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Hanno detto : dinamica della liberazione degli ostaggi italiani
Publie le sabato 19 giugno 2004 par Open-PublishingHanno detto
Le agenzie e gli articoli di stampa apparsi nell’ultimo mese e raccolti da PeaceReporter suggeriscono che l’ipotesi del pagamento di un riscatto è più che probabile e che la verità sulla dinamica della liberazione degli ostaggi è ancora tutta da chiarire
SUL RISCATTO
Ansa, 19 aprile, parla una fonte dell’intelligence italiana: Il tentativo in corso sarebbe quello di produrre un corto circuito tra il gruppo dei mandanti e quello degli esecutori, in modo da ottenere direttamente da questi ultimi la liberazione dei tre italiani. In che modo? Il pagamento di un riscatto e’ una delle opzioni prese in considerazione: ’’con questi interlocutori quella privilegiata’’, dice la fonte.
Corriere della Sera, 20 aprile, intervista la governatrice italiana di Nassyriya, Barbara Contini: Per la liberazione degli italiani la via è pagare? «Pagano tutti. Lo si fa da secoli e secoli. Dalla fine della guerra il fenomeno si è allargato. In tutto il Paese sono state rapite migliaia di persone a scopo di estorsione, in maggioranza donne e bambini»
Ansa, 21 aprile: Sono stati pagati dei soldi per il rilascio degli italiani? ’’Si’’. Cosi’ il governatore della provincia irachena di Dhi Qar, Barbara Contini, ha risposto a Maurizio Belpietro durante la registrazione dell’ ’Antipatico’ che andra’ in onda su Canale 5 domani sera a mezzanotte e un quarto. La Contini, secondo gli estratti forniti dalla redazione della trasmissione, si e’ anche detta convinta che agli italiani in Iraq ’’non succedera’ piu’ niente’’.
Pochi giorni prima, il 15 aprile, la Contini aveva partecipato a una riunione alla Farnesina con Berlusconi, Fini, Frattini, Letta, Pisanu e i direttori di Sismi, Sisde e Cesis, per fare “un esame approfondito della situazione e delle iniziative messe in campo per la liberazione degli italiani sequestrati in Iraq” (comunicato ufficiale di Palazzo Chigi)
Ansa, 21 aprile: ’’Non mi meraviglierei se fosse stato pagato un riscatto. Ma posso dire una cosa: non mi meraviglierebbe conoscendo la sua generosita’ se il riscatto lo avesse pagato di tasca sua Silvio Berlusconi’’. Cosi’ si e’ espresso oggi, parlando degli ostaggi in Iraq, l’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, intervistato da Radio Padania.
Ansa, 22 aprile: ’’La trattativa - spiega una qualificata fonte dell’intelligence italiana - e’ stata avviata da giorni ed ormai e’ ’definita’ in tutti i suoi aspetti, sia para-politici, sia economici. Quello che dovevamo fare l’abbiamo fatto. Crediamo che il momento che aspettiamo si stia avvicinando. Ora aspettiamo’’. Dunque, il riscatto e’ stato pagato? Sono state accolte richieste di altra natura? La fonte non lo dice, limitandosi a sottolineare che ’’sono ore cruciali”.
Il Tempo, 22 aprile: Una somma importante, secondo autorevoli indiscrezioni messa a disposizione di tasca propria da Silvio Berlusconi, è ora arrivata nelle mani dei rapitori iracheni degli ostaggi italiani. Insieme a quella acqua e viveri, distribuiti in abbondanza, secondo i patti, dalla Croce rossa italiana a tutta al popolazione di Falluja. L’autorevole indiscrezione è circolata fin dalla serata di martedì in importanti ambienti bancari italiani. Da qualche giorno Silvio Berlusconi avrebbe chiesto ai suoi banchieri di fiducia di smobilizzare una somma importante, trasferita su un nuovo conto. L’ipotesi circolata «ma anche più di una ipotesi», sostiene un banchiere chiedendo di non essere citato, «è che il premier abbia messo a disposizione di tasca propria l’intera somma necessaria al riscatto: 5 milioni di euro».
Il Tempo, 23 aprile: «Beh, non è come una trattativa di Pubblitalia: tiri sul prezzo, ti metti d’accordo e porti a casa... Quelli lì sono predoni, mica gente di parola. Qui lo sanno tutti che Berlusconi paga di tasca sua il riscatto, e del resto conviene, però non scriverlo...», tuona un peone di Forza Italia. «E mi raccomando, non scrivere nemmeno il mio nome, se no sono nei guai...». In Transatlantico, ieri, la notizia del riscatto di 5 milioni di euro sgorgati direttamente dalle tasche del premier per riportare a casa i tre ragazzi italiani in mano ai rapitori iracheni non meravigliava nessuno, nemmeno chi, come il presidente della commisione servizi, Enzo Bianco, istituzionalmente diceva: «Con gli aiuti che abbiamo inviato, di soldi per gli iracheni né abbiamo già spesi tanti...».
La Repubblica, 10 maggio: L’uomo-chiave sarebbe un agente del servizio segreto di Saddam (Muhabarat) per molti anni in attività in Italia e, da tempo, al soldo e fonte del Sismi. E’ il "doppiogiochista" che stabilisce il contatto con chi può garantire la liberazione degli italiani. Sono le sue assicurazioni che permettono di snobbare la mediazione degli Ulema e di rinvigorire l’ottimismo governativo che, nella notte di lunedì 19 raggiunge il punto più alto. Non c’è uomo di governo in quella notte (nel pomeriggio il direttore del Sismi Nicolò Pollari ha annunciato a Gianni Letta la liberazione degli ostaggi) che non assicuri e riassicuri che "nelle prossime ore gli ostaggi saranno liberi". Le cose, nelle intenzioni di Roma, dovrebbe andare così. Il convoglio della Croce Rossa che, martedì 20, raggiunge Falluja ha dentro di sé, come un cavallo di Troia, un robusto pacco di denaro e un emissario. Giunti nella città assediata, l’emissario con il denaro va incontro all’"ambasciatore" dei sequestratori. Dovrebbero tornare con gli ostaggi. Scompaiono tutti tra le stradine di Falluja. Emissario sparito. Denaro sparito. Ostaggi lontani, chi lo sa dove, chi lo sa nelle mani di chi. L’operazione vincente diventa una catastrofe. Politica, mediatica, umana. L’aereo del Sismi che è già pronto sulla pista dell’aeroporto di Bagdad resta desolatamente vuoto. Come la sala stampa attrezzata a Ciampino per accogliere l’abbraccio del capo del governo agli ostaggi. Mentre Berlusconi è costretto ad ammettere che ci sono degli "intoppi" (è ormai il 21 aprile).
SUL BLITZ
La Repubblica, 9 giugno: "Siamo stati liberati ieri. Si è trattato di una cosa velocissima, il blitz è stato fulmineo. Abbiamo sentito sparare soltanto pochi colpi" hanno detto gli ex ostaggi ai pm romani rispondendo a domande precise sulle modalità e i tempi della loro liberazione.
La Repubblica, 10 giugno: Gli elicotteri. Poi una esplosione. La porta della prigione che salta. Le divise delle forze speciali. La libertà. Jerzy Kos, l’ingegnere polacco tenuto in ostaggio assieme ai tre ostaggi italiani, racconta i concitati attimi della liberazione di martedì scorso. "Tutta l’operazione - dice - è durata tre minuti, abbiamo prima udito il frastuono degli elicotteri che si sono posati all’esterno, poi l’esplosione che ha fatto saltare la porta metallica della prigione".
Quindi spari e un’esplosione, che nel famoso video del blitz diffuso dalle forze Usa non ci sono. E nemmeno nella versione data dal generale Usa Kimmitt...
Corriere della Sera, 13 giugno, intervista al generale Usa Kimmitt: I tre italiani e il polacco erano ammanettati, tenuti prigionieri in un’abitazione nella cittadina di al-Mahmudiya, nell’area di Musayeb, una trentina di chilometri a sud di Bagdad. «Va chiarito una volta per tutte che quando siamo arrivati al covo c’erano i rapitori. Si è trattata di un’azione di guerra. Li abbiamo liberati, nessuno ce li ha consegnati». E’ vero che non avete sparato un colpo? «Vero». Quanti rapitori avete arrestato? «Quattro, sono tutt’ora nelle nostre mani per gli interrogatori necessari».
Ma nel video non si vede nessun rapitore…
La Repubblica, 10 giugno: A Washington, come ovvio, non svelano il segreto dell’operazione, ma nelle unità di intelligence interessate all’affare, trapela un frammento di verità. "Si è trattato di un’operazione facile facile. Non è stato sparato un colpo. Tutto è finito in pochi minuti e con un volo di elicottero di dieci minuti ci siamo riportati gli ostaggi a Bagdad". Dunque gli ostaggi non erano nel sud della capitale irachena come, per tutta la giornata di martedì hanno ripetuto Palazzo Chigi e la Farnesina, ma nell’area di Ramadi, a nord ovest della città. Più o meno centodieci chilometri da Bagdad. Più o meno, appunto, dieci minuti di volo in elicottero.
Notizia riportata anche due giorni prima dall’agenzia di stampa polacca Pap (ripresa da L’Espresso, tra gli altri): ’’La liberazione del polacco Jerzy Kos (tornato in liberta’ contemporaneamente ai tre ostaggi italiani, Ndr), e’ avvenuta nella citta’ di Ramadi, 110 chilometri a ovest di Baghdad per opera di militari americani e polacchi’’, ha detto alla agenzia polacca Pap il portavoce della societa’ Jedynka di Breslavia, Andrzej Polaczkiewicz, dopo avere parlato per telefono con l’ex ostaggio polacco subito dopo la sua liberazione.
Ma come, non erano stati liberati ad una trentina di chilometri a sud di Baghdad?...
La Repubblica, 14 giugno: Stefio ha raccontato che il sequestratore fuggito al momento del blitz sarebbe lo stesso che gli aveva detto di scappare. Diversamente da quanto aveva raccontato agli inquirenti mercoledì scorso, oggi l’ex ostaggio avrebbe parlato di tre sequestratori presenti in casa al momento del blitz e non due come detto in precedenza.
Corriere della Sera, 17 giugno: La scena in bianco e nero si apre con gli anfibi delle teste di cuoio americane che penzolano dal portellone dell’elicottero. Sono vicinissimi a terra. Si solleva un polverone fitto, che offusca ancora di più le immagini già confuse. I soldati saltano a terra con i mitra puntati, corrono verso una palazzina a un piano. Sembra una scuola, o dei magazzini, oppure una caserma abbandonata. Terra bianca, un grande cortile interno, con viottoli cementati. Eppoi le porte spalancate. I soldati sferrano calci per aprirle ancora di più, forse temono un’imboscata. Ma non c’è nessuno. Assolutamente nessuno. Se non loro. (…) Ma nel video il blitz appare assolutamente indolore. Il generale Kimmitt aveva parlato di «quattro arrestati». Non se ne vede neppure uno. L’azione si svolge in pochi secondi.
http://www.peacereporter.net/it/canali/voci/dossier/000ostaggi/040617hannodetto