Home > DAL ‘G8’ DI SEA ISLAND AL ‘G77’ DI SAN PAOLO: I PAESI POVERI CONTINUANO AD (…)

DAL ‘G8’ DI SEA ISLAND AL ‘G77’ DI SAN PAOLO: I PAESI POVERI CONTINUANO AD ASPETTARE

Publie le venerdì 11 giugno 2004 par Open-Publishing

DAL ‘G8’ DI SEA ISLAND AL ‘G77’ DI SAN PAOLO: I PAESI POVERI CONTINUANO AD
ASPETTARE/PARTE1

“La comunità globale ha bisogno della cancellazione del 100% dei debiti
multilaterali dei Paesi poveri senza condizioni dannose. Perdendo questa
opportunità il ‘G8’ ha scelto ancora una volta la politica dei piccoli
passi invece di un’azione coraggiosa”. Così Marie Clarke, coordinatrice
nazionale della campagna ‘Jubilee Usa’ per l’annullamento del debito, ha
commentato le decisioni adottate ieri dagli 8 Paesi (‘G8’) più
industrializzati (e più ricchi) del pianeta a conclusione del vertice di
Sea Island, in Georgia (Usa). Non c’è stata l’auspicata eliminazione totale
del fardello di debiti che schiaccia 41 Paesi al mondo, 34 dei quali in
Africa. Nonostante l’invito a colazione dei ‘Grandi’ a sei capi di Stato
del continente ­ Algeria, Ghana, Nigeria, Senegal, Sudafrica e Uganda ­ il
principale provvedimento economico concreto riguarda soltanto l’estensione
di due anni dell’‘Iniziativa per i Paesi poveri altamente indebitati’
(Hipc), in scadenza a dicembre 2004, che permette ad alcuni Stati di
ridurre le quote di debito.

L’annuncio ha amareggiato e deluso le
aspettative di chi ­ dopo tante parole e dopo l’annuncio dell’‘agenda
misericordiosa’ proclamata da alcuni (c’è chi dice dallo stesso presidente
Usa George W. Bush) ­ si aspettava un intervento decisivo per risollevare
le sorti dei Paesi oppressi dal debito o devastati da piaghe sociali come
l’Aids. L’unica novità adottata a Sea Island è che i governi delle nazioni
più povere avranno tempo fino alla fine del 2006 per chiedere assistenza
attraverso prestiti, che andranno poi restituiti. Grande disappunto ha
suscitato il fatto che, nella stessa sede, gli ‘Otto’ abbiano trovato un
accordo per cancellare parte del debito estero dell’Iraq, anche se non sono
noti i dettagli. Secondo alcune fonti, sembra al Vertice si sia giocata una
sorta di ‘battaglia’ al rialzo: gli Usa e la Gran Bretagna ­ stando ad
alcune ricostruzioni giornalistiche ­ avrebbero chiesto di estinguere la
quasi totalità dei 120 miliardi di dollari del debito iracheno, mentre la
Francia ­ nonostante l’apparente ‘pax euroatlantica’ sancita nei giorni
scorsi alle celebrazioni del ‘D-Day’ ­ si sarebbe opposta, chiedendo che
l’Iraq, con le sue enormi potenzialità petrolifere, non godesse di benefici
maggiori rispetto ai Paesi in via di sviluppo.

Lo stallo si sarebbe
tradotto in un congelamento, almeno temporaneo, di entrambe le proposte.
Pare comunque che la somma in discussione per l’Iraq possa essere di 90
miliardi di dollari: “Perché non dare un terzo di questa cifra all’Africa?”
ha chiesto Irungu Houghton, portavoce dell’organizzazione umanitaria Oxfam,
dal momento che i Paesi altamente indebitamente dovrebbero restituire circa
31 miliardi di dollari, soprattutto a istituzioni come il Fondo monetario
internazionale (Fmi) o la Banca Mondiale. (continua)
[EB]

DAL ‘G8’ DI SEA ISLAND AL ‘G77’ DI SAN PAOLO: I PAESI POVERI CONTINUANO AD
ASPETTARE/PARTE2

Dopo che il ‘piatto forte’ di Sea Island ha lasciato le briciole ai popoli
affamati del Sud del mondo e alle democrazie africane in cerca di
stabilità, gli Otto hanno deciso anche di stabilire una sorta di ‘programma
collettivo’ ­ “un’impresa” l’ha chiamata chi non riesce a fare a meno di
applicare le categorie economiche dell’opulento Nord del pianeta alle gravi
sfide che attanagliano l’Africa ­ per lo sviluppo di un vaccino contro il
virus dell’Hiv. Dei 40 milioni di ammalati di Aids nel mondo, 27 si trovano
attualmente nel continente più povero, dove ne muoiono ogni giorno circa
6.000. I ‘Grandi della terra’ hanno anche deciso un meccanismo per
l’addestramento di circa 15.000 soldati all’anno fino al 2010 (in tutto
75.000) da destinare alle operazioni di peacekeeping, gran parte dei quali
dovrebbero provenire proprio dall’Africa, le cui guerre ­ almeno in alcuni
casi ­ possono essere ricondotte a interessi economici e geopolitici dei
Paesi che ieri hanno preso parte al ‘G8’.

A proposito di conflitti, i Sette
Grandi rimasti ieri al vertice (il premier canadese Paul Martin era
rientrato nel suo Paese già mercoledì sera per questioni di politica
interna) hanno sollecitato le parti in causa nella guerra del Sudan a
raggiungere il più rapidamente possibile “un accordo finale e globale” dopo
la firma di un’importante intesa nelle scorse settimane. Dalla riunione di
Sea Island si sono levate anche parole di “grave preoccupazione” per la
situazione nel Darfur, la regione del Sudan occidentale dove è in atto
quella che l’Onu definisce la più grave emergenza umanitaria del momento. I
capi di Stato e di governo del ‘G8’ hanno denunciato le “continue
violazioni dei diritti umani, spesso con dimensioni etniche” compiute nella
regione, chiedendo al governo di Khartoum di disarmare le milizie arabe
chiamate ‘Janjaweed’, responsabili di massicce persecuzioni contro la
popolazione civile, in particolare quella nera africana.

Chiuso il ‘G8’ dei
(pochi) ricchi, oggi a San Paolo, in Brasile, si apre il ‘G 77’ dei (tanti)
Paesi in via di sviluppo, del quale fanno parte attualmente 132 nazioni: un
vertice ministeriale straordinario, con la presenza del segretario generale
dell’Onu Kofi Annan sabato alla chiusura, per celebrare i 40 anni di questo
Gruppo, dal quale nessuno dei Paese membri è ancora uscito per andare
sedersi alle tavole imbandite come quella di Sea Island.