Home > Le torture? I comandi sapevano
Sono un comodo capro espiatorio... il generale Miller mi disse che i prigionieri andavano trattati come cani... . La generalessa Janis Karpinski, ex comandante della prigione di abu Ghraib, in una lunga intervista alla Bbc ha sostenuto ieri che i maltrattamenti ai prigionieri iracheni - dei quali sarebbe stata all’oscuro - in realtà facevano parte di una politica decisa dalle alte sfere dell’esercito ed erano portati avanti da uomini dei servizi segreti militari. Secondo il generale Karpinski - attualmente sollevata dal comando dell’800esima brigata della polizia militare - il generale Geoffrey Miller - già comandante di Guantanamo e ora suo successore ad Abu Ghraib - lo scorso novembre le avrebbe detto che i prigionieri «sono come cani, e se si permette loro di pensare che non lo siano non si riescono più a controllare».
Il generale Miller - ha continuato la Karpinski - durante una sua visita a settembre ad abu Ghraib avrebbe detto di voler «guantanamizzare» le prigioni irachene adottando gli stessi metodi di interrogatorio usati nell’inferno della base Usa sull’isola di Cuba. In particolare Miller avrebbe parlato della sua intenzione di scegliere alcuni uomini da sottoporre ad un ulteriore particolare addestramento per gli interrogatori, «impartito - ha aggiunto giustificandosi la Karpinski - dai comandi dei servizi segreti dell’esercito». Servizi segreti militari che avrebbero gestito direttamente i bracci del carcere dove avvenivano gli interrogatori e le torture ai danni dei prigionieri iracheni, al di fuori della sua giurisdizione.
Il generale Janis Karpinski, evidentemente non ben disposta a pagare per tutti, ha poi invitato i giornalisti a chiedere al comandante delle truppe Usa in Iraq, Ricardo Sanchez, cosa sapesse degli abusi e quando ne sia venuto a conoscenza. Le dichiarazioni del generale Karpinski sono di particolare importanza dal momento che le inchieste ufficiali sulle umiliazioni e le torture ad Abu Ghraib hanno finito per gettare ogni responsabilità sulle spalle dei soldati ritratti nelle foto scandalo sostenendo di non aver trovato traccia di «una politica o di ordini diretti dati a questi soldati affinché si comportassero a quel modo». Ieri è giunta però un’altra, imbarazzante, versione dei fatti che smentisce uno dei pilastri della difesa dei comandi Usa, la tesi secondo la quale gli «esperti» privati - il rapporto Taguba ne indica due Steven Stefanowicz e John Israel - e gli agenti dei servizi segreti militari non avrebbero partecipato attivamente agli interrogatori (e quindi alle torture). A smentire la versione ufficiale ci ha pensato proprio uno dei due misteriosi «contractor», Steven A. Stefanowicz, secondo il quale alcuni prigionieri venivano privati del sonno per oltre 20 ore al giorno su indicazione sua e degli agenti dell’intelligence militare.
E che ciò sarebbe stato autorizzato dal colonnello Thomas Pappas, il capo dei servizi militari ad abu Ghraib. La vicenda delle torture ieri ha fatto la sua prima vittima illustre: il presidente George Bush ha nominato il generale a quattro stelle, George Casey, capo delle truppe americane e di quelle dei paesi satelliti presenti in Iraq, in sostituzione del generale Ricardo Sanchez finito sotto i riflettori lo scorso aprile in seguito alla pubblicazione delle foto con i maltrattamenti ad abu Ghraib. Intanto, a poche ore dalla dura presa di posizione della Croce Rossa Internazionale che, sulla base delle Convenzioni di Ginevra, ha invitato gli Usa ad incriminare o a rilasciare il prossimo trenta giugno, con la fine ufficiale dell’occupazione, Saddam Hussein e gli altri prigionieri di guerra, il presidente Bush ha sostenuto che l’ex presidente iracheno non verrà consegnato al governo iracheno prima del prossimo 30 giugno ma solo quando nel paese vi sarà una adeguata «sicurezza». Quindi l’imbarazzante processo è rinviato a data da destinarsi.
E lo stesso presidente Bush ha poi fatto mostra di grande democraticità sostenendo che la decisione se permettere la partecipazione o meno del leader sciita radicale Moqtada al Sadr ad un futuro processo elettorale -come sostenuto due giorni fa dal neopresidente iracheno Yawar nel caso al Sadr si arrendesse consegnando le armi - dipenderà dalle autorità di Baghdad e gli Usa non si opporranno ad una sua partecipazione alla vita politica del nuovo regime filo-occidentale. Il paese intanto continua ad essere sconvolto dalla guerra. Un attacco della resistenza irachena ha fatto saltare l’oleodotto che unisce Basra al terminale petrolifero nel Golfo bloccando completamente per almeno dieci giorni le esportazioni irachene di petrolio.
il manifesto