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Leyla Zana libera: adesso tutte le altre e gli altri
Publie le giovedì 10 giugno 2004 par Open-PublishingUna bella giornata
LUISA MORGANTINI
In questi giorni amari, è un miracolo sentire al telefono la voce di Mehmet, che dice: Voglio che tu lo sappia subito, sono liberi». Sono Leyla Zana, Hatip Dicle, Orhan Dogan, Selim Saddak. Liberi dopo quasi 11 anni di galera, condannati in processi farsa. Il mio telefono impazzisce. Roney, figlio di Leyla è incredulo, parla a stento, vorrebbe partire subito ma ha qualche paura, per le reazioni delle autorità turche e per l’incontro con sua madre, «potrei cadere per terra». Roney è direttore della tv kurda a Bruxelles.
Chiama Ali Dogan, tenevamo i collegamenti durante i giorni e le notti in piazza Celimontana, quando i kurdi erano venuti in massa per stare con Ocalan. E’ a Strasburgo dove 10mila kurdi stanno manifestando davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo dove si tiene il processo contro la Turchia per il trattamento inumano e le condizioni degradanti della detenzione di Apo. Mi fa sentire al telefono le grida di allegria dei kurdi che hanno avuto la notizia della liberazione. Finalmente usciranno.
La comunicazione è giunta mentre per la prima volta alla televisione nazionale turca si trasmetteva un programma di due ore in lingua kurda. Segni di cambiamento ad Ankara, mentre si avvicina la scelta della Commissione europea della data di apertura dei negoziati per l’entrata nell’Ue? Può darsi, su questi piccoli passi, per una volta penso abbia pesato anche l’insistenza della Commissione europea, oltre alla persistente presenza del Parlamento europeo alle varie udienze del processo, al lavoro pervicace fatto dal gruppo della Sinistra europea e in particolare dalla giovane parlamentare tedesca di origine kurda, Feleknas Uca, e Luigi Vinci.
Per una volta, l’azione di Strasburgo ha avuto un qualche seguito.
Ma più di tutto, penso che la gioia per la riconquistata libertà di Leyla Zana, cittadina onoraria di Roma, premio Sakharov del Parlamento europeo, vada condivisa con tutte quelle donne e uomini kurdi che in questi anni hanno resistito, e a tutti i movimenti di solidarietà con il Kurdistan turco. Ma, lasciatemi dire, anche con le Donne in nero che hanno adottato Leyla come prigioniera di pace. L’attesa per la loro libertà è finita. Oggi su Leyla, Hatip, Orhan, Selim ricadono nuove responsabilità, non avranno il tempo di riposarsi, c’è bisogno di unità e di rinnovamento nella lotta per il diritto dei kurdi alla loro identità dentro lo stato della Turchia, soprattutto dopo l’annuncio che alcuni gruppi della guerriglia braccati in Iraq potrebbero tornare in montagna e riprendere la lotta armata. Sarebbe disastroso per tutti.
A noi, ai movimenti, l’impegno a continuare con Leyla e gli altri le azioni perché nessuno sia più in carcere per motivi politici in Turchia, perché vi sia un amnistia generale che riporti a casa i ragazzi e le ragazze che sono sulle montagne, perché possano vivere nella democrazia. A ogni buon conto, oggi è una bella giornata.
Il Manifesto