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Iraq, documento della segreteria nazionale CGIL
Publie le venerdì 18 giugno 2004 par Open-PublishingSegreteria nazionale CGIL
Non abbiamo incertezze nel definire la risoluzione 1546 dell’ONU un passo avanti. Ma un passo avanti verso che cosa? Sicuramente verso il ripristino del diritto internazionale, violato e per alcuni versi deriso, dalla guerra in Iraq e dallo stesso corposo documento con cui il Congresso americano, nel settembre del 2002, aveva coniato la teoria della "guerra preventiva", portando a compimento l’insofferenza già espressa dall’amministrazione Bush per qualunque scelta al di fuori della propria sovranità (il Protocollo di Kyoto, la Corte penale internazionale). Il ripristino della legalità internazionale non era e non è un fatto solo formale: è al contrario una delle due alternative possibili di governo globale dopo la fine della guerra fredda. Da un lato la logica economica e delle armi dei più forti, dall’altra la logica della politica e degli interessi generali, sulla base di regole condivise e di diritti condivisi. Il sistema delle Nazioni Unite è, come diciamo da tempo, un sistema da riformare per renderlo più democratico, più trasparente e per questo più efficace.
Ma il ritorno indietro da quel sistema, pur con i suoi stessi limiti, ha come corrispettivo l’unilateralismo americano Quell’unilateralismo ha dovuto fare i conti col il fallimento della guerra in Iraq in tutti i suoi obiettivi annunciati: primo fra tutti il contrasto del terrorismo, mai così vitale, esteso ed aggressivo, come dopo l’inizio della guerra. Ha dovuto anche fare i conti con le opinioni diverse e opposte dei paesi della disprezzata "vecchia Europa", che non avevano condiviso la guerra e solo con esse: l’Italia non era tra questi. Di quei paesi, che avevano alle spalle tante persone contrarie alla guerra e un movimento pacifista globale, ha dovuto ascoltare le proposte per sostenere la transizione dell’Iraq. Perché la risoluzione 1546 di questo parla: non legittima una guerra che non poteva trovare legittimazione né prima né dopo sulla base della Carta dell’ONU. La risoluzione prova, guardando avanti, a riannodare le fila del diritto internazionale e nel contempo, attraverso essa, la comunità internazionale assume su di se la responsabilità del rispetto del diritto all’autodeterminazione del popolo iracheno, con il contenimento degli interessi diversi dimostrati dall’amministrazione Bush. Si tratta di una risoluzione lineare da questo punto di vista?
La risposta è nella lettura della risoluzione stessa. Laddove il suo significato politico è chiaro, chiaro il passo indietro dell’amministrazione americana, preparato dalle affermazioni del presidente Bush sul carattere di "occupanti" delle truppe alleate in Iraq e costruito con un autentico pellegrinaggio in Europa, non altrettanto lineare è il contenuto della risoluzione, né i fatti che l’hanno preceduto. Non c’è la titolarità dell’ONU sul comando delle truppe della coalizione nella fase di transizione; non c’è per lungo tempo quella piena del nuovo governo iracheno e c’è, per converso, un governo in carica dal 30 giugno che l’inviato dell’ONU, Brahimi, dice essere stato scelto da Paul Bremer, secondo il gradimento dell’amministrazione americana. C’è un Fondo per la ricostruzione dell’Iraq, sotto il controllo sostanzialmente americano e in questo senso la titolarità irachena delle proprie risorse naturali, appare meno certa. Non si profila all’orizzonte nessuna forza multinazionale di peace-keeping, con persone provenienti dai paesi arabi e dai paesi che la guerra non hanno voluto. Tutto da verificare il rapporto tra la risoluzione e la sua efficacia nel comporre i rapporti tra le diverse componenti politiche e religiose della società irachena.
La risoluzione ONU quindi fotografa l’esistente, rimette in moto il diritto internazionale, ripristinandolo in quanto tale e attraverso l’unanimità dei consensi ottenuti, prova a proporsi, per il fatto stesso di esserci, come spinta, pressione, sostegno per una fase diversa. Una fase diversa, perché sia tale, bisogna che sia percepita nelle sue novità apprezzabili soprattutto dagli iracheni. Al contrario continuano ad arrivare dall’Iraq notizie diverse e tragiche: la cronaca cioè di una guerra in corso. La risoluzione 1546 risolve il problema, decisivo, della legittimità delle truppe d’occupazione di fronte al popolo iracheno? Sono le stesse di prima, quelle che hanno distrutto la loro memoria storica, l’apparato amministrativo e militare, le case, ucciso, torturato, quelle che per questo hanno alimentato l’odio per l’Occidente, il conflitto tra le culture e le religioni. E questo rimane e rimarrà a lungo il problema. Certo, a cose fatte, di difficilissima soluzione: una parte della soluzione del problema starebbe nella iniziativa internazionale, per il superamento del conflitto israelo-palestinese.
La sua assenza indebolisce l’efficacia e la credibilità della risoluzione stessa e certo non si può definire tale il Piano di Bush per il Grande Medio-Oriente che appare più funzionale agli interessi di quella amministrazione che alle prospettive di pace per 2 popoli e 2 stati. Il governo italiano, teso a perseguire la subordinazione a prescindere all’amministrazione americana ha smarrito - l’abbiamo detto più volte - il profilo della sua tradizionale politica estera, attenta per la sua stessa configurazione geografica, a svolgere un ruolo di mediazione tra Israele e Palestina e più in generale un ruolo positivo in Medio-Oriente, fondato innanzitutto sul rispetto di culture e religioni diverse: il contrario di quella superiorità dell’Occidente che il Presidente del Consiglio ha dichiarato nella nota intervista al NEW York Times. L’invio delle truppe in Iraq è stato il corollario di quella subordinazione,in contrasto evidente con la Costituzione italiana, in contrasto crescente con l’opinione della maggioranza delle cittadine e dei cittadini italiani: entrambi fatti storicamente veri, già successi, non cancellabili a posteriori.
Rimaniamo convinti che la loro permanenza sia uno degli ostacoli sulla strada delle buone intenzioni della risoluzione 1546. Né pare che gli spagnoli, i francesi, i tedeschi siano intenzionati, oltre che a votare una risoluzione che hanno lavorato a rendere votabile, ad andare in Iraq.
giovedì 17 giugno 2004.