un incremento della produzione industriale del 180 per cento, dell’agricoltura del 55 per cento, del Pil del 103 per cento. Non furono raggiunte, se non in parte, ma restano un esempio di "titanismo" raramente raggiunto, in un lasso di tempo così breve. E bastino le cifre sommarie della drammatica guerra civile che si svolse, fino all’inizio degli anni 30, nelle campagne: oltre cinque milioni di contadini deportati, carestie, malattie, inurbamento forzoso. Mutavano radicalmente le basi strutturali dell’Urss e della Russia, avviata a diventare grande potenza economica mondiale. Ma i mutamenti epocali del sistema economico trascinarono quelli del sistema politico: il partito unico, nel corso di questo processo e di questa gigantesca repressione, diventò sempre più totalizzante, fino a coincidere completamente con lo Stato e con l’unica fonte del potere. Il Partito controllava tutto, dalle scelte economiche all’organizzazione della cultura, la vita politica del vertice come quella della base, la vita quotidiana e il destino dei singoli. Il Partito dettava i piani quinquennali, e costringeva il musicista Prokofiev a riscrivere la sua Katerina Ismailova secondo canoni più "popolari" e meno avanguardistici. Il Partito dirigeva un colossale sviluppo dell’istruzione, della sanità, dell’emancipazione della donna, ma tutto uniformava ai paradigmi del marxismo-leninismo, dottrina sistemica che avrebbe, per primo, fatto raggricciare Lenin, pensatore di straordinario acume pragmatico.

Il Partito era il suo capo, Jozif Vissarionovic Dzugasvili detto Stalin, che trasformò tutte le indicazioni leniniane da proposte contingenti a dogmi ossificati, da "stato di necessità" a principi sempiterni. Con il Breve corso di storia del partito comunista bolscevico, manuale di formazione di base per almeno tre generazioni di comunisti, Stalin fece di se stesso anche un indiscutibile punto di riferimento teorico. Preludio agli eccidi degli anni ’30 (il misterioso caso Kirov, l’assassinio di Trotsky in Messico nel ’40) e alle grandi purghe del ’38, nel corso delle quali vennero assassinati tutti i grandi protagonisti, politici, intellettuali e militari della rivoluzione d’Ottobre, da Bucharin al generale Tukhacewski. Un numero esorbitante di comunisti fu costretto alla "confessione", alla tortura, all’umiliazione di sè, alla morte. E un numero incalcolabile di cittadini costretto ad una vita non degna di questo nome.

Un’eredità drammatica

Ma quanto ha pesato la cultura politica dello stalinismo nella storia dei comunisti del XX secolo? Ovviamente moltissimo. Come avrebbe potuto essere altrimenti? L’Unione sovietica è stata, giocoforza, per settant’anni, il riferimento dei comunisti (ma anche di molti socialisti, laburisti, democratici): era la prova concreta che sì, il capitalismo si poteva superarlo, e perfino con risultati di prima grandezza. E, con la vittoria di Stalingrado e il tributo di sangue e di sacrificio pagato alla lotta contro le armate tedesche, era anche e soprattutto il paese alla quale l’intero occidente doveva la propria salvezza dalla barbarie nazista. Quali altri modelli erano disponibili, riconoscibili, utilizzabili? C’era, sì, per fortuna, la via italiana al socialismo, con la quale Togliatti costruì un partito "nuovo", di massa, sostanzialmente diverso da quello sovietico. Ma neppure Togliatti potè superare l’idea di un campo socialista, rispetto al quale valeva una grande autonomia, ma la cui crescita, sia pure contraddittoria, restava, in quanto era la garanzia oggettiva della propria collocazione strategica: insomma, la prova provata del fatto che i comunisti, con tutti i loro distinguo e tutte le proprie specifiictà nazionali, stavano comunque dalla parte giusta della barricata della storia. C’era, sì, la Cina di Mao, che per molti anni sperimentò un diverso equilibrio tra industrializzazione e agricoltura - fino all’audacia della rivoluzione culturale che metteva in discussione la divisione sociale dei ruoli, il rapporto tra lavoro manuale e intellettuale, la centralità assoluta del "quartier generale". Ma era fisicamente e culturalmente lontana - e soprattutto non apparve mai come un’esperienza "vincente". C’era Cuba, sì, con la sua rivoluzione speciale e autoctona - ma che presto rientrò nell’orbita del sistema sovietico. Per tutte queste ragioni, e per molte altre, la cultura politica dello stalinismo è stata forte, invasiva, radicata.

I tanti stalinismi

La verità è che, forse, mentre lo "stalinismo" è un’astrazione difficile da motivare, al di fuori del contesto storico e politico in cui maturò, di "stalinismi", invece, ce ne stati (e ce ne sono) molti. C’è lo stalinismo di chi - come vaste masse di milioni di comunisti - ha ammirato incondizionatamente "quel meraviglioso" giorgiano, e non ha mai cessato di ammirarlo prima, e di pensarlo con nostalgia dopo. Un misto di amore per il leader forte - uomo, più o meno, della provvidenza - e per il leader potente, capace di rappresentare in sè tutte le speranze di riscatto dell’umanità subalterna e sofferente. C’è lo stalinismo dei "giustificazionisti", quelli che, seguendo pedissequamente i dettami crociani, giurano sul fatto che la storia non si fa con i "se", e dunque che tutto ciò che è reale è razionale - anche i gulag, le purghe e il terrore essendo un portato inevitabile della storia e della costruzione del socialismo.

E c’è lo stalinismo come eredità, "metabolizzata" ma mai davvero messa in discussione, del fare politica: quella che attribuisce al potere, alla sua conquista e al suo mantenimento un ruolo così privilegiato, da considerare "minore", rispetto all’orizzonte del comunismo, la dimensione della trasformazione sociale, culturale, interpersonale. Non tutti i cultori del primato del potere politico, ovviamente, sono stalinisti. Così come, del resto, non tutti gli "statolatri" sono, al tempo stesso, fautori di una concezione brutale e autoritaria del ruolo dello Stato. Tuttavia, è proprio qui che si annida quella degenerazione che - nel regime staliniano - si fa errore sistematico ed orrore: è nell’assolutizzazione della sfera del potere, è nella separazione permanente tra fini e mezzi, tra il luogo unico della "coscienza" (il Partito) e dunque della verità, e i molti luoghi del disordine (la società), della parzialità, del non sapere. Sì, la nostra rivoluzione è tornata ad essere di pienissima attualità. Sarà bene, questa volta, vincerla davvero, nel politico e nel sociale. Senza partiti unici e senza depositari della coscienza esterna (esterna a chi?). Possibilmente, con le masse.

Roma, 5 marzo 2003 da "Liberazione"

Messaggi

  • Rileggo questo articolo a distanza di tre anni e non posso che essere dì’accordo. Purtoppo, però, mi pare che la situazione dello stalininismo, sia quello "dilatato" (del quale i DS ne sono un bell’esempio) che quello "reale" (cioè che si richiama proprio a Stalin non sia affatto migliorata. Sullo stalinismo "reale" è uscito un bel volume, presso einaudi (storia de gulag di V. Chlevnjuk) con un’amplissima documentazione. Il saggio è un tipico saggio storico, basato sulle fonti, sulla loro criitica e su una notevole capacità interpretativa e di lettura della documentazione. Purtroppo però, come dicevo prima, in rete (e non solo) nella lettura dello stalinismo sta riprendendo piede un’incredibile atteggiamento "giusticazionista" ma non solo. E’ uscito da c.a. un anno un libro davvero indicativo di Ludo Martens (in Francia pubblicato nel 1994) che sto cercando di leggere in questi giorni in seguito ad un dibattito su Stalin (che ha un numero ancora incredibile di seguaci. Per me anche uno sarebbe troppo). Insomma il libro è "Stalin, un altro punto di vista", se vi capita leggetelo! (se ce la fate). Cascano le braccia.
    Il problema è che non vorrei che di fronte alle diffcili e tormentate realtà del mondo d’oggi ( e le inevitabili delusioni e sconfitte) si riproponesse l’organizzazione ferrea del partito "principe". Ci mancava pure Stalin!!

    Andrew