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I marescialli si ribellano e fanno trapelare le foto delle torture a Nassirija
Publie le sabato 19 giugno 2004 par Open-PublishingSono venti foto che interpellano la coscienza degli italiani. Sono venti delle 200 foto che alcuni marescialli dell’Arma hanno conservato per quasi un anno prima di consegnarle al sito dell’Unac, associazione indipendente dei carabinieri, affinché tutti sapessero. A spronare la loro coscienza, ammettono fonti dell’Unac, è stata anche la pubblicazione da parte del sito di Articolo 21 delle prime immagini delle gabbie di Nassirija col colonnello comandante dei bersaglieri Portolano che tratta per la liberazione di alcuni di questi prigionieri.
A far fremere l’anima di questi marescialli investigatori scientifici del Ris sono state le parole di verità sussurrate da Pina Bruno vedova del loro collega Massimiliano che aveva rivelato al mondo intero l’orrore di quelle carceri dove i diritti umani giacevano sospesi e la speranza calpestata giorno per giorno.
Sono immagini che trasudano indignazione e fotografano al di là di ogni ragionevole
dubbio la verità.
I militari italiani sapevano, non tolleravano e informarono i vertici politici e militari dell’esecutivo Berlusconi che preferì pilatescamente lavarsene le mani.
I nostri militari, no. Ingaggiarono un conflitto a fuoco per salvare alcuni detenuti dalle sevizie e avvertirono tutto il peso della sconfitta personale quando uno di quei prigionieri fu ucciso a colpi di karate.
I marescialli e gli ufficiali non rimasero insensibili, fotografarono, rivelarono, denunciarono ma chi poteva e doveva decidere, il ministro Martino primo tra tutti, preferì lavarsene le mani ignorando quel che accadeva dopo che i prigionieri venivano consegnati alle autorità locali irachene o a quelle britanniche della coalizione responsabile del controllo militare sulla parte meridionale dell’Iraq.
“Abbiamo moltissimo materiale che stiamo esaminando – conferma il maresciallo Antonio Savino, presidente dell’Unac - da foto di reperti archeologici poi scomparsi, ad altre di stanze piene di soldi che poi sembrano finire nelle mani di alcuni iracheni che li
contano”.
Nitide e dettagliate le immagini dei detenuti nelle “gabbie” di Nassirija. Terrificanti le immagini di tre presunti tombaroli arrestati nel deserto e lasciati a cuocere sotto il sole battente dell’estate irachena con le mani legate dietro la schiena: riversi faccia a terra come lucertole infilzate, residui d’umanità imprigionata nella calura degli oltre 50 gradi. Sguardi supplichevoli che incontrano un volto iracheno già noto: l’interprete della squadra dei marescialli Fregosi e Bruno, morti a Nassirija, che avevamo già visto nelle immagini girate dall’eroe civile di Nassirija, il produttore indipendente Stefano Rolla, morto nell’esplosione del 12 novembre durante l’attacco
alla base dei carabinieri.
Sono tutte coincidenze che confermano le dichiarazioni della vedova Bruno e i risultati delle nostre inchieste successive.
I marescialli superstiti, adesso, non intendono più tacere e per non subire contestazioni offrono all’opinione pubblica l’evidenza della prova attraverso le foto che corredarono numerose, disperate, relazioni di servizio inoltrate sino ai vertici capitolini.
E’ la verità che bussa alle porte. Le prime foto ora sono su internet e su diversi quotidiani italiani.
Ma i marescialli promettono: “Non finisce qui”.