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G8: INDOVINA CHI VIENE A COLAZIONE? L’AFRICA E “L’AGENDA MISERICORDIOSA”

Publie le venerdì 11 giugno 2004 par Open-Publishing

G8: INDOVINA CHI VIENE A COLAZIONE? L’AFRICA E “L’AGENDA MISERICORDIOSA”/PARTE1

Oggi va in scena l’Africa al summit degli 8 Paesi più industrializzati del
Pianeta (G8) in corso da ieri nell’isolotto di Sea Island, Georgia (Stati
Uniti). Lotta contro la fame, carestie, sicurezza alimentare e produttività
agricola, la battaglia contro l’Aids e la polio, ma anche operazioni di
peace-keeping e sviluppo economico del Continente Nero, saranno i temi
(forse un po’ indigesti) trattati durante la colazione di lavoro che gli
scamiciati leader dell’economia planetaria affronteranno con i sei
presidenti africani (Algeria, Ghana, Nigeria, Senegal, Sudafrica e Uganda)
invitati personalmente da Bush. Basta dare una rapida occhiata alla stampa
africana per capire la sensazione con cui il continente nero vive
l’appuntamento.

“Sappiamo che vedendoci partecipare al G8 alcuni ci
dipingeranno come dei mendicanti” scrive il presidente sudafricano Thabo
Mbeki in un editoriale pubblicato ieri dal quotidiano nigeriano This Day.
“Continueremo ad essere oggetto di compassione e disprezzo finché non
saremo in grado di essere i padroni del nostro destino” scrive ancora uno
dei paladini e degli architetti della nuova Africa. Un appello
all’autosufficienza, quello di Mbeki, dettato non solo dall’orgoglio ma
anche dalla constatazione del reale interesse riservato al continente dal
resto del Pianeta e soprattutto dagli 8 grandi. Lo stesso giornale
nigeriano che ha ospitato il fondo del capo di Stato africano, nei gironi
scorsi riportava un’ampia recensione di uno libro realizzato dal Centro di
ricerca canadese per lo sviluppo internazionale e dall’Università di Città
del Capo in Sudafrica, intitolato “Indifferenza fatale: il G8, l’Africa e
la salute globale”.

Analizzando il rapporto tra le azioni realmente
intraprese e le promesse, gli impegni, le parole e i programmi dedicati
durante i vertici dei G8 degli scorsi anni ai Paesi in via di sviluppo, lo
studio giunge a una conclusione tanto semplice quanto drammatica: le
promesse mancate nei confronti del Sud del mondo in generale, e dell’Africa
in particolare, rischiano di minare la salute e la sicurezza dell’intero
pianeta nei prossimi anni. E proprio nella ridefinizione del concetto di
‘sicurezza’ planetaria sta la scommessa più importante che gli 8 grandi
sono chiamati a vincere. “La ‘sicurezza’ di cui i G8 sono più preoccupati è
quella relativa alle proprie popolazioni (una ricca e sproporzionatamente
piccola minoranza planetaria) e ai propri interessi commerciali” si legge
nel libro. “Proteggere la salute del resto del pianeta, in maniera diretta
o creando le condizioni perché questo avvenga, è al momento il principale
problema di sicurezza dell’intera comunità mondiale”. Nello studio si
sottolinea come le misure di sicurezza contro future minacce terroristiche
siano privilegiate rispetto alla soluzioni di quelle disuguaglianze sociali
che rappresentano il trampolino per intolleranza e conflitti.

“L’enfasi che
le principali economie del pianeta riservano alle questioni economiche
piuttosto che a quelle sociali, culturali e ambientali riflette l’assunto
neoliberista su cui il G8 fonda gran parte delle sue scelte” continua lo
studio. Ma il problema, come spesso accade, non si trova tanto nei principi
quanto piuttosto nei dettagli, spiegano i ricercatori canadesi e
sudafricani. “La liberalizzazione nel commercio dei beni, potrebbe portare
reali benefici allo sviluppo del pianeta se fosse accompagnata da politiche
interne corrette che tengano conto di investimenti paralleli a livello
umano, sociale e ambientale”.

G8: INDOVINA CHI VIENE A COLAZIONE? L’AFRICA E “L’AGENDA MISERICORDIOSA”/PARTE2

La cieca applicazione di principi nati e pensati per economie forti rischia
di distruggere quelle più deboli, come accadde durante gli anni ’80 quando
le misure di aggiustamento strutturale del Fondo monetario internazionale e
della Banca mondiale forzarono i governi africani a tagliare la loro spesa
sociale in settori quali la sanità e l’educazione annullando gli sforzi
compiuti negli anni precedenti. Oggi una situazione analoga si ritrova
nelle petizioni depositate di fronte all’Organizzazione mondiale per il
commercio per impedire la produzione di farmaci generici. Un’azione che
blocca l’accesso a medicine essenziali per milioni di africani. Più duro il
giudizio di Kevin Watkins, capo del settore ricerca di Oxfam, una delle più
importanti e attive organizzazioni umanitarie del mondo, che definisce
senza mezzi termini l’incontro tra i leader africani e i G8 un teatrino di
“una spettacolare irrilevanza per il mondo reale”.

A Sea Island, per la
terza volta consecutiva, l’Africa è stata inserita in quella che alcuni
hanno definito l’agenda “misericordiosa” del G8. “Sei leader africani sono
stati invitati per un ‘dialogo’: un eufemismo per ascoltare pie
dichiarazioni di principio e vacue promesse che nella sostanza non vengono
mantenute” spiega Watkins. Per il ricercatore di Oxfam, l’estrema povertà e
le pessime condizioni sanitarie del continente africano parlano da sole: la
metà della popolazione del continente vive, o forse è meglio dire
sopravvive, con meno di un dollaro al giorno e solo 8 Paesi africani
sembrano aver imboccato la strada giusta per ridurre la povertà; un bambino
su sei muore e la solo la metà dei sopravvissuti porta a termine le scuole
primarie. In questo contesto i conflitti interni, al tempo stesso concausa
e prodotto delle drammatiche condizioni sopra esposte, completano un quadro
che in quanto a bisogno e sofferenza umana dovrebbe attirare la stessa
attenzione dimostrata dal G8 per il Medio Oriente.

“Forse se l’Africa fosse
vista dal nord del mondo come una minaccia ai propri interessi riceverebbe
più attenzione. Invece le speranze degli africani che stanno cercando di
portare avanti il loro cammino vengono ripagate con l’indifferenza”.
Secondo le stime effettuate dai ricercatori di Oxfam gli aiuti al
continente africano negli ultimi anni sono passati dalla quota di 33
dollari a persona fatta registrare una decina di anni fa, ai 20 attuali.
Nessun membro del G8 è anche solo vicino a spendere lo 0,7 per cento del
proprio attivo nazionale (quota fissata dalle Nazioni Unite) per assistenza
allo sviluppo. La proposta di un piano Marshall per l’Africa, lanciata due
anni fa da Mbeki al summit di Calgary, venne accolta da un gelido silenzio
e successivamente giudicata economicamente insostenibile dagli 8 grandi che
chiesero tempo per riflettere.

Una sorte simile sembra essere toccata anche
ai 20 miliardi di dollari annuali indicati dalle Nazioni Unite come ricetta
per raggiungere gli obiettivi di sviluppo dell’Africa. Eppure, sottolinea
Watkins, i circa 90 miliardi di dollari di stanziamento addizionale che Usa
e Gran Bretagna insieme hanno dedicato alla guerra in Iraq, supererebbe di
tre volte la cifra necessaria per combattere la povertà in Africa.
“Dobbiamo riuscire a stabilire le nostre priorità, basate sulle nostre
realtà ed esperienze, sui nostri bisogni piuttosto che su quelli dei
donatori stranieri e delle organizzazioni attraverso cui vengono
canalizzati i fondi” è la constatazione conclusiva a cui giunge Mbeki nel
suo editoriale. (a cura di Massimo Zaurrini)