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Baghdad, Vietnam Street

Publie le venerdì 18 giugno 2004 par Open-Publishing

Dahr Jamail, Socialpress

18 giugno 2004 - Ho dormito male le scorse due notti. Il crescente timore per le autobombe mi sveglia al minimo rumore fuori dalla finestra.
Alle otto e un quarto sono passato dietro David che stava scrivendo sul suo computer per andare in cucina a fare del caffè quando una forte esplosione è rimbombata dalla strada, in Tharir Square.
"Buongiorno Dave", gli ho detto . "Buongiorno", mi ha risposto, lì, nella grossa e polverosa nuvola a fungo che sorgeva dagli edifici fuori dalla nostra finestra.
La nostra autobomba quotidiana ha dato il suo maligno benvenuto ad un’altra giornata di questa orribile occupazione dell’Iraq.

Questa ha ucciso almeno 13 persone, secondo le notizie dell’ultim’ora. Gli obbiettivi erano i passeggeri di un convoglio dei tipici van usati dai contractors della CPA. Cinque stranieri sono stati uccisi in quello che apparentemente è stato un attacco attentamente pianificato.
Subito dopo, tra il sangue e il caos, dicono le notizie, la facciata di un edificio lì accanto è crollata e un mucchio di iracheni hanno cominciato a ballare sopra e intorno alle automobili carbonizzate, agitando sopra la testa pezzi di metallo contorto divelti dalle macchine, scandendo "Down, down America" e "L’America è il nemico di Dio". Poi le automobili sono state distrutte dal fuoco.
Mentre la folla cresceva in numero ed eccitazione, sono arrivate la camionette americane, con in soldati in assetto antisommossa, per chiudere l’area. I soldati tenevano le armi puntate contro la folla, mentre gli investigatori cercavano di compiere i loro rilievi nell’area devastata.

Sono tornato a Sadr City per intervistare i medici dello Chouader Hospital. Il dottor Qasim al-Nuwesri, che è il direttore, ha detto che il suo ospedale riceve spesso anche più di cento tra morti e feriti iracheni ogni volta che i combattimenti tra l’armata Mahdi e i soldati americani irrompono nello slum sciita che l’esercito statunitense chiama la "Zona Nera" di Baghdad.

"Quando portano gruppi così numerosi, sappiamo che c’entrano gli americani", ha detto, in una rara concessione alle opinioni personali. Per tutto il resto dell’intervista, fa molta attenzione a non dire troppo sui misfatti delle forze occupanti nel suo territorio. Come molti medici e amministratori d’ospedale con cui ho parlato, non vuole rispondere alle mie domande più precise sul ferimento o l’uccisione di civili, né sulle incursioni dei soldati dentro gli ospedali per interrogare o arrestare combattenti feriti.
Piuttosto, insiste sulle condizioni di lavoro difficili sotto l’occupazione. "Siamo a corto di medicinali," dice, e fa notare più volte che è una cosa che accadeva di rado prima dell’occupazione. "È proibito, ma a volte siamo costretti a utilizzare più volte le siringhe, anche gli aghi. Non abbiamo alternative."
Questo ospedale cura circa 3000 persone al giorno.

L’altro grande problema di cui parlano è la drammatica situazione dell’acqua.
"Naturalmente siamo pieni di tifo, colera, calcoli renali... ma adesso abbiamo anche l’epatite E, che è molto rara... ma che è diventata comune da queste parti."
Con una rapida ricerca si scopre che "l’epatite E si trasmette per via fecale-orale. La trasmissione è associata soprattutto all’ingestione di acqua potabile contaminata dalle feci. Colpisce soprattutto giovani e adulti e, in particolare, donne al secondo o terzo trimestre di gravidanza. In questi casi, la perdita del bambino è comune. Tra le donne incinte, la mortalità è del 15-20%. È comune anche la trasmissione perinatale. I sintomi includono spossatezza, perdita dell’appetito, nausea, dolori addominali e febbre. Presso il resto della popolazione, l’epatite E ha un tasso di mortalità molto più basso, dallo 0,5 al 4% dei casi. La migliore prevenzione consiste nell’evitare acqua e cibi potenzialmente contaminati"
Il dottor Qasim al-Nuwesri racconta che una organizzazione non governativa tedesca, la APN, per un certo periodo portava autocisterne, ma che comunque contribuiva a coprire il fabbisogno necessario a operare in condizioni di igiene solo per il 15%.

In una stanza al piano di sopra troviamo sette medici più disponibili a darci informazioni.
"La cosa più importante è che non abbiamo acqua pulita," dice il dottor Ali, un giovane interno di 25 anni, mentre gli altri sei annuiscono con fervore. "È il problema che ci preoccupa di più," aggiunge.
Racconta anche che i soldati americani hanno più volte preso d’assalto l’ospedale cercando combattenti della resistenza feriti. "Arrivano qui chiedendo dei pazienti, e sono spaventosi, perché gridano, bestemmiano, puntano le armi sulla gente," dice. "Abbiamo avuto pazienti che si sono allontanati dall’ospedale quando sono arrivati gli americani, e poi abbiamo saputo che sono morti a casa, perché non c’era chi li curasse". Secondo il dottor Ali, i soldati statunitensi sono entrati nell’ospedale anche solo per rimuovere dalle pareti i manifesti di Moqtada Al-Sadr.
Il dottor Ali ha descritto con ulteriori particolari le pessime condizioni che l’ospedale deve sopportare sotto l’occupazione, a partire dalla penuria di energia, acqua, farmaci e attrezzature. Anche gli altri dottori confermavano. "Penso che la causa di di tutto questo siano gli americani," ha detto chiaramente alla fine dell’intervista

In macchina, tra le strade piene d’immondizia di Sadr City, siamo passati davanti a un muro sui cui stava scritto con la vernice spray "Vietnam Street". Subito sotto c’era scritto, "Scaveremo qui le vostre tombe".

Non appena abbiamo fotografato il muro dal finestrino dell’automobile, siamo stati fatti scendere da due uomini usciti da una macchina tutta scassata che ci ha accostato. Uno di loro, con una pistola sotto il dishdasha, ci ha chiesto cosa stavamo facendo, chi eravamo, perché facevamo fotografie. Dopo che il nostro interprete ha fatto un gran lavoro, spiegando che stavamo scrivendo sulla sitazione degli ospedali e che eravamo canadesi, il sedicente membro dell’armata Mahdi ci ha chiesto scusa. "Scusate, ma stiamo difendendo la nostra città. Siamo in guerra con gli americani, qui, e noi siamo i responsabili del pattugliamento di questa zona".

Quando gli abbiamo detto che avevamo fotografato la scritta ’Vietnam Street’ ci ha detto, "l’abbiamo chiamata così perché abbiamo ucciso un mucchio di americani in questa strada".

Voleva portarci da uno sceicco per interrogarci, ma grazie alla sveltezza di Hamid abbiamo evitato il rischio di essere trattenuti e siamo filati via da Sadr City.
Più tardi, dopo avere visitato l’Obitorio di Baghdad (che è un’altra storia che racconterò un’altra volta) Hamid ed io abbiamo preso qualcosa da mangiare e siamo ritornati verso l’hotel.

Abbiamo visto un altro gruppo di camionette e soldati, accanto a un distributore di benzina. Mentre guidava passandoci accanto, Hamid ha scosso la testa. Era favorevole all’invasione, ma ora fa del suo meglio per tirare avanti mentre osserva quel che resta del suo amato paese disintegrarsi ogni giorno che passa. Gli dico che penso che gli iracheni siano gente straordinaria visto tutto quello che è loro capitato, e adesso anche questo, come fanno ad andare avanti?

"Ogni giorno, sappiamo che sta a Dio decidere se saremo risparmiati da una bomba. Noi iracheni non possiamo fare altro che vivere giorno per giorno."
"Capisco," ho annuito.

Mi ricorderò delle sue parole stasera, andando a dormire, sapendo che mi porteranno un sonno un pò più profondo.

http://blog.newstandardnews.net/iraqdispatches/archives/000609.html#more

Dahr Jamail è il corrispondente da Baghdad per The New Standard. Canadese, nato in Alaska, si è dedicato a raccontare la vita quotidiana a Baghdad sotto l’occupazione aderendo ad un progetto di PeoplesNetWorks. Le sue corrispondenze vengono pubblicate nel blog Iraq Dispatches da cui abbiamo tratto questo messaggio, datato 14 giugno 2004. La traduzione è a cura di socialpress.

http://www.socialpress.it/article.php3?id_article=408