Home > Luca, la droga dell’Ulivo
CARLA CASALINI
Ci sono due cori che si danno il cambio sulla scena del teatro nazionale in questi giorni, con notevole dispendio di energie giacché ad animare le due performance sono i medesimi protagonisti, del centrosinistra e annessi, che in contemporanea si producono ora sul «4 giugno» ora sull’ «alba Montezemolo». E se nell’un caso colpisce la selva di stecche, nell’altro a risuonare sono invece i passi felpati di un adagio gravido di speranze. Ma le variazioni più o meno stonate rispondono alla medesima tessitura musicale sol che si pensi alla spasmodica tensione al risultato elettorale dei leader del centrosinistra: immuni a ogni riflessione di qualche spessore che li distragga, disposti a portare a casa tutto quello che, a ragione o a torto, pensano gli possa servire. Così abbiamo letto stupiti la «Tenaglia» pronta a «stritolare» di Antonio Padellaro sull’Unità a proposito del 4 giugno: le sue leve sarebbero l’una il duo Bush-Berlusconi, l’altra niente meno che Luca Casarini, equanimemente approntate a «incastrare il popolo di centrosinistra e i suoi leader».
Inutilmente la sgangherata simmetria viene indirettamente contestata non da qualche frangia «estremista» bensì dall’appello pacato del Tavolo della pace, che pure si preoccupa del clima di vigilia elettorale ma a Bush attribuisce non solo la «guerra sbagliata» che gli imputa Padellaro, bensì i suoi «orrori», la «responsabilità» di aver «trascinato il mondo in una drammatica spirale di guerre e terrorismo, indebolito la democrazia, stracciato la carta dell’Onu, violato i diritti umani...»; e al governo Berlusconi che l’ha invitatola «grave responsabilità politica» di «creare un clima di tensione e di contrapposizione idelogica». Ma non si danno per vinti, perdono la testa, l’offesa profonda inflittaci dal «4 giugno» allestito da Berlusconi-Bush non li tocca nel vivo, quanto può invece la «scadenza elettorale»: e così anche Eugenio Scalfari perde la consueta misura contro le «tute nere» e i «disobbedienti di Casarini», quel «migliaio di teppisti, di fatto i migliori alleati del Cavaliere».
Lontani dal sentire comune e pensare politico di tanti e tante fra quegli elettori che pure i leader del centrosinistra agognano, si legge in filigrana in questi interventi che «mettono le mani avanti», non una profonda convinzione in favore della pace, o della nonviolenza - basti il «teppisti» - bensì la reiterata, e già altre volte perdente, preoccupazione di attirare a sé un vagheggiato centro. A ben vedere è la medesima tessitura che soggiace all’altro coro, col quale l’Ulivo ha accolto con malcelate speranze il sopraggiungere di Luca Montezemolo alla presidenza della Confindustria, col corollario dell’ultimo discorso del governatore di Bankitalia Fazio. Anche qui, non si tratta solo di portare a casa prese di posizione che nei fatti contestano, cifre e analisi alla mano, l’operato dell’avversario Berlusconi.. Più a fondo, c’è ila speranza di poter ritrovare una consonanza sulla via «moderata» al liberismo, da completare una volta vinto di nuovo il governo.
Nessuna presa d’atto di ciò che è avvenuto: non si parli di analisi adeguate e consapevolezza politica sulla necessità di opporsi ai guasti del terremoto liberista, che pur mostra segni di declino, perché il «triciclo» pare non abitare più i lidi del «mutamento»; ma neppure il pragmatico buonsenso di riflettere sulla sconfitta subita dall’ultimo governo di centrosinistra proprio sulla via che oggi si pensa riproporre.
Quale «concertazione» con la nuova Confindustria, nella benedizione di Fazio? Una nuova chiamata a correo per «risanare l’Italia»: i sindacati rimessi in riga per «l’interesse generale», che già tanti guasti ha prodotto ai salari di chi lavora, in favore di tanti profitti e rendite finanziarie. Il lavoro sporco della legge 30 ha già spianato la strada alla insopportabile precarietà e illibertà dei prestatori d’opera. Non c’è che da gestirla. Ma, si obietta, non si può più spremere salari già ridotti all’osso. E’ da vedere, per stipendi e pensioni. Ma soprattutto, sarà in gioco la seconda puntata, quella delle privatizzazioni dei beni comuni, sottratti a qualunque garanzia pubblica, e nuovo terreno di scorreria delle imprese nella rinnovata «sinergia» con l’agire delle banche.
Il Manifesto