Home > Afghanistan. “Green on blue”, quando la morte arriva dagli alleati
Afghanistan. “Green on blue”, quando la morte arriva dagli alleati
par Anna Toro
Publie le domenica 1 aprile 2012 par Anna Toro - Open-PublishingLo chiamano “green on blue”, ovvero “verde sul blu”. L’espressione sta a indicare i soldati della sicurezza afghana che aprono fuoco sulla loro controparte Nato, in pratica sui loro alleati. Cosa che sta accadendo sempre più spesso negli ultimi tempi. Basti pensare che un terzo dei militari Usa morti in Afghanistan nel 2012 sono stati uccisi proprio in questo modo.
L’ultimo episodio solo questo lunedì, quando un poliziotto afghano ha ucciso un militare americano in servizio nella zona est del paese.
Sempre lo stesso giorno, due soldati inglesi sono stati uccisi da un soldato afghano a sud, nella provincia di Helmand. Per non parlare dei sei militari uccisi allo stesso modo dopo il rogo dei Corani fuori dalla base militare a nord di Kabul a febbraio.
“La fiducia reciproca si sta erodendo” ha riconosciuto il generale John Allen, comandante dell’International Security Assistance Force a guida Nato. Pur ribadendo che “la relazione tra le due parti è ancora salda”, Allen sostiene che gli attacchi “continueranno”, anche sulla scia dell’uccisione per mano di un soldato americano di 17 civili afghani nella provincia di Kandahar.
Aggiunge anche che si tratta di una situazione tipica di ogni controinsurrezione: “L’abbiamo già sperimentato in Iraq, e pure in Vietnam. Ogni volta che si ha a che fare con una ribellione e si sta contemporaneamente aiutando a crescere una forza indigena, il nemico cerca di sabotare entrambe le operazioni”.
Secondo le stime dell’Associated Press, i 16 militari uccisi quest’anno fanno salire a 80 il numero stimato dei soldati Nato morti per mano delle forze di sicurezza afghane dal 2007. In ogni caso, oltre il 75% degli omicidi si sono verificati negli ultimi due anni.
Il ché indica un’escalation della violenza in un momento delicatissimo, come l’annuncio del ritiro internazionale entro il 2014. E dire che proprio questa fase di addestramento e tutoraggio della controparte afghana è vista dai capi delle forze Nato come tra le più importanti e cruciali di tutta quanta l’exit-strategy.
C’è chi dice che dietro a tutte queste uccisioni ci sia l’ombra dei talebani, che da parte loro cercano di mascherare ogni uccisione di soldati “blu” da parte dei “verdi” come un proprio successo.
Nel caso dei due militari inglesi uccisi lunedì, ad esempio, il portavoce dei ribelli Qari Yousef Ahmadi non ha mancato di diffondere la notizia secondo cui l’assassino, un afghano della provincia est di Nangarhar nell’esercito da 4 anni, aveva stretto diversi contatti con gruppi di insorti talebani prima di mettere in pratica il suo piano.
L’analista Wahid Muzhda, ex funzionario del ministro degli Esteri durante il regime dei talebani, afferma invece l’opposto.
“Ormai la fiducia è minata e i talebani c’entrano poco. Dopo la strage di Kandahar nella mente dei soldati la domanda principale è e continua ad essere: se gli stranieri sono qui per difenderci, perchè uccidono i bambini?”
Dall’altra parte, sempre secondo Muzhda, i “mentori” Nato hanno ormai paura della loro controparte afghana. Anche perchè sono 100 mila, a fronte di 300 mila soldati afghani.
Vivono e lavorano ogni giorno fianco a fianco. “Come possono – si chiede – continuare a insegnare in questo stato di tensione?”