Home > Allawi chiama la Nato
il manifesto
24 giugno 2004 - Nel giorno in cui i guerriglieri minacciano di far fare alla sua testa la stessa fine di quelle degli ostaggi Nick Berg e Kim Sun-il, il primo ministro iracheno, Iyad Allawi, chiede l’intervento della Nato a Baghdad. Con una lettera al segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jaap de Hoop Scheffer, il premier del governo ad interim ha richiesto formalmente «assistenza tecnica», sottolineando «la necessità, nel quadro della risoluzione Onu 1546, di un contributo urgente per l’addestramento e l’equipaggiamento delle forze irachene». Il portavoce della Nato, James Appathurai, ha confermato all’Associated Press che «il primo ministro ha chiesto aiuto per quanto riguarda l’addestramento e l’assistenza tecnica». La missiva di Allawi - girata dal segretario dell’organizzazione a tutti i paesi membri - non conterrebbe invece la richiesta di truppe da dispiegare nel paese.
Erano state Francia e Germania, che non hanno spedito soldati in Iraq, a condizionare qualsiasi intervento della Nato - di cui sono membri - a una richiesta formale da parte del governo iracheno. Ora che quella richiesta è arrivata la strada sembrerebbe in discesa. Niente affatto, secondo un alto esponente europeo della Nato, citato in forma anonima dalla Ap che ha sostenuto: «Portare la Nato in Iraq complicherebbe ancora di più la situazione. Il problema ora non è avere un maggior numero di soldati, ma disporre di un’autorità irachena che riesca a costruirsi una propria credibilità».
Il piano dell’amministrazione Usa
Il progetto caldeggiato dagli Stati uniti era invece proprio quello dell’invio di un contingente militare consistente: gli Usa speravano di costituire una forza multinazionale che prendesse il controllo della parte centrale del paese, ma la resistenza franco-tedesca pare averli convinti ad accettare un ruolo più defilato dell’Alleanza, quello appunto di addestramento delle truppe irachene, bersagliate quotidianamente dagli attacchi della guerriglia. Durante l’ultimo vertice dei G8 era stato il presidente francese Jaques Chirac a smorzare l’entusiasmo di George Bush che immaginava un ruolo importante della Nato nel paese. «Sono contrario», così Chirac aveva gelato Bush, il cui ottimismo nasceva anche dal fatto che 16 dei 26 membri della Nato sono già presenti in Iraq con contingenti militari. L’appello di Allawi avrà una risposta ufficiale al vertice della Nato di Istanbul, il 28 e 29 giugno prossimi, quando i 26 paesi che compongono l’Alleanza prendreranno in esame la sua richiesta.
E ieri Allawi, che entrerà nel pieno delle funzioni con il «passaggio di poteri» del prossimo 30 giugno - quando entrerà in funzione il governo ad interim che dovrebbe traghettare il paese alle elezioni del 1 gennaio 2005 - ha ricevuto minacce di morte da parte del terrorista Zarqawi, sospettato dagli americani di essere il responsabile di numerosi attentati e delle decapitazioni dell’americano Nick Berg e del coreano Kim Sun-il. La «condanna a morte» in un messaggio audio di 16 minuti riversato su un sito internet islamista: «Per te Allawi - chiediamo scusa, per il primo ministro eletto democraticamente - abbiamo trovato il veleno e la spada adatti». «Queste minacce non ci preoccupano, continueremo a ricostruire l’Iraq e a lavorare per la libertà, la democrazia, la giustizia e la pace. Gli iracheni hanno già affrontato minacce simili», ha risposto un portavoce dell’ufficio del premier. Ma il primo ministro ha ricevuto altre minacce, questa volta mandate in onda dalla televisione al Arabiya e riferite al suo progetto d’imporre lo stato d’emergenza per fronteggiare la guerriglia. «La avvertiamo di non compiere questo crimine per obbedire ai suoi padroni occupanti. Colpiremo con pugno di ferro chiunque benedica questo progetto», ha dichiarato un gruppo che si è qualificato come appartenente alla resistenza irachena.
È proprio per eliminare Zarqawi che l’aviazione americana avrebbe bombardato, martedì notte, alcune abitazioni a Falluja. Risultato: venti «combattenti» uccisi, secondo la versione fornita dai comandi militari americani. Fonti ospedaliere irachene parlano invece di tre vittime civili uccise dal raid aereo. E ieri a Bassora, nel sud sciita, due sorelle irachene che lavoravano come traduttrici per l’azienda statunitense Betchel sono state uccise a colpi d’arma da fuoco mentre rientravano a casa dopo il lavoro.
Intanto il movimento sciita guidato dal giovane predicatore Moqtada al-Sadr avrebbe rifiutato qualsiasi forma di partecipazione alla conferenza nazionale sul futuro assetto dell’Iraq, che dovrebbe aprirsi il mese prossimo: in quella sede dovranno essere selezionati i membri dell’organo consultivo, un’assemblea parlamentare che affiancherà il nuovo governo ad interim.
Marcia indietro di Sadr
«Respingiamo l’invito a partecipare rivoltoci», ha dichiarato uno stretto collaboratore del leader radicale sciita, lo sceicco Ahmed Shaibani. «Lo abbiamo esaminato nel corso degli ultimi tre giorni e siamo giunti alla conclusione secondo cui in esso non si tiene sufficientemente conto dell’importanza del nostro movimento». Lunedì scorso il capo del comitato organizzatore della conferenza di luglio, Fouad Maasum, aveva spiegato che a nessuno erano ancora stati spediti inviti ufficiali. «Il comitato preparatorio sta attualmente studiando i criteri di scelta del migliaio circa di personalità che daranno il loro contributo alla Conferenza Nazionale», aveva dichiarato Maasum, «per cui al momento non è stato inviato alcun invito». Lo stesso Maasum aveva reso noto che ai lavori preparatori per la conferenza era stato invitato a partecipare anche Ali Sumeissem, indicato semplicemente come «qualcuno riconosciuto qale persona che è a conoscenza di Sadr»; il presunto emissario del giovane imam sciita non si era peraltro presentato all’appuntamento.