Home > G8 Genova : Scuola Diaz, processo alla polizia
Questa mattina al tribunale di Genova l’udienza preliminare per la notte «cilena» del G8. A giudizio 29 tra dirigenti e funzionari, tra cui il direttore dell’antiterrorismo Gratteri
ALESSANDRO MANTOVANI
Non è il processo alla polizia ma poco ci manca. Comincia oggi a Genova, con le consuete e provocatorie «misure di sicurezza» a palazzo di giustizia, l’udienza preliminare del processo a 29 tra dirigenti e funzionari di polizia per l’irruzione del 21 luglio 2001 alla scuola Diaz di Genova. Tra loro ci sono uomini come Francesco Gratteri, direttore dell’antiterrorismo e vicinissimo al capo della polizia Gianni De Gennaro, e funzionari di livello medio-alto che in tutta Italia dirigono interi uffici, con decine di poliziotti alle loro dipendenze. Erano tutti lì, nella scuola assaltata dopo due giorni di manifestazioni contro il G8 e di scontri di piazza con un morto e centinaia di feriti: finì con 61 feriti ricoverati su 93 manifestanti che per lo più dormivano e vennero tutti arrestati in base a prove poi riconosciute false, come le due famose bottiglie molotov. E oggi, salvo eccezioni, si presenteranno tutti sul banco degli imputati.
Uno che mancherà di sicuro è il vicequestore romano Massimiliano Di Bernardini, in rianimazione per un gravissimo incidente in moto: è un personaggio chiave dell’indagine perché fu il primo ad ammettere di aver visto le due molotov in mano al collega che le portò nella scuola, Pietro Troiani. Le sue condizioni potrebbero giustificare un rinvio dell’udienza ma il difensore, Massimo Lauro, annuncia che non lo chiederà. E’ un’indagine senza fine. Proprio in questi giorni i pm hanno deciso di procedere separatamente su uno dei tentativi più significativi di inquinamento delle prove e di depistaggio: Dania Manti, funzionaria della squadra mobile di Roma come Di Bernardini, potrebbe ricevere un avviso di garanzia per favoreggiamento. Era stato Troiani, circa un anno fa, a raccontare che Manti, quando gli notificò la convocazione dei pm, gli fornì anche il numero di telefonino del collega. L’operazione però non è andata a buon fine: Troiani ha continuato a raccontare di aver dato le
due bottiglie a Di Bernardini, che invece sostiene di essersi allontanato dopo aver avvertito il suo superiore diretto, l’allora vice di Gratteri al Servizio centrale operativo (Sco),Gilberto Caldarozzi. Il sacchetto con le molotov arrivò comunque nelle mani di quest’ultimo e pochi minuti dopo fu ripreso da una telecamera della tv privata genovese Primocanale: attorno alla busta c’erano GianniLuperi, oggi come allora direttore degli analisti dell’ antiterrorismo, l’ex vice questore bolognese Lorenzo Murgolo (oggi al Sismi) e poco più in là Gratteri, l’ex dirigente della digos genovese Spartaco Mortola e l’ex capo del reparto mobile (ex celere) romano Vincenzo Canterini.
Gli imputati
Gli imputati eccellenti, da Gratteri e Luperi ai firmatari dei verbali di arresto e di perquisizione, sono accusati di falso, calunnia e abuso d’ufficio, essenzialmente per le due bottiglie incendiarie. Del pestaggio, invece, rispondono in dieci, tutti del reparto guidato da Canterini fino a due settimane fa, alcuni dei quali sono difesi dallo studio del coordinatore di Alleanza nazionale, Ignazio La Russa. Le indagini hanno confermato che gli uomini del VII erano tra quelli che entrarono per primi, sia pure insieme a decine di poliziotti di altri reparti. Identificarli era impossibile e pertanto la procura archivierà le posizioni di 49 celerini romani. Altri due uomini di Canterini sono accusati di falso e calunnia per la coltellata denunciata dall’agente Massimo Nucera. Secondo il Ris dei carabinieri la casacca e il corpetto antiproiettile presentano lesioni da taglio incompatibili con il racconto di Nucera e dell’ispettore Panzieri, già poco verosimile perché il no global
accoltellatore sarebbe stato bloccato da diversi agenti ma poi sarebbe riuscito a dileguarsi. Infine tre poliziotti sono imputati per l’irruzione nella scuola di fronte, la Pascoli, che ospitava il Media center del Gsf: perquisizione arbitraria, danneggiamento e peculato per la distruzione dei computer e l’asportazione degli hard disk. «Sbagliammo scuola - dicono - entrammo lì per errore». Oltre al vice questore Salvatore Gava, capo della squadra mobile di Nuoro, c’è Luigi Fazio, squadra mobile di Roma, accusato anche di percosse a un giovane tedesco.
L’inchiesta
Dagli atti dell’inchiesta emerge una polizia sconcertante, che picchia alla cieca e poi racconta le peggiori panzane ai magistrati, nei verbali dell’operazione come nel corso delle indagini. La svolta è arrivata alla fine del 2002, quando i pm hanno accertato l’origine delle due bottiglie incendiarie indicate nei verbali come «ritrovate nella palestra al piano terra, in luogo accessibile a tutti, nella disponibilità dei 93 arrestati». In realtà le avevano trovate in strada, diverse ore prima. Anche le armi improprie con le quali i no global avrebbero cercato di opporsi agli agenti provenivano in verità provenivano da un cantiere. La verità è che a notte fonda, nonostante i feriti e tutto quel sangue, in questura erano convinti di aver fatto un gran lavoro, altrimenti non avrebbero firmato in sedici sul verbale d’arresto e in nove su quello di perquisizione. Era come mettersi una medaglia. L’operazione venne decisa e preparata in due riunioni tenute in questura, la sera del 21
luglio, nell’ufficio del questore Francesco Colucci (subito rimosso) e sotto la direzione del prefetto Arnaldo La Barbera, all’epoca capo dell’Ucigos e scomparso nel 2002, spedito a Genova dal capo della polizia Gianni De Gennaro proprio il pomeriggio di quel sabato, quando le manifestazioni erano terminate. La «perquisizione» alla Diaz fu l’esito ultimo di una precisa strategia che mirava ad arrestare più gente possibile perché, dopo due giorni di guerriglia, c’era solo un centinaio di arrestati. Su indicazione di De Gennaro si formarono «pattuglioni» di jeep e blindati per andare a caccia di no global che lasciavano Genova. E dopo una misteriosa sassaiola nei pressi della scuola (mai trovata l’auto colpita, né gli equipaggi coinvolti...) Canterini venne convocato alle 22,30 in questura per ricevere istruzioni sull’irruzione. Nulla di improvvisato: due colonne inquadrate e due catene di comando facenti capo, di fatto, ai capi dello Sco Gratteri e Calderozzi per gli uomini
delle squadre mobili, e a La Barbera e Luperi per quelli delle Digos. E non fu una perquisizione. Fu un blitz, una retata inutilmente sanguinosa coordinata da funzionari che provengono quasi tutti dalle squadre mobili e dalla lotta alla criminalità, come La Barbera, Gratteri e gran parte degli imputati.
I pm della Diaz sono stati dipinti come forsennati castigatori di poliziotti e bacchettati dalle migliori firme di Repubblica e sul Corriere della sera. Come se avessero toccato gli intoccabili, come se avessero ficcato il naso dove non si deve. Ma in realtà si sono mossi con grande cautela: le iscrizioni sul registro degli indagati le hanno fatte con il contagocce e l’accusa di lesioni personali è caduta subito per tutti (tranne Canterini e soci). Se la fuga dal processo tramite la Cirami, che oggi avanzeranno alcuni legali, non porterà da nessuna parte, dovranno convincere il tribunale di quanto hanno cercato di raccontare ai pm: che quella sera alla Diaz non hanno visto o non hanno capito, che si sono fidati e sono stati «ingannati». Gratteri ha scaricato tutto sul reparto mobile di Canterini e su Troiani, che avrebbero inventato le molotov e la falsa coltellata per coprire il massacro. E Troiani ha scaricato su Burgio, l’autista reo confesso, che nel frattempo ha lasciato
la polizia e potrebbe chiedere il giudizio abbreviato per farsi processare da solo.
Il Manifesto