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La Via Imperiale – Il declino americano in prospettiva, parte 2

par Ciuenfuegos

Publie le domenica 4 marzo 2012 par Ciuenfuegos - Open-Publishing

[15.02.2012] di Noam Chomsky (trad. di Levred per GilGuySparks)

In anni di cosciente, auto-inflitto declino domestico, le “sconfitte” sono continuate a crescer altrove. Negli ultimi dieci anni, per la prima volta in 500 anni, il Sud America ha adottato misure per liberarsi con successo dalla dominazione occidentale, un’altra grave perdita. La regione si è spostata verso l’integrazione e ha iniziato ad affrontare alcuni dei terribili problemi interni delle società governate da élite per lo più europeizzate, piccole isole di estrema ricchezza in un mare di miseria. Esse si sono anche liberate di tutte le basi militari statunitensi e dei controlli del Fondo Monetario Internazionale. Una neonata organizzazione, CELAC, include tutti i paesi dell’emisfero ad eccezione di Stati Uniti e Canada. Se funzionasse realmente, ciò sarebbe un altro passo verso il declino americano, in questo caso in quello che è sempre stato considerato come “il cortile“.

Ancor più grave sarebbe la perdita dei paesi del MENA – Medio Oriente/Nord Africa – che dagli anni 40 sono stati considerati da parte dei pianificatori come “una stupenda risorsa di potere strategico e uno dei più grandi bottini di materie prime nella storia del mondo“.
Il controllo delle riserve energetiche del Medio Oriente/Nord Africa porterebbe al “controllo sostanziale del mondo“, secondo le parole di A.A. Berle, influente consigliere di Roosevelt.

Ad essere sicuri, se le proiezioni di un secolo di indipendenza energetica statunitense, basate sulle risorse energetiche nord americane, si rivelano realistiche, l’importanza di controllare il Medio Oriente/Nord Africa scenderebbe lievemente, anche se probabilmente non di molto: la preoccupazione principale è sempre stata più il controllo che l’accesso. Tuttavia, le probabili conseguenze per l’equilibrio del pianeta sono così preoccupanti che tale discussione potrebbe essere in gran parte un esercizio accademico.

La primavera araba, un’altro sviluppo di rilevanza storica, potrebbe presagire almeno una “perdita” parziale del Medio Oriente/Nord Africa. Gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno cercato di impedirne le conseguenze – fino ad ora, con notevole successo. La loro politica nei confronti delle rivolte popolari ha tenuto costantemente le linee guida standard: sostenere le forze più suscettibili di influenza e di controllo degli Stati Uniti.

I dittatori preferiti sono stati sostenuti fino a quando erano in grado di mantenere il controllo (come nei più grandi stati petroliferi). Quando questo non è più possibile, allora li scaricano e provano a restaurare il vecchio regime nel modo più completo possibile (come in Tunisia ed Egitto). Lo schema generale è familiare: Somoza, Marcos, Duvalier, Mobutu, Suharto, e molti altri. In un caso, la Libia, i tre poteri imperiali tradizionali sono intervenuti con la forza per partecipare ad una ribellione tesa a rovesciare un dittatore volubile e inaffidabile, aprendo la strada, si prevede, ad un controllo più efficiente delle ricche risorse della Libia (il petrolio innanzitutto, ma anche l’acqua, di particolare interesse per le imprese francesi), ad una possibile base per l’Africa Command statunitense (finora limitato alla Germania), e al capovolgimento della crescente penetrazione cinese. Per quanto riguarda l’andamento della politica, ci sono state poche sorprese.

Soprattutto, è importante ridurre la minaccia di una democrazia funzionante, nella quale la volontà popolare influenzerebbe in modo significativo la politica. Questa è ancora routine ed abbastanza comprensibile. Uno sguardo agli studi sull’opinione pubblica, intrapresi dalle agenzie elettorali statunitensi, nei Paesi del Medio Oriente/Nord Africa spiega facilmente la paura occidentale di un’autentica democrazia in cui l’opinione pubblica influenzerà in modo significativo la politica.

Israele e il partito repubblicano

Simili considerazioni riportano direttamente alla seconda preoccupazione principale di cui si è parlato nel numero di Foreign Affairs, citato nella prima parte di questo pezzo: il conflitto israelo-palestinese. La paura della democrazia non potrebbe essere esposta in maniera più evidente che in questo caso. Nel gennaio 2006, hanno avuto luogo in Palestina le elezioni, definite libere e regolari da osservatori internazionali. La reazione immediata di Stati Uniti (e ovviamente di Israele), insieme all’Europa che gli è andata dietro ossequiosamente, è stata di imporre severe sanzioni ai palestinesi per aver votato nel modo sbagliato.

Questa non è una novità. E’ abbastanza in sintonia con il generale e prevedibile principio, accreditato dalle correnti principali della cultura: gli Stati Uniti sostengono la democrazia se, e solo se, le conseguenze si accordano ai suoi obiettivi strategici ed economici, conclusione dolente del neo-reaganiano Thomas Carothers, il più attento e rispettato analista scientifico delle iniziative di “promozione della democrazia“.

Più in generale, per 35 anni gli Stati Uniti hanno condotto campi di espulsione in Israele-Palestina, bloccando il consenso internazionale che chiedeva una soluzione politica, in termini troppo ben conosciuti da non richiederne la ripetizione. Il mantra occidentale è che Israele chiede negoziati senza precondizioni, mentre i palestinesi rifiutano. Il contrario è più veritiero. Gli Stati Uniti e Israele chiedono rigorose precondizioni, che sono, inoltre, progettate per garantire che i negoziati portino o alla capitolazione palestinese su questioni cruciali oppure da nessuna parte.
La prima precondizione è che i negoziati debbano essere sovraintesi da Washington, cosa che ha tanto senso quanto esigere che l’Iran controlli la negoziazione dei conflitti tra sunniti e sciiti in Iraq. Negoziati seri dovrebbero avvenire sotto gli auspici di un partito neutrale, preferibilmente uno che ispiri un qualche rispetto a livello internazionale, forse il Brasile. I negoziati cercherebbero di risolvere i conflitti tra i due antagonisti: Stati Uniti e Israele da una parte e la gran parte del mondo dall’altra.

La seconda precondizione è che Israele debba essere libera di espandere i suoi insediamenti illegali in Cisgiordania. In teoria, gli Stati Uniti si oppongono a queste azioni, ma con un atteggiamento veramente debole, mentre continuano a fornire sostegno economico, diplomatico e militare. Quando gli Stati Uniti pongono alcune limitate obiezioni, vietano le azioni molto facilmente, come nel caso del progetto E-1 che collega la Grande Gerusalemme alla città di Ma’aleh Adumim, tagliando in pratica in due la Cisgiordania, una priorità molto alta per i pianificatori d’Israele (in tutta la gamma), ma che solleva alcune obiezioni a Washington, così che Israele ha dovuto ricorrere a misure subdole per far vacillare il progetto.

La finzione dell’opposizione ha raggiunto un livello di farsa lo scorso febbraio, quando Obama ha opposto il veto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza che chiedeva l’ufficiale attuazione della politica degli Stati Uniti (aggiungendo anche l’osservazione incontrovertibile che gli insediamenti stessi sono illegali, oltre all’espansione). Da quel momento si è parlato poco di porre fine all’espansione degli insediamenti, che continuano, con studiata provocazione.

Così, quando rappresentanti israeliani e palestinesi si preparavano ad incontrarsi in Giordania nel gennaio 2011, Israele annunciava le nuove costruzioni a Pisgat Ze’ev e a Har Homa, aree della Cisgiordania che si dichiaravano essere all’interno dell’area di Gerusalemme, notevolmente ampliata, annessa, colonizzata, ed edificata come capitale di Israele, il tutto in diretta violazione delle disposizioni del Consiglio di Sicurezza.
Altre azioni portano avanti il grandioso progetto di separare qualunque enclave, che sarà rimasta all’amministrazione palestinese in Cisgiordania, dal centro culturale, commerciale, politico della vita palestinese nella passata Gerusalemme.

E’ comprensibile che i diritti dei palestinesi debbano essere marginalizzati nella politica e nel discorso statunitense. I palestinesi non hanno ricchezza o potere. Essi non offrono praticamente nulla agli interessi della politica americana; in realtà, essi hanno un valore negativo, come una seccatura che agita “la strada araba“.

Israele, al contrario, è un alleato prezioso. Si tratta di una società ricca con un’industria high-tech sofisticata, in gran parte militarizzata. Per decenni, è stato un alleato di grande valore militare e strategico, in particolare dal 1967, quando ha compiuto un grande servizio per gli Stati Uniti e il suo alleato saudita distruggendo il “virus” nasseriano, cosa che stabiliva una “relazione speciale” con Washington in una forma che è rimasta da allora. E’ anche un centro in crescita per gli investimenti high-tech degli Stati Uniti. Di fatto, le industrie high tech e in particolare le militari, nei due paesi, sono strettamente legate.

A prescindere da tali elementari considerazioni di politiche di grande potenza come queste, ci sono fattori culturali che non dovrebbero essere ignorati. Il sionismo cristiano in Gran Bretagna e negli Stati Uniti precedette di molto il sionismo ebraico, ed è stato un rilevante fenomeno dell’elite con chiare implicazioni politiche (compresa la Dichiarazione Balfour, che è tratta da esso). Quando il generale Allenby conquistò Gerusalemme durante la prima guerra mondiale, fu salutato dalla stampa americana come Riccardo Cuor di Leone, che aveva finalmente vinto le Crociate e sbattuto i pagani fuori della Terra Santa.

Il passo successivo è stato, per il Popolo Eletto, tornare alla terra, promessa loro dal Signore. Articolando una comune visione d’elite, il segretario agli Interni del presidente Franklin Roosevelt, Harold Ickes, descriveva la colonizzazione ebraica della Palestina come un risultato “senza confronti nella storia della razza umana.” Tali atteggiamenti trovano facilmente la loro collocazione all’interno delle dottrine della Provvidenza che sono state un forte elemento nella cultura popolare e dell’elite fin dalle origini del paese: la credenza secondo cui Dio abbia un piano per il mondo e che gli Stati Uniti lo stiano portando avanti sotto la guida divina, come enunciato da un lungo elenco di figure di spicco.

Inoltre, cristianesimo evangelico è una grande forza popolare negli Stati Uniti. Inoltre verso gli estremi, il Cristianesimo evangelico della Fine dei tempi ha anche un enorme diffusione popolare, rinvigorita dalla creazione di Israele nel 1948, rivitalizzata ancora di più dalla conquista del resto della Palestina nel 1967 – tutti segni che i tempi finali e la seconda venuta si stanno avvicinando.

Queste forze sono diventate particolarmente significative dagli anni di Reagan, come i repubblicani abbandonavano la pretesa di essere un partito politico nel senso tradizionale, mentre si dedicavano, in quasi totale uniformità a ranghi serrati, a servire un piccola percentuale di super-ricchi e il settore dell’impresa. Tuttavia, il piccolo collegio elettorale che è offerto principalmente dal partito ristrutturato non può fornire voti, quindi loro devono rivolgersi altrove.

L’unica scelta è quella di mobilitare le tendenze che sono sempre state presenti, anche se raramente come forza politica organizzata: in primo luogo i nativisti che palpitano di paura e odio, e gli elementi religiosi, che sono estremisti secondo gli standard internazionali ma non negli Stati Uniti. Un risultato è la venerazione per le presunte profezie bibliche, quindi non solo sostegno ad Israele e alle sue conquiste e alla sua espansione, ma amore appassionato verso Israele, un’altra parte fondamentale della dottrina che deve essere intonata dai candidati repubblicani – con i democratici dietro, ancora una volta, non troppo lontani.

A parte questi fattori, non va dimenticato che la “Anglosfera” – la Gran Bretagna e le sue propaggini – è costituita da società coloniali formate da coloni, che sorsero sulle ceneri delle popolazioni indigene, represse o quasi sterminate. Le pratiche del passato devono essere state sostanzialmente corrette, nel caso degli Stati Uniti imposte anche dalla Divina Provvidenza. Di conseguenza vi è spesso una simpatia intuitiva per i figli d’Israele dal momento che seguono un cammino analogo. Ma in primo luogo, prevalgono gli interessi geostrategici ed economici, e la politica non è scolpita nella pietra.

La “minaccia” iraniana e la questione nucleare

Passiamo infine alla terza delle questioni principali affrontate nelle riviste dell’establishment citate in precedenza, la “minaccia iraniana“.
Tra l’élite e la classe politica viene generalmente considerata come la principale minaccia all’ordine mondiale – anche se non tra le popolazioni. In Europa, i sondaggi mostrano che Israele è considerata la principale minaccia alla pace. Nei paesi Medio Oriente-Nord Africa, questo status è condiviso con gli Stati Uniti, nella misura in cui in Egitto, alla vigilia della rivolta di piazza Tahrir, l’80% riteneva che la regione sarebbe più sicura se l’Iran avesse armi nucleari. Gli stessi sondaggi rilevavano che solo il 10% ritenevano l’Iran una minaccia – a differenza dei dittatori al potere, che hanno le loro preoccupazioni.

Negli Stati Uniti, prima delle massicce campagne di propaganda degli anni scorsi, la maggioranza della popolazione era daccordo con la maggior parte del mondo che, in quanto firmatario del Trattato di non proliferazione, l’Iran aveva il diritto di effettuare l’arricchimento dell’uranio. E anche oggi, una larga maggioranza preferisce i mezzi pacifici per trattare con l’Iran. C’è anche una forte opposizione ad un conflitto militare, se Iran e Israele fossero in guerra. Solo un quarto ritiene l’Iran, nel complesso, come una preoccupazione importante per gli Stati Uniti. Ma non è raro che ci sia un divario, spesso una voragine, a dividere l’opinione pubblica e la politica.

Perché proprio l’Iran è considerata come una colossale minaccia?
La questione viene raramente discussa, ma non è difficile trovare una risposta seria – anche se non, come di consueto, nei pronunciamenti febbrili. La risposta più autorevole è fornita dal Pentagono e dai servizi di intelligence nelle loro relazioni periodiche al Congresso sulla sicurezza globale. Essi riferiscono che l’Iran non costituisce una minaccia militare. La spesa militare è molto bassa anche per gli standard della regione, minuscola, naturalmente, in confronto con gli Stati Uniti.

L’Iran ha scarsa capacità di dispiegare forza. Le sue dottrine strategiche sono difensive, volte a scoraggiare un’invasione abbastanza a lungo perchè la diplomazia la pianifichi. Se l’Iran sta sviluppando capacità di costruire armi nucleari, [le agenzie di intelligence americane ndr] riferiscono che sarebbero parte della sua strategia di deterrenza. Nessun analista serio ritiene che i chierici dominanti siano desiderosi di vedere il proprio paese e i beni vaporizzati, immediata conseguenza di un loro arrivo anche solo vicino all’inizio di una guerra nucleare. Ed è appena il caso di precisare le ragioni per cui qualsiasi leadership iraniana sarebbe interessata alla deterrenza, nelle circostanze esistenti.

Il regime è senza dubbio una grave minaccia per gran parte della propria popolazione – e purtroppo, non è la sola a questo riguardo. Ma la principale minaccia per gli Stati Uniti e Israele è che l’Iran potrebbe dissuadere il loro libero esercizio della violenza.
Un’ulteriore minaccia è che gli iraniani chiaramente cercano di estendere la loro influenza al vicino Iraq e in Afghanistan, e anche al di là. Quegli atti “illegittimi” sono definiti “destabilizzanti” (o peggio). Al contrario, l’imposizione forzata dell’influenza degli Stati Uniti in giro per il mondo, contribuisce alla “stabilità” e all’ordine, in accordo con la dottrina tradizionale su chi detiene il mondo.

Si capisce molto bene il senso del cercar di impedire all’Iran di unirsi agli stati dotati di armi nucleari, compresi i tre che si sono rifiutati di firmare il Trattato di non proliferazione – Israele, India e Pakistan, i quali sono stati assistiti nello sviluppo di armi nucleari da parte degli Stati Uniti, e sono ancora assistiti da loro.
Non è impossibile avvicinarsi a questo obiettivo attraverso mezzi diplomatici pacifici.
Un approccio, che gode di enorme sostegno internazionale, è quello di avviare passi significativi verso la creazione di una zona libera da armi nucleari in Medio Oriente, che comprenda Iran e Israele (e che si applichi anche alle forze Usa schierate lì), meglio ancora che si estende all’Asia meridionale.

Il sostegno a tali sforzi è così forte che l’amministrazione Obama è stato costretta ad accettare formalmente, ma con qualche riserva: soprattutto, che il programma nucleare di Israele non deve essere posto sotto l’ègida della Associazione internazionale per l’Energia Atomica, e che nessuno Stato (vale a dire gli Stati Uniti) dovrebbe essere tenuto a rilasciare informazioni sugli “impianti nucleari israeliani e sulle attività, comprese informazioni relative ai precedenti trasferimenti nucleari a Israele.” Obama accetta anche la posizione di Israele che tale proposta deve essere subordinata ad un accordo di pace globale, che Stati Uniti e Israele possono continuare a ritardare a tempo indefinito.

Questo studio non giunge ad essere esaustivo neanche lontanamente, inutile dirlo.
Tra i temi principali affrontati, non vi è lo spostamento della politica militare degli Stati Uniti verso la regione Asia-Pacifico, con i nuovi riforzi all’immenso sistema di basi militari in corso in questo momento, nell’isola di Jeju, al largo della Corea del Sud e nel nord-ovest dell’Australia, tutti elementi della politica di “contenimento della Cina“. Strettamente legata è la questione delle basi Usa a Okinawa, aspramente osteggiata dalla popolazione per molti anni, e incessante crisi nelle relazioni USA-Tokyo-Okinawa.

Rivelando quanto poco siano cambiati i presupposti fondamentali, gli analisti strategici statunitensi descrivono il risultato dei programmi militari della Cina come un “classico dilemma di sicurezza, in cui i programmi militari e le strategie nazionali ritenute difensive dai loro progettisti, sono viste come una minaccia dall’altra parte“, scrive Paul Godwin dell’Istituto di Ricerca Politica Estera.
Il dilemma della sicurezza nasce sul controllo dei mari al largo delle coste della Cina. Gli Stati Uniti ritengono la propria politica di controllo di queste acque “difensiva”, mentre la Cina la considera come una minaccia; di conseguenza, la Cina ritiene le sue azioni nelle zone limitrofe “difensive”, mentre gli Stati Uniti le considerano come una minaccia. Nessun dibattito simile è nemmeno immaginabile riguardante le acque costiere degli Stati Uniti. Questo “classico dilemma di sicurezza” ha un senso, ancora una volta, con il presupposto che gli Stati Uniti abbiano il diritto di controllare la maggior parte del mondo e che la sicurezza degli Stati Uniti richieda qualcosa che si avvicini al controllo globale assoluto.

Mentre i principi del dominio imperiale hanno subito pochi cambiamenti, la capacità di attuarli è notevolmente diminuita, poichè il potere è diventato maggiormente distribuito in un mondo che muta. Le conseguenze sono molteplici. Ce n’è, tuttavia, una molto importante da tenere a mente, il fatto che – purtroppo – nessuno dirada le due nuvole nere che si librano sopra ogni considerazione di ordine globale: la guerra nucleare e la catastrofe ambientale, entrambe che minacciano letteralmente la sopravvivenza dignitosa delle specie.

http://gilguysparks.wordpress.com/2012/03/03/chomsky-la-via-imperiale-il-declino-americano-in-prospettiva-parte-2/)

http://www.tomdispatch.com/post/175503/tomgram:_noam_chomsky,_imperial_hegemony_and_its_discontents/#more

La prima parte dello studio di Chomsky:
http://gilguysparks.wordpress.com/2012/03/03/2012/02/21/perdere-il-mondo-il-declino-americano-in-prospettiva-parte-1/

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