Home > L’uso politico uccide la memoria
ENZO COLLOTTI
La messa in scena delle celebrazioni del sessantesimo anniversario del D-Day ha rappresentato il fondale di una recita che con lo sbarco in Normandia nulla aveva in comune, con buona pace dei corifei del presidente Bush e dei suoi nostrani portavoce. La pretesa di stabilire una continuità tra lo sbarco in Normandia, come contributo decisivo delle democrazie occidentali alla liberazione dell’Europa dal nazismo già ricacciato verso i confini orientali della Germania dall’Armata rossa, e la presunta «liberazione» dell’Iraq non è che il frutto di una ennesima manipolazione della storia e della memoria.
Della storia perché la coalizione antifascista e antinazista aveva una composizione ben diversa da quella della coalizione capitanata da Bush, aveva obiettivi ben diversi - liberare l’Europa dal nazifascismo - non omologabili certo all’improponibile equiparazione Saddam eguale Hitler; soprattutto non era protagonista di una guerra di aggressione e di una operazione imperialista, tardo o neocolonialista come quella avventatamente allestita dal presidente statunitense.
Oltre tutto, chi vuole stabilire un nesso e una continuità tra le due guerre di liberazione omette il piccolo particolare della sostanziale discontinuità che esiste tra l’America artefice dello sbarco in Normandia, permeata dello spirito rooseveltiano, alfiere del messaggio delle «quattro libertà», espressione fra l’altro delle capacità realizzatrici dello stato democratico e l’America della guerra d’aggressione, della guerra preventiva, dello schiaffo alle Nazioni Unite e della proclamazione del diritto unilaterale e inappellabile degli Stati Uniti all’ingerenza in ogni parte del mondo, con accenti assai più vicini alla dottrina di Truman della guerra fredda che allo spirito dell’«arsenale della democrazia» di rooseveltiana memoria.
In questo contesto, la presenza in rappresentanza della Germania del cancelliere Schroeder alla rievocazione del D-Day rende ancora più irricevibile l’equiparazione suggerita dalla tesi delle due «liberazioni». Come se la Germania fosse un’entità inesistente e non, viceversa, uno dei fattori centrali di queste storie, ieri come bersaglio principale della coalizione antinazista, oggi come protagonista politico e geopolitico dell’assetto europeo e mondiale. Il fatto che l’Europa brilli per la sua assenza come fattore di politica autonoma non implica che non si debba considerare il ruolo che sta giocando o tenta di assumere la Germania.
La ricorrenza del D-Day ha messo infatti in evidenza non soltanto la volontà della Francia di attutire i contrasti con gli Stati Uniti, che in questo senso sono riusciti ad imporre la loro strategia di tornare ad asservire le Nazioni Unite, ma anche di rinsaldare l’asse con la Germania, facendo del D-Day un momento della grande riconciliazione.
Anche per Schroeder era difficile sottrarsi all’abbraccio avvelenato di Bush; se l’è cavata rinnovando il rifiuto della Germania ad inviare soldati in Iraq anche dopo la finzione della copertura Onu. Probabilmente non aveva via d’uscita, la ricucitura con gli Stati Uniti gli era necessaria per ottenere il seggio per la Germania al Consiglio di Sicurezza. Ma più che mai Schroeder, che sta pagando con l’erosione massiccia del consenso alla Spd lo svuotamento del Welfare, deve evitare di disperdere definitivamente il capitale di fiducia che gli aveva consentito di vincere di misura le ultime elezioni federali puntando sull’opposizione pacifista.
Tra i paradossi della situazione tedesca il più vistoso e il più radicato sembra infatti quello legato agli orientamenti della politica estera, condizionati come sono da una opinione pubblica che nella sua maggioranza ha metabolizzato la memoria della seconda guerra mondiale traducendola in un radicale rifiuto di avventure belliche.
Se si eccettua una minoranza di reduci e di neonazisti irriducibili - quegli stessi che hanno manifestato contro la mostra sui crimini della Wehrmacht o che ostentano in occasione dei pellegrinaggi ai cimiteri militari i simboli delle SS - la maggior parte dei tedeschi sembra assolutamente consapevole che il futuro della Germania in Europa non si giocherà sul primato militare.
Per valutare l’incidenza dei cambiamenti intervenuti nella società e nella mentalità nei decenni trascorsi dalla disfatta del Terzo Reich può essere interessante richiamare, tra i più recenti dibattiti, la discussione dell’ultimo anno intorno al fortunato libro di Jörg Friedrich sui bombardamenti aerei alleati sulla Germania, nel corso della quale è affiorata anche la tentazione di ribaltare il paradigma Täter/Opfer che domina buona parte della pubblicistica tedesca degli ultimi anni, con particolare riferimento alla problematica della guerra di sterminio, presentando finalmente il popolo tedesco come vittima.
Proprio uno dei maggiori storici tedeschi viventi, Hans Mommsen, ha sottolineato in questa occasione come a differenza di quanto sperava Goebbels, che si augurava che la guerra aerea producesse odio e risentimenti eterni nei confronti degli anglo-americani, «il profondo rifiuto della violenza bellica nell’odierna popolazione tedesca si deve attribuire tra gli effetti a distanza delle esperienze della guerra dei bombardamenti, ma anche della generale brutalizzazione della condotta della guerra a partire dal 1942». «Che dopo queste esperienze - continua Mommsen - l’idea della possibilità di una guerra preventiva contro l’Iraq e la fede nella possibilità di escludere in modo duraturo le minacce di crisi con mezzi bellici riscuota nella Repubblica federale risonanza positiva soltanto in una minoranza non dovrebbe meravigliare».
Lungi dallo strumentalizzare le esperienze della seconda guerra mondiale per nuovi vittimismi se ne deve trarre, tra le altre, anche la lezione che «l’escalation della guerra aerea fu fallimentare così per ragioni militari come dal punto di vista umanitario».
Le ragioni diplomatiche del riavvicinamento agli Stati Uniti incontrano il loro limite nella radicata avversione alla guerra di una popolazione che ne ha vissuto gli orrori direttamente sulla propria pelle. Forse agli Americani di oggi questi che sono anche i frutti della denazificazione voluta dagli Americani del 1945 non sono affatto graditi, come già non lo erano all’epoca della guerra fredda. Diverso dovrebbe essere il segnale per una Europa che volesse prendere coscienza del proprio ruolo e dei propri valori.
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