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TERVISTA A ROSARIO BENTIVEGNA
di Pancho
Rosario Bentivegna, 82 anni, è uno dei protagonisti della lotta partigiana romana. E’ stato uno degli esecutori materiali dell’attentato di via Rasella del 23 marzo 1944 a cui seguì la criminale rappresaglia delle Fosse Ardeatine. Quest’anno ricorre il sessantesimo anniversario della liberazione e ha dovuto partecipare a diversi incontri per ricordare quei nove mesi di resistenza. Comunque riesce a concedermi un’intervista a casa sua. Mi accoglie dicendomi di essere un po’ acciaccato. Ma quando mi racconta Roma occupata, le azioni dei gappisti e la liberazione, tira fuori una voce da ragazzo.
Parlami della tua adolescenza fascista.
Io sono nato nel giugno del 1922 quindi proprio col fascismo. Ho fatto le scuole fasciste, andavo all’Azione Cattolica come tutti i ragazzini di quel periodo. Lì ci insegnavano ad amare il duce: i preti lo chiamavano l’uomo della provvidenza. Però io ricordo vagamente, nella primissima infanzia forse nel ’24-’25, mia madre una sera prese me e mia sorella più piccola e ci nascose sotto il davanzale dicendoci di stare buoni perché passavano gli uomini ubriachi. E questi erano i fascisti.
Come era l’educazione a scuola?
Le nuove leve, i giovani, erano gonfiate ed esasperate dalla retorica di regime. A scuola si diventava balilla, poi a quattordici anni avanguardista e a diciassette giovane fascista. Queste erano età che ricalcavano quelle di Roma antica: il puer a diciassette anni diventava vir. Noi ragazzini però ci divertivamo. Ci davano un fuciletto quando diventavamo avanguardisti e un pugnale vero quando diventavamo giovani fascisti. Eravamo educati alla violenza e all’aggressività. Avevo un ritratto di Mussolini in camera, come voi avete quello del Che Guevara, che per me era il mito della grandezza della patria, dell’Italia proletaria, delle benemerenze nei confronti dei poveri. Erano tutte balle. Ma io non potevo vederle queste cose. Vivevo nel benessere di una borghesia medio-alta. C’era il pensiero unico. Non c’era altro. Kafka l’ho conosciuto dopo la guerra. Anche i film americani li ho visti dopo la liberazione. Pensa che il jazz era proibito perché definito "musica nera degenerata". Io però lo sentivo perché ero compagno di scuola di figli di gerarchi fascisti che facevano venire questi dischi dall’estero.
Voi non avrete mai idea di che cos’era il fascismo. Un controllo totale.
E in famiglia?
I miei nonni non erano certo antifascisti. So che mio padre era un antifascista, ma non l’ho conosciuto perché si è separato presto con mia madre. Il secondo marito di mia madre, pur essendo un borghese, pacifico, opportunista, tuttavia era un antifascista e in casa non lo nascondeva. Io ci litigavo a morte, anche se gli volevo molto bene, ma a scuola ci insegnavano quelle cose.
Quando è avvenuta la tua presa di coscienza?
Fino alla conquista dell’impero, nel 1935, io sono stato fascista. Ma già nel ’36 ho incominciato ad avere dei dubbi. I dubbi vennero un po’ dalla guerra di Spagna: mi sembrava strano che noi che eravamo per l’ordine appoggiassimo degli insorti. Perché Franco era il generale degli insorti. In seguito ci eravamo alleati con la Germania. E Mussolini aveva fatto del "mito antigermanico" il suo mito. Quando Dolfuss fu ucciso, nel 1934, per il tentavo di portare l’Austria alla Germania, Mussolini mandò le truppe al Brennero per contrastare i tedeschi. L’alleanza con la Germania mi lasciò perplesso. Poi una sera del ’37, avevo quindici anni, un mio amico, Luciano Mella, che era poco più grande di me, passeggiando sulla spiaggia di Santa Severa, mentre eravamo in villeggiatura, mi chiese se fossi fascista e se fossi d’accordo con tutte le cose del regime. Io risposi che ero fascista ma che non tolleravo il clientelismo, la corruzione dei gerarchi, le leggi razziali. E risposi: "ma il duce non lo sa". E questa risposta che io diedi a Luciano per giustificare la mia adesione al fascismo, d’improvviso, mi scioccò: "se il duce non lo sa allora che razza di duce è? O è un complice o un cretino". Da allora cominciai a riflettere. Contemporaneamente vennero le "leggi razziali" e io avevo molti amici d’infanzia ebrei. Questa svolta avvenne nel secondo liceo. Ma già nel terzo liceo e all’università, con alcuni compagni di scuola, costituimmo una struttura clandestina antifascista con la pubblicazione di un bollettino quindicinale.
Sei stato ispirato anche dal pensiero mazziniano.
Si. Io sono d’accordo col concetto di patria di Mazzini: la patria non è un territorio. Il territorio non è che una base. La patria è un territorio in cui uomini liberi organizzano e sviluppano la propria libertà. Mazzini dice anche di batterti contro la tua patria se opprime altre patrie.
Facendo l’università al Policlinico hai vissuto il bombardamento di S.Lorenzo.
Quell’episodio drammatico fu un altro momento di svolta. Perché, in quel momento, sentii l’esigenza morale del riscatto anche con la violenza, anche con la guerra. Vedere quel macello. Ancora oggi mi vengono i brividi lungo la schiena a ricordare quello che ho vissuto in quelle ore dalle undici del mattino alle diciannove del giorno successivo. Poi noi eravamo studenti al terzo anno di medicina al Policlinico e fummo costretti a fare cose ben più impegnative: chiudere vasi profondi e operare i feriti gravi.
Quanti furono i morti di quel bombardamento?
Le cifre oscillano tra i 1500 e i 3000. Poi ci furono ripetuti bombardamenti. Dall’8 settembre ’43 al 5 giugno ’44, Roma ha avuto 51 incursioni aeree di cui nessuno ricorda più niente. La storia di quel periodo viene totalmente ignorata.
Arriviamo quindi all’armistizio.
Dopo i 45 giorni di Badoglio, si costituisce il CLN, Comitato di Liberazione Nazionale, e l’8 settembre c’è la difesa di Roma. Anche questa cosa nessuno la sa: Roma non si è arresa, ha combattuto e fermato i tedeschi. E questa difesa ci è costata cara: 600 morti di cui 400 dell’esercito regolare del re. I tedeschi sono entrati a Roma con l’inganno: Kesserling firmò col generale Calvi di Bergolo, genero del re e comandante di Roma città aperta, l’armistizio che stabiliva che i tedeschi non sarebbero entrati con le armi in città e che Roma rimaneva libera e presidiata dalle truppe dell’esercito italiano. Due giorni dopo i tedeschi sono entrati con i carri armati occupando la città e definendola "territorio in stato di guerra", altro che "città aperta". Hanno rastrellato ufficiali e soldati e li hanno deportati in Germania come in tutti gli altri fronti. 650.000 sono stati trasferiti nei campi nazisti. Di questi tra i 30 e i 50.000 hanno aderito alla repubblica sociale, ma gli altri si sono rifiutati e ne sono morti 47.000. Un’altra pagina della nostra storia offuscata. Ora parlano di guerra civile. Ma contro chi?
Qui inizia la resistenza romana e i nove mesi di occupazione.
Dopo l’8 settembre inizia la resistenza di Roma che ha la grandissima caratteristica della spontaneità. Pensa al carattere dei romani: quanto di più disobbediente e strafottente ci possa essere. Poi la spontaneità della solidarietà del popolo nei confronti dei perseguitati che erano parecchie centinaia di migliaia: soldati sbandati, i renitenti alla leva militare, i renitenti alla leva del lavoro, politici antifascisti, i partigiani, i prigionieri alleati scappati dai campi di concentramento italiani e che venivano protetti nelle case, i politici fascisti che non volevano andare al nord ed erano nascosti pure loro. Roma era un deserto. E noi abbiamo incominciato ad attaccare subito. Tant’è che già a dicembre c’era già il coprifuoco alle quattro e mezza di sera e fu proibito l’uso delle biciclette, perché noi le usavamo come mezzo per fare le azioni.
E’ stata questa la grandezza della resistenza romana: la solidarietà. Anche Kappler lo ha detto al processo delle Fosse Ardeatine: che loro dovevano fare la strage nella massima segretezza e nel meno tempo possibile (22 ore dopo l’attacco di via Rasella) perché non potevano fidarsi dei romani che non avevano mai consegnato loro un partigiano malgrado le taglie di grande consistenza che ci mettevano su le teste. Ma anche da un punto di vista militare Roma è, senza dubbio, la capitale d’Europa che ha dato più filo da torcere ai tedeschi. E la detto perfino Dolmann che era il comandante delle SS a Roma. Tra tutte le città italiane è quella che ha fatto più azioni militari nei nove mesi d’occupazione. E questo lo riconosce pure De Felice.
Dove trovavate le armi e dove le nascondevate?
C’erano le armi dei soldati sbandati e alcune vennero diffuse già prima dell’8 settembre. Poi c’era il Centro Militare Clandestino, i cosiddetti badogliani, sotto il colonnello Montezemolo, che ci riforniva di armi e di esplosivo. Avevamo vari depositi. Io ho organizzato alcuni depositi: uno al policlinico, uno alla quarta zona dove sono diventato rapidamente vice comandante e il comandante era Luciano Luciana che poi fu arrestato e ammazzato di botte a via Tasso, un altro al museo del bersagliere a Porta Pia, un altro alla latteria Giolitti vicino al parlamento, un’altra al Bar Ciampini a Piazza Navona, poi una al cinema Imperiale e un’altra ancora a Corso Vittorio in un negozio di biciclette.
Eravate divisi in zone?
Si. La città era divisa in otto zone. La quarta zona era quella di centro. Le zone erano divise in settori. Ogni settore aveva il suo comandante militare, un responsabile politico. Poi i settori si dividevano a loro volta in cellule che erano poi le squadre di organizzazione patriottica, formate dai più giovani e attivi, e che infine divennero i GAP, gruppi di azione patriottica. Poi si formò un’organizzazione centralizzata, i GAP centrali, composte da poche persone che non dovevano conoscersi tra loro, divisi in due gruppi: uno diretto da Salinari e l’altro da Calamandrei con al centro Antonello Trombadori che dipendeva direttamente da Giorgio Amendola, il rappresentante del Partito Comunista al CLN.
Parlami delle prime azioni che hai fatto.
Il 7 novembre impiastrammo il centro di Roma di scritte che inneggiavano alla rivoluzione d’ottobre da piazza del Popolo a piazza Venezia. A piazza Venezia c’erano i camion tedeschi parcheggiati e Carla Capponi fece la falce e martello sopra i camion. Il primo attacco che ho fatto è stato il 21 novembre. Insieme a Franco di Lernia un attacco a piazza del Gesù, la sera, contro un macabro drappello di fascisti: gli sparammo con delle semplici pistole; un paio caddero, ma gli altri ci inseguirono per via del Gesù; ci nascondemmo in un portoncino e un vecchio che ci aveva visto gli indicò, salvandoci, che eravamo scappati per la strada. Un’altra manifestazione di solidarietà è avvenuta a piazza Tassoni quando facemmo un comizio alle fermate del filobus e distribuimmo dei volantini che la gente si prendeva e nascondeva nelle tasche. In quell’occasione la gente fece confusione per confondere un gruppo di fascisti che era accorso a vedere. La gente era con noi. Anche a Centocelle, 28-29 gennaio, facemmo una insurrezione popolare per venti giorni. I repubblichini non attecchirono mai a Roma. Tant’è che i tedeschi, poco prima di via Rasella, gli vietarono di uscire senza la loro scorta perché erano più invisi alla popolazione.
Qual’erano i rischi maggiori?
Tra le più pericolose c’era quella di trasportare i fucili legati con dello spago alla canna della bicicletta. C’era il rischio di essere fucilati legittimamente sul posto. Legittimamente perché noi eravamo irregolari e non legittimi. I tedeschi, però, non fucilavano subito, ma portavano i compagni a via Tasso per torturarli e ottenere informazioni.
Alcune azioni sono anche fallite.
Avevamo preparato un attacco a via Tasso che non portammo a termine perché ci fu il tradimento di Blasi. Come fallì il tentativo di uccidere Caruso, il feroce questore fascista, uno degli assassini più spietati. Un’altra azione fallita, il 18 novembre, fu quando mettemmo sei chili di tritolo al Teatro Adriano la mattina del giorno in cui, là dentro, Graziani avrebbe fatto la riunione di tutti gli ufficiali del nuovo esercito repubblichino e ci sarebbero stati tutti i comandanti nazisti. Purtroppo il nostro artificiere sbagliò e la bomba non esplose. Poi, fu molto divertente, dopo la liberazione tornammo a prenderla e c’era ancora, nascosta dentro un finto estintore. Fallimmo anche l’attentato a Bufalini Guidi, ministro degli interni repubblichino, e Barrat, ministro della guerra, che andavano sempre a pranzo e a cena al Passetto.
Raccontami di Via Rasella.
Li avevamo visti passare diverse volte: 160 uomini dell’undicesima compagnia del reggimento Bozen. Avevamo cronometrato i tempi esatti. Il 23 marzo ritardarono due ore. Preparammo questa mina con diciotto chili di tritolo. La mettemmo dentro il carrettino del netturbino che lasciai un po’ al centro della carreggiata in modo tale che dovettero girarci intorno. Ebbe un effetto devastante. Non ricordo bene perché è una contabilità che non mi entusiasma: tra morti e feriti ebbero una settantina di persone. Molti dei tedeschi vennero dilaniati dalle bombe che avevano legate alla cintola e che scoppiarono per simpatia con la mina. La mina era il primo attacco, poi lanciammo delle bombe da mortaio modificate. I tedeschi quel giorno si aspettavano qualcosa: avevano ordinato ai soldati il colpo in canna. Risposero subito all’attacco con i fucili. Si vedono ancora i segni degli spari sul cornicione dei palazzi. Sentito il botto corsi su via quattro fontane con Carla che mi aveva coperto con una giacca . Appena in tempo perché uscì fuori da palazzo Barberini un plotone della guardia di finanza.
Poi c’è stato il processo e continuano gli attacchi strumentali di revisionismo storico su quell’attentato.
Ho pubblicato il mio racconto solo nell’83, ma l’avevo scritto nel ’50. Di fronte agli attacchi mi sono deciso a farlo pubblicare. Sono sempre stato un po’ schivo. Malgrado le pressioni del partito non mi sono mai buttato in politica. Si sono dette molte bugie su via Rasella. Il testo della prima condanna di Kappler è piuttosto ambiguo. Tutti ricordano quel primo processo. Poi, dopo il ricorso, la suprema corte militare ha corretto la condanna: condanna all’ergastolo per omicidio continuato e aggravato dalla premeditazione e dalla crudeltà. La rappresaglia è stata criminale perché è stata fatta contro i prigionieri e i civili.
Sei più un uomo d’azione?
No. Sono un medico.
Parlami del tradimento di Blasi?
E’ avvenuto verso il 20 aprile. Calamandrei è riuscito ad avvertirci in tempo. Quasi tutti i compagni dei GAP, Salinari, Pintor, Ferri, Serra, Grigioni, furono condannati tutti a morte e dovevano essere fucilati il 4 giugno ma per fortuna arrivarono gli americani.
Dov’eri il 4 giugno?
Tornavo da Palestrina, dove mi ero rifugiato con Carla. Avevo sulla testa un milione e ottocentocinquanta mila lire di taglia. Allora era una somma esorbitante, manco Bin Laden. Il primo giugno tornai a Roma dove mi dettero gli ordini: il 4 dovevo tornare indietro, passando per Tivoli, dove avrei dovuto organizzare un campo di lancio sul monte Gennaro per prendere le armi e distribuirle ai partigiani della Tiburtina e della Prenestina. Mentre a Roma si sarebbe dovuta scatenare l’insurrezione popolare. Sulla strada per Tivoli abbiamo incontrato gli americani. Il piano di Eisenhower era molto interessante: il generale Clark con le truppe americane da sud e il generale Alexander con le truppe inglesi da nord-est dovevano fare la sacca per chiudere i varchi ai tedeschi e intrappolarli mentre a Roma c’era l’insurrezione. La guerra sarebbe finita molto prima. Invece Clark voleva essere lui il liberatore di Roma e ha fatto saltare il piano.
E dopo?
Dopo a settembre mi sono sposato e il giorno dopo sono partito per la Jugoslavia a continuare la resistenza. Sono diventato commissario politico della quarta brigata Garibaldi.
Ci tieni sempre a ribadire che non sei un pacifista.
Non lo sono. Secondo me è un’ipocrisia. Chi si proclama pacifista è solitamente un mistificatore. Non sono nemmeno antiamericano. Io amo l’America. Non dimentico che l’america ha fatto la rivoluzione francese dieci anni prima della Francia. Non mi sta simpatico Bush, che è un imbecille e non aveva il diritto di fare questa guerra. Ma non per questo devo odiare l’America. Ho un ottimo rapporto con gli americani. Mi hanno permesso di entrare in America quando ai comunisti era praticamente vietato.
Cosa pensi della situazione in Iraq?
In Iraq non si può parlare di resistenza irachena. Mi viene l’orticaria quando sento chiamare resistenti coloro che colpiscono la povera gente. Gli unici in Iraq che si sono ribellati contro Saddam sono stati i kurdi. Per fare la lotta armata devi avere dietro il sostegno della gente. Se noi avessimo provato a fare la resistenza per esempio nel ’41 nessuno ci avrebbe sostenuto. Non c’era ancora la maturazione necessaria. E ancora il Partito Comunista in ventenni di fascismo non ha mai fatto un attentato. Gli altri si, ma noi no perché non siamo dei terroristi, non siamo dei provocatori.
Andrai alla manifestazione del 4?
No. Perché ci vanno gli antiamericani. Come ANPI andiamo al campidoglio dal sindaco insieme agli ufficiali americani che hanno liberato Roma. Bush non va a trovare il sindaco.
Messaggi
1. > INTERVISTA A ROSARIO BENTIVEGNA , 3 giugno 2004, 16:22
http://triburibelli.org/sito/modules/news/
2. > INTERVISTA A ROSARIO BENTIVEGNA , 8 settembre 2004, 11:52
L’intervista è estremamente importante e significativa. Bentivegna è un combattente per libertà che dovrebbe essere preso da esempio per tutti i giovani d’oggi. è uno di quelli che ha pagato e paga la sua scelta tutt’oggi, con le continue minacce di stampa e feccia neofascista. come saprete il governo berlusconi ha negato all’anpi è il finanziamento per le manifestazioni del 60° della liberazione ed ha quasi deciso che i torturatori della rsi devono essere equiparati ai belligeranti per la libertà, ai partigiani, insomma. bisogna mobilitarsi dal nord al sud perchè tutto ciò non passi! aderiamo tutti all’appello del presidente dell’anpi, il leggendario comandante Bulow! per chi vuole costituire un coordinamento di sensibilizzazione può scrivere a : angelosicilia@tiscali.it
1. > INTERVISTA A ROSARIO BENTIVEGNA , 20 ottobre 2004, 23:16
Paragonare i torturatori della rsi ai partigiani è come sei si infierisse a distanza di tanti anni sulla
memoria di tutti coloro sono morti per la libertà. Che sono e saranno degli eroi, sia per come hanno
vissuto, che per le scelte che hanno fatto con coscienza e soprattutto per la morte che hanno saputo
affrontare. Con coraggio. Ma che significa coraggio? Ché gli eroi non soffrono, non sentono dolore? Non
riesco a non pensare a Giorgio Labò, prigioniero di Via Tasso e tenuto per 35 giorni con i polsi legati,
tanto da provocargli cancrena. Quanto sono lunghi 35 giorni, quante ore, quanti minuti, quanti secondi
sono 35 giorni? E il suo ultimo messaggio alla famiglia dice che "lui è passato con la massima serenità".
Serenità, dopo tutte le torture e la certezza che non avrebbe più rivisto i suoi genitori, la certezza che
la laurea in architettura non l’avrebbe mai ottenuta, la certezza che la libertà ci sarebbe stata, ma che
lui non avrebbe fatto in tempo.
E perchè nessuno conosce Vincenzo Guarniera? Le sue gesta sembrano quelle di un film di Ford,
tipo "Ombre rosse", dove i cattivi sono i perdenti e i buoni sono belli, bravi, e sempre fortunati. Solo
che qui è tutto vero e non è scritto in alcuna sceneggiatura che i cattivi soccomberanno. La sua
impresa, invece, riesce. Sette antifascisti, che stanno per essere fucilati, vengono liberati. Dopo la
guerra Vincenzo è costretto a trasferirsi a Milano, con l’officina non riesce a campare. Ma non era
dovere dello Stato, che anche lui aveva contribuito a creare, di garantirgli almeno un lavoro?
Ma questo era il motto della nascente Repubblica. Dimentichiamo. La gente è stufa, non vuole più sentir
parlare di guerra. Quindi ai giovani è meglio non raccontare queste storie e non parlare di queste
persone, ché magari possono venire idee strane. Potrebbero decidere di non votare uno che non le
vuole neanche ricordare. Vergogna.
giuliaval@libero.it