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Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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Con gli studenti di Katmandu nella trappola dei soldati del Re

di : Raimondo Bultrini
domenica 23 aprile 2006 - 12h17
JPEG - 45.3 Kb

Nepal, incidenti e scontri a fuoco. Tre vittime, centinaia di feriti Il cronista racconta come è riuscito a salvarsi la vita.
Sorrisi, slogan, bambini e donne in piazza: poi i lacrimogeni
Attacco alla folla studiato: le parole del sovrano non erano sincere

KATMANDU - E’ stata una trappola, una cinica tattica anti-sommossa studiata a tavolino. I soldati del re messi alle corde da manifestazioni di 200-300mila persone che chiedono il ripristino della democrazia in Nepal ieri hanno cercato in tutti i modi il massacro esemplare. Ne sono stato direttamente testimone e vittima fortunata nel cuore storico della città, incastrato in un inferno di corpi ammassati uno sull’altro dai quali sono riemerso al limite del soffocamento.

Altri hanno avuto costole, arti fratturati, e almeno due sono morti a due passi da noi, schiacciati dalla folla che cercava di sfuggire ai lacrimogeni e alle cariche della polizia.

Era il diciassettesimo giorno di sciopero generale, cominciato con una serie di blocchi stradali lungo l’anello anulare che circonda il centro della capitale Katmandu. Fin dalle nove di mattina giovani dall’aspetto esaltato stavano bruciando copertoni di auto e abbattendo a colpi di accetta decine di alberi alti fino a venti metri per bloccare i veicoli della polizia e dell’esercito lungo la delicata arteria che per diversi giorni ha costituito il perimetro off limits del coprifuoco, oltre il quale non era permesso a nessun corteo di entrare in città.

Ieri mattina era una data speciale, all’indomani del discorso di re Gyanendra Shah che venerdì ha offerto di "rimettere al popolo " il potere di primo ministro avocato un anno fa e richiesto ai sette partiti costituzionali di indicare un nome per la poltrona di premier. Ma il passo del re, applaudito da quasi tutti i paesi stranieri inclusa l’Unione europea, invece di placare gli animi li ha galvanizzati ancora di più. "Oggi arriveremo direttamente al Palazzo del despota", ci aveva detto uno dei ragazzi che gridavano a squarciagola ordini e slogan sempre più espliciti in favore dell’abolizione della monarchia.

Mentre i giovani si preparavano al D-Day, determinati a sfidare in massa l’ennesimo coprifuoco proclamato attorno a mezzogiorno, in altre zone della città i sette partiti che formano la coalizione chiamata Spa si riunivano prima da soli, poi tutti insieme nella casa di uno degli ex primi ministri che guidano le rivolte, l’ottantenne Girija Prasad Koirala. Come previsto i politici estromessi da re Gyanendra già quattro anni fa con la dissoluzione del Parlamento hanno rifiutato l’offerta del re.

"Non corrisponde alle aspettative e ai programmi del movimento per la democrazia", hanno detto i sette alleati che vanno dai moderati del Nepali Congress all’ala estrema del Partito marxista con l’appoggio dei guerriglieri maoisti. Tutti sono stati d’accordo nel non cedere di un millimetro dalle loro richieste: ricostituire il Parlamento sciolto d’imperio dal re nel 2002, formare un governo provvisorio dei partiti incaricato di trattare il futuro ingresso dei maoisti e gestire le elezioni per un’Assemblea costituente che dovrà riscrivere la costituzione, compreso il delicato passaggio sui poteri reali, considerati "eccessivi " e ormai anacronistici.

Per timore di ritrovarsi con una corona simbolica in testa il sovrano - salito al potere dopo l’ancora misterioso massacro della famiglia di suo fratello - ha affidato all’esercito carta bianca per sparare contro i dimostranti, lasciando sul selciato almeno 14 vittime in pochi giorni. Ma venerdì prima del suo discorso non c’erano state sparatorie, e centinaia di migliaia di persone, oltre il 70 per cento dei quali studenti e giovani lavoratori, avevano superato i cordoni di polizia avvicinandosi alla città senza troppi problemi. Per questo i ragazzi sull’anello anulare erano determinati a raggiungere per la prima volta il cuore storico della città, convinti che la sfida sarebbe stata facilmente vinta.

Quello che segue è il racconto di come abbiamo personalmente constatato che si trattava di una pericolosa e drammatica illusione.

All’inizio del coprifuoco di mezzogiorno, annunciato come sempre all’ultimo momento su tv e radio, eravamo determinati a restare in albergo come gran parte dei turisti e dei trekker che ancora continuano ad affollare pensioni e hotel della capitale. Ma il clamore del corteo che stava attraversando le strade di Tamel sembrava dimostrare che i ragazzi della Ring road avevano avuto ragione. Nessuno li aveva fermati, e ora per la prima volta dall’inizio dello sciopero generale il 6 aprile sciamavano tra vicoli e piazzette intasati d’immondizia non raccolta da giorni, tra ali di persone raccolte nelle strade laterali o dentro le centinaia di negozi con le porte socchiuse che applaudivano al loro passaggio, oppure offrivano frittelle e dolci, mentre dalle finestre in segno di augurio venivano lanciati secchi d’acqua sui dimostranti.

Lungo il percorso in direzione di Durban Square - dov’è la sede simbolica della dinastia Malla e Shah, alla quale appartiene l’attuale regnante - i manifestanti invitavano la gente a unirsi e molti hanno ingrossato le fila del corteo. L’aspetto pacifico della manifestazione, i canti e le danze, la felicità e la solidarietà della popolazione quasi intera ci aveva convinto che gli organizzatori del corteo potessero avere avuto ragione a non temere rappresaglie. Ovunque gli slogan contro il re e a favore della democrazia risuonavano gridati addirittura da bambini di nove, dieci anni, tra i quali parecchi "street boys", centinaia di senza famiglia che sono cresciuti nei vicoli di Katmandu senza educazione e senza la garanzia di un pasto quotidiano, sniffando colla e rubacchiando qua e là per sopravvivere. Ma c’erano anche donne, madri di famiglia, insegnanti, oltre a qualche anziano, a commercianti, perfino impiegati dello Stato.

Nei templi disseminati quasi a ogni angolo del centro storico considerato patrimonio dell’umanità, anche i devoti hindu e i bramini interrompevano le loro preghiere per salutare il corteo festante. La prima avvisaglia che non sarebbe andato tutto liscio c’è stata quasi subito, con un repentino dietro front di alcune dozzine di dimostranti davanti alla prima pattuglia dell’esercito in tenuta anti-sommossa. Ma presto il flusso è ripreso e i soldati sono rimasti coi fucili puntati a terra e gli sguardi assenti mentre qualche coraggioso o incosciente li invitava a unirsi al corteo contro il re.

Più avanti il primo vero blocco, formato da non più di una decina di soldati che hanno impedito al corteo di raggiungere direttamente Durga Square, dove oltre al palazzo dei Malla c’è la residenza della Kumari, una bambina di dieci anni che incarna una venerata divinità femminile fino a quando non avrà le prime mestruazioni e sarà sostituita da un’altra. I soldati deviavano gentilmente il corteo sorridendo e scherzando con qualcuno dei manifestanti. Anche noi ci siamo infilati così nel reticolo di strade strette che attraversano i magnifici palazzi dell’antica Katmandu.

L’ultimo tratto in direzione di Indra Chowk è lungo parecchie centinaia di metri e largo meno di dieci. La folla aveva raggiunto quasi il massimo della capienza e l’incombere dei palazzi senza una traversa laterale e con tutti i negozi sbarrati sembrava un luogo ideale per una trappola. Nemmeno il tempo di pensarlo, dal fondo della strada il rumore e il fumo dei lacrimogeni gettava nel panico tutti i manifestanti quasi stipati l’uno di fianco all’altro. Tutti si sono messi a correre nella direzione contraria e, con un tempismo che non può essere stato casuale, altri soldati hanno sparato lacrimogeni all’imbocco opposto della strada rendendo l’aria asfittica e la via di fuga bloccata.

Presto a decine gli indecisi sono caduti a terra travolti dai fuggitivi e siamo inciampati anche noi finché una massa enorme di corpi non si è accumulata in uno stesso tratto. Mentre ognuno cercava una via di fuga e di salvezza ci siamo trovati con gli arti incastrati e la pressione dei disperati dietro a noi sempre più forte, più asfissiante del fumo dei lacrimogeni. Un momento durato un tempo incalcolabile, immobilizzati e al limite del soffocamento, mentre sotto di noi altri corpi sembravano giacere inerti sul selciato protetti da qualche parente o amico che cercava di impedire che venissero calpestati.

Quando la pressione è finita due delle persone che si trovavano sotto al nostro fianco sono rimaste sul selciato immobili. Dopo qualche inutile tentativo di rianimarli, qualcuno ha cominciato a trascinarli per le braccia e rivoltare i loro volti terrei. Quando l’esercito ci ha costretto ad allontanarci la folla copriva i due corpi e non abbiamo saputo più nulla della loro sorte.

Tornati in albergo le notizie della tv e dei giornali nepalesi online non riportavano nulla dell’incidente, che ha sicuramente coinvolto altre centinaia di persone. Solo a sera un bollettino semi-ufficiale degli ospedali parlava di oltre 300 feriti, colpiti dai manganelli e dai proiettili oppure fratturati durante le drammatiche fughe dai lacrimogeni e dalle cariche. Un medico portava la cifra dei feriti ad oltre 500, ma questa notizia, come la voce diffusa al termine dei cortei di tre morti tra i quali un bambino lungo l’anello circolare, non ha trovato conferme ufficiali. Del resto nemmeno la quasi certa morte dei due nepalesi che abbiamo visto soffocare al nostro fianco troverà forse mai spazio nelle cronache di questa rivoluzione che sembra avere preso la mano degli stessi ideatori.

Ma la nostra testimonianza non è altro che un tassello delle centinaia di denunce delle organizzazioni per i diritti umani che parlano di corpi fatti sparire anche in questi ultimi giorni di proteste. Nelle rivolte del ’90 contro la dittatura del precedente re furono del resto interrati in una fossa comune centinaia di corpi. Il bilancio ufficiale è sempre rimasto però di tre vittime.

(23 aprile 2006)

www.repubblica.it



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