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Fausto Bertinotti : voglio far cadere il governo

Publie le venerdì 18 giugno 2004 par Open-Publishing

Unità

Intervista a cura di Luana Benini

ROMA Fausto Bertinotti è soddisfatto del suo 6,1% che va oltre il
risultato delle politiche (5%) e molto oltre le europee del ‘99 (4,3%).
«Un risultato importante. Durante la campagna elettorale avevamo pensato
che superare il 6% avrebbe rappresentato una svolta».

Una svolta?

«Sì. Un riconoscimento da parte dell’elettorato del progetto politico
del Prc e della sua linea politica, del profilo originale che avevamo
dato al partito. Pensavamo che superare il 6% avrebbe rappresentato la
caduta di quello sbarramento che avevamo riscontrato nelle settimane
precedenti le elezioni».

Parla di sbarramento. Quale era la preoccupazione?

«Sia chiaro, la campagna elettorale è andata bene. Comizi riusciti,
partecipazione, interesse e curiosità in crescita nei nostri confronti.
A volte persino sorprendente. Anche il Partito della sinistra europea ha
trovato un riscontro di opinione e un sostegno da parte di movimenti,
intellettuali, militanti... L’elemento che frenava era l’idea che
potesse nuovamente far premio, persino in un sistema proporzionale, una
logica maggioritaria e che alla fine tutta questa simpatia e questo
consenso potessero essere raffreddati dall’idea del voto utile e venisse
premiata la parte più consistente del centrosinistra».

Insomma temevate la capacità espansiva del listone.

«Ma questo non è avvenuto. Segno che la nostra ipotesi politica ha avuto
un appeal in grado di reagire a questa tendenza in maniera
significativa».

La crescita ha riguardato sia pure in maniera diversa anche Verdi e
Pdci...

«C’è una differenza. Noi diventiamo il quarto partito italiano, quasi la
metà da soli di tutte le forze che stanno a sinistra del listone.
Comunque non c’è dubbio che il 13% a sinistra del listone costituisce un
fatto politico importante».

È la sinistra pacifista che ha dimostrato di avere un peso?

«Non farei questa delimitazione politica. Anche dentro il listone ci
sono realtà che hanno condiviso la battaglia contro la guerra e che sono
essenziali alla costruzione di una sinistra alternativa
indipendentemente dalla collocazione nei vari partiti».

Veniamo dunque al progetto della sinistra alternativa e all’impiego di
questo 13%.

«Diciamo subito che la sinistra alternativa non ha confini che
racchiudono la geografia dei partiti a sinistra del listone. Ha una
dimensione più lata e non solo partitica. Prevede delle soggettività
che, ai fini del progetto, hanno la stessa dignità politica delle
organizzazioni dei partiti: associazioni, movimenti, componenti
sindacali... L’idea di una sinistra alternativa vive solo se si libera
dalla gabbia dell’accordo fra i ceti politici. Non possiamo fare a
sinistra ciò che ha fatto il listone. Non può essere una operazione di
somma, senza avere, per altro, la massa critica della lista unitaria.
Penso all’avvio di un processo costituente da parte di una pluralità di
soggetti della società civile, dei movimenti, dei partiti. Un processo
che nasce sulla base di discriminanti politico-culturali. Per selezione
progettuale. Il modello della costruzione non può essere piramidale o
verticistico, ma orizzontale, a rete, con la costruzioni di circoli,
club».

Un processo costituente dal basso?

«Un “tavolo centrale” sarebbe la pietra tombale per questo processo».

Come si configura la futura coalizione di centrosinistra per il governo?

«La convergenza di tutte le forze di opposizione su un terreno
programmatico si rende necessaria di fronte alla crisi incipiente
dell’ipotesi politica di Berlusconi. Adesso le forze di opposizione sono
maggioranza nel paese. Non è accaduto neppure nel ‘96 nel proporzionale.
Il perno costitutivo del governo, Fi, è franato e sotto traccia vive una
spinta neocentrista per cui certe forze interne al governo sono anche
tendenzialmente in uscita. Questo produce una vischiosità. Anche perché
una parte del centrosinistra manifesta la stessa propensione centrista».

Di qui la necessità di far convergere le forze di opposizione. In che
modo?

«Occorre mettere all’ordine del giorno della ricerca programmatica un
punto politico: quello dell’interruzione della legislatura prima della
sua conclusione naturale. Ciò significa crescita della mobilitazione
sulle questioni economiche, sul tema della guerra, sull’abrogazione di
alcune leggi del governo...».

Il listone ha già un programma, quello steso da Amato. Cosa ne pensa?

«Non lo conosce quasi nessuno. Non mi è sembrato che sia diventato un
terreno di discussione. Per una ragione di fondo. Se non ha rapporto con
le lotte e con i movimenti, un programma non esiste. Non ha sangue e
carne. Un programma deve partire dai problemi aperti. Le opposizioni
unite devono partire da alcune grandi rivendicazioni sulle quali
organizzare campagne politiche e sociali che diventano le fondamenta del
programma di alternativa. Iniziative parlamentari, presentazione di
proposte di legge unitarie...E la campagna per le regionali l’anno
prossimo potrebbe essere una tappa importante».