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A far tremare la Casa Bianca oggi non è Osama bin Laden, ma un giornalista del New Yorker...

Publie le mercoledì 9 giugno 2004 par Open-Publishing

Paura patriottica

A far tremare la Casa Bianca oggi non è Osama bin Laden, ma un giornalista del New Yorker: Seymour Hersh

Alla fine di maggio una tv via cavo della regione di New York ha cominciato a mandare in onda un ciclo di 48 film sulle guerre degli Stati Uniti, dall’indipendenza fino al Vietnam. Tutte le pellicole esaltano il valore del coraggio. Il governo di George W. Bush sembra aver rovesciato questa tradizione, che non era solo di Hollywood ma dell’intero paese: oggi avere paura al fronte non è vigliaccheria.

La paura si è trasformata in un valore, per così dire, patriottico. Da mesi Bush, che si è proclamato "presidente di guerra", innalza bandiere che spaventano la nazione. Ogni tanto i cittadini sono messi in allarme arancione o rosso, a causa di informazioni segrete che poi si dissolvono nella nebbia. Nei suoi incontri con potenziali finanziatori elettorali di Bush, il vicepresidente Dick Cheney ha l’abitudine di far presente quanto siamo vicini a una catastrofe nucleare. Avanza l’ipotesi che l’intero pianeta potrebbe morire, e sostiene che George W. sia l’unico scudo capace di proteggerci.

Ma forse non c’è peggior terrorismo di quello della paura, perché induce a diffidare dell’altro e a negargli ogni ragione. Una certa cecità, o arroganza, diffusa nella cerchia degli intimi del presidente li induce a muovere gli ingranaggi del potere in una direzione che è quasi sempre sbagliata. In Plan of attack, il libro che ha pubblicato ad aprile, Bob Woodward racconta che quando il consigliere per la sicurezza nazionale di Bush padre, Brent Scowcroft, scrisse per il Washington Post un articolo in cui metteva in guardia da un attacco contro l’Iraq, Condoleezza Rice lo chiamò per rimproverargli il suo "affronto al presidente". Perfino le voci amiche cominciano a essere temute a Washington, quando esprimono dissensi.

Da My Lai ad Abu Ghraib
A far tremare la Casa Bianca, però, non è stato l’imprendibile Osama bin Laden, ma un giornalista, Seymour M. Hersh, che in una serie di articoli pubblicati dal settimanale New Yorker ha dimostrato che l’ordine di torturare i prigionieri iracheni di Abu Ghraib veniva dalle sfere più alte dell’amministrazione Bush. Il Pentagono ha negato ogni responsabilità, insistendo che si tratta di gesti commessi da soldati malati.

Ma Hersh ci induce a pensare il contrario: in uno dei suoi articoli scrive che il segretario alla difesa, Donald Rumsfeld, aveva approvato l’impiego di unità militari clandestine per "smascherare i terroristi" con ogni mezzo. La fantasia dei "soldati depravati", suggerisce, ha fatto il resto.

Benché le armi letali di Hersh siano il linguaggio elegante e un’abilità narrativa da romanziere, la sua fama poggia innanzitutto su informazioni riservate che nessuno sa come fa a ottenere. Una delle sue fonti di un tempo, l’ex agente della Cia Robert Baer, ha raccontato che Hersh chiamava tutte le settimane lui e altri dieci agenti dell’intelligence militare per farsi confermare le notizie confidenziali che tirava fuori come conigli dal cilindro. Nel 1968 il giornalista ha lanciato il primo allarme sulla strage di My Lai, il villaggio vietnamita dove decine di contadini innocenti furono massacrati da una pattuglia impazzita dell’esercito statunitense. Nel 1970 ha vinto il premio Pulitzer.

Per Hersh nulla di tutto ciò sarebbe potuto accadere se non fosse stato incoraggiato "dall’alto". Dunque sotto l’amministrazione di George W. Bush non si è trasformata in un valore patriottico solo la paura, ma anche il disprezzo per i propri simili. Gli abusi commessi ad Abu Ghraib sono stati responsabilità di pochi, ma a essere offesa è stata l’immagine degli Stati Uniti come terra della libertà. Hersh ha detto che l’esperienza del carcere iracheno è ancora peggio di quella di My Lai, perché quel massacro vietnamita fu chiaramente frutto del delirio di un ufficiale assassino, mentre le torture di Abu Ghraib sono "una terribile perversione della missione degli Usa". Più dei nemici esterni, il paese dovrebbe temere l’erosione morale che lo sta attaccando da dentro.

Questa perversione investe anche il linguaggio. Il presidente Bush ha condannato gli abusi di Abu Ghraib, ma al tempo stesso ha scagionato il capo del Pentagono. Ma il senso che il presidente dà alle parole non sempre coincide con quello dei dizionari. La paura si è trasformata in una delle sue armi propagandistiche più efficaci. Siccome bin Laden continua ad essere attivo, l’amministrazione ha più volte pronosticato che i suoi tentacoli potrebbero abbattersi ancora sugli Stati Uniti. È vero, è possibile.

Ma nascondersi, spaventarsi, castigare l’altro – com’è accaduto in quel teatrino della guerra preventiva che è Abu Ghraib – non sono certo i rimedi più adatti per una nazione che dispone di tante risorse. Nel 1933, nel suo discorso di insediamento, Franklin Delano Roosevelt dichiarò davanti a un paese depresso e devastato: "L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa". A settant’anni di distanza, il suo successore spiega agli Stati Uniti trionfanti che anche la paura può essere patriottica.

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