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Molti concorrenti per la “Palma d’oro della menzogna”

Publie le giovedì 10 giugno 2004 par Open-Publishing

di Antonio Moscato

Credevamo che Berlusconi avesse vinto la Palma d’oro della bugia quando ha raccontato che Pisanu gli aveva annunciato il flop della manifestazione antiBush: “erano 6.000 di cui più di 4.000 venuti da fuori”. Va bene che le televisioni sono tutte sue, ma il controllo evidentemente non riesce mai ad essere totale, e quindi nei pochi secondi dedicati alla manifestazione qualche ripresa dall’alto permetteva di vedere almeno molte decine di migliaia di persone, sicuramente molte di più delle 25.000 del primo comunicato della questura.

Ma ci sbagliavamo: la Palma d’oro andrebbe assegnata alla stessa polizia che, per non smentire il capo del governo e il ministro degli Interni, ha ridicolmente corretto la sua prima valutazione fornendo una ancor più inverosimile cifra di 7.000 partecipanti al corteo. E pensare che tanta parte della sinistra si è sbracciata a elogiare il “comportamento democratico delle forze dell’ordine”, ignorando i pestaggi senza motivo al Circo Massimo, ma anche questa capacità di mentire spudoratamente, che non rassicura certo i cittadini onesti...

Quelle erano solo avvisaglie: una vera raffica di menzogne è stata sparata da Bush, da Berlusconi, da quasi tutti i principali commentatori di politica estera sulla meravigliosa soluzione trovata in Iraq.

Prima bugia: è stato nominato un nuovo capo del “governo” iracheno, che sarebbe stato “sgradito agli Usa”: falso, erano due diverse fazioni dell’Amministrazione statunitense a presentare i due candidati in lizza. Quello che è stato scelto, Iyiad Allawi, è più legato alla CIA (da almeno venti anni) che al dipartimento di Stato...

Che consolazione.

Seconda, c’è stato un “ruolo importante” di Lakhmar Brahimi, inviato di Kofi Annan, e quindi dell’ONU. Falso, Brahimi ha detto esplicitamente di aver “accettato” la scelta fatta da altri, e ha espresso timidamente il dubbio che ci sarebbe voluto più tempo per trovare una soluzione accettabile. Più di questo, a un inviato dell’ONU non è concesso di dire.

Terza serie di bugie: una penosa, anche se scontata, autoesaltazione del ruolo dell’Italia come ispiratrice della “correzione di linea” degli Stati Uniti. Peccato che sui giornali statunitensi si è quasi ignorato l’incontro di Bush con Berlusconi, e si è detto esplicitamente che l’unico obiettivo della visita a Roma era la foto col papa (a cui, con sprezzo del ridicolo, Bush ha dato perfino una medaglia...).

Se Rutelli ha subito abboccato all’esca della presunta “correzione di linea” per annunciare che allora si può restare in Iraq, va detto che anche il PRC ha invece raccontato una bella favola sul papa (a cui dedichiamo una piccola antologia dell’autoinganno in appendice).

Veniamo alla sostanza, e smettiamo di contare la successione di bugie(e ancor più quelle penose e con le gambe cortissime di chi sostiene che Berlusconi non è andato in Normandia perché non voleva lui, ma poi protesta per lo “sgarbo di Chirac”).

Bush ha annunciato, arrivando a Roma, che è pronto a ritirarsi “se gli iracheni lo chiederanno”. Ha anche detto che non tutti gli iracheni che sparano ai marines sono terroristi, ma patrioti degni di essere rispettati (bella faccia di bronzo!). Ma ha subito chiarito che gli iracheni che dovrebbero chiedere il ritiro delle truppe della “coalizione” sono quelli che del governo provvisorio che gli Stati Uniti hanno messo in sella, e contro cui la resistenza irachena spara esattamente come sugli occupanti, anzi forse con maggiore entusiasmo.

Non c’è nessun dubbio che un governo fantoccio istallato dagli invasori, non potrà chiedere il ritiro delle loro forze, perché sa bene che sarebbe fatto a pezzi da chi resiste all’occupazione e al saccheggio del paese. E infatti il nuovo primo ministro designato, Iyad Allawi, si è affrettato a dire che non chiede affatto il ritiro, e anzi “rinuncia” al diritto di veto sugli spostamenti e la dislocazione delle truppe dei suoi padroni. Che generosità! Sembra il compare nel gioco delle tre carte.

Ma quando il suo “ministro degli Esteri” Hoshiyar Zebari si è permesso di aggiungere che “il veto non sarebbe logico” perché “le truppe della coalizione devono essere in grado di difendersi”, ma che comunque “il nostro governo deve poter dire la sua sulle forze alleate” per evitare comportamenti controproducenti come gli attacchi a Falluja e la caccia all’ayatollah Sadr, è intervenuto Colin Powell in persona a smentirlo, dicendo che invece a Falluja le truppe statunitensi hanno “ascoltato le autorità locali”.

Ma quali? E dato che la Russia aveva mantenuto riserve sulla risoluzione, Powell ha detto che dato che “Bagdad” avrebbe approvato la terza bozza di risoluzione le altre capitali non potranno opporvisi. La lettera di Allawi sarebbe “la lettera di un primo ministro sovrano” ha esclamato Powell, che quel “sovrano” ha appena finito di installare. Viene da domandarsi cosa è questa entità metafisica che Powell chiama “Bagdad? I fantocci? E quelli che sparano su di loro e rendono insicura la città per gli occupanti, costretti ad asserragliarsi in fortini, chi sono?
L’ultima trovata è di dire che concedere il veto al “governo” sarebbe troppo, ma che è necessaria una “collaborazione”. Che collaborazione? Quella del cane col cacciatore...

L’atteggiamento del “Triciclo” di fronte a queste bugie non è frutto solo di malafede, o di ricerca di intese o inciuci con quei settori della maggioranza che lanciano frecciatine a Berlusconi (e cannonate al centrosinistra per la sua “debolezza” nei confronti dei presunti “estremisti”). È la logica conseguenza di una insensata apologia dell’ONU, che si fonda sul niente, dato che l’ONU è da quando è nata un carrozzone per burocrati superretribuiti (o nel migliore dei casi una “scatola vuota”, come ha scritto l’ambasciatore Sergio Romano, che una o più superpotenze piegano ai loro voleri quando gli fa comodo, o ignorano in tutti gli altri casi).

Il centrosinistra accanto all’esaltazione dell’ONU ha attribuito una “volontà di pace” ad alcune potenze imperialiste con momentanee divergenze di interessi rispetto agli Stati Uniti, come la Francia e la Germania, o a paesi come la Russia o la Cina, che sono sì preoccupate per l’atteggiamento di Bush, ma hanno anche bisogno di far accettare la loro spietata repressione nei confronti delle sacrosante rivendicazioni nazionali dei ceceni o degli uighuri, messi nel calderone onnicomprensivo del “terrorismo internazionale islamico”.

Naturalmente Russia e Cina, per questi interessi, e Francia e Germania per partecipare al banchetto della “ricostruzione”, sono state pronte a tornare nell’ovile, lasciando il centrosinistra in braghe di tela. Non è il senno di poi, avevamo scritto decine di volte che dell’ONU e di questi paesi imperialisti pseudopacifisti per ragioni tattiche contingenti non ci si poteva fidare. Invece si sono seminate illusioni che hanno messo in vari momenti in difficoltà il movimento contro la guerra e hanno dato respiro al gran ciarlatano Berlusconi. E altrettanto hanno fatto le infondate esaltazioni del “chiaro impegno” del papa per la pace.


Appendice

Ma cosa ha veramente detto il “papa della pace”?

Non ne sappiamo molto. La dichiarazione del portavoce vaticano Joaquín Navarro è molto sintetica: “L’incontro è stato molto cordiale” e ci sono state delle “convergenze” a proposito del “processi di normalizzazione in Iraq, degli sforzi statunitensi a favore dell’Africa (?!?), e soprattutto per “quanto si fa in America nel campo della famiglia e della difesa della vita”. Quindi “Dio conceda pace e libertà, Dio benedica l’America”. Benissimo, stiamo freschi se affidiamo a queste ipocrisie diplomatiche il compito di assicurare la pace!

Sapere che altro si sono detti in 15 minuti, che non sono poi tanti, non è facile. Ci sono stati blandi accenni (non così espliciti come l’elogio delle leggi contro la libertà della donna), ai “fatti deplorevoli delle ultime settimane che hanno offeso la coscienza civile e religiosa di tutti e reso più difficile l’impegno per affermare i valori umani”. Il papa allude alle torture, ovviamente, ma “allude” e basta, e per giunta dà per scontato che il compito di “affermare i valori umani” nel mondo spetti agli Stati Uniti! Auspica “nuovi negoziati tra Israele e l’Autorità palestinese”, ma senza una parola sulle ben diverse responsabilità dei due “contendenti”, messi sullo stesso piano come sempre.

Fausto Bertinotti non ha notato le reticenze, ma al contrario ha dichiarato che il papa “ha di nuovo ribadito un messaggio che compete alla sua alta cattedra”. Già questo riconoscimento di “competenza” e di altezza della cattedra è discutibile, due secoli e più dopo l’illuminismo, ma poi, confondendo desideri e realtà, il segretario del PRC ha aggiunto di credere che il discorso del papa “pur se nella totale autonomia di una grande autorità religiosa, possa essere messo in relazione alla domanda di pace” che si è espressa nella manifestazione del 4 giugno... Meno male che presenta come una sua opinione questa interpretazione.

Invece su “Liberazione” il vaticanista Fulvio Fania ha sviluppato l’accenno di Bertinotti in maniera esemplare. Fania dice che Woitila si è espresso “con il linguaggio della più fine diplomazia” (che come è noto non ha nulla a che fare con quello evangelico, dato che si basa sul dire e non dire, per lasciare aperte le più diverse interpretazioni), ma “in realtà è duro”. Dopo l’omaggio ai caduti statunitensi (e polacchi) per la liberazione dell’Europa, Giovanni Paolo II avrebbe infatti secondo Fania toccato “il centro delle questioni”.

“Lei ­ dice il Papa a Bush ­ conosce bene
l’inequivocabile posizione della Santa Sede” su Iraq e Terrasanta, espressa “in numerosi documenti e attraverso contatti diretti e indiretti e molti sforzi diplomatici”. A me la posizione della “Santa Sede” (con la maiuscola, sempre, su “Liberazione, come “Papa”) non era sembrata tanto “inequivocabile”, ma piuttosto cerchiobottista. A Fania no, perché quel che il papa non ha detto, lui lo ricostruisce in base ai suoi desideri.
Leggere per credere: dopo le blande e vaghe frasi in cui ricordava senza esplicitarla la posizione assunta nella prima fase della guerra (prima di lasciare la parola ai “realisti” della Curia come Ruini), Fania scrive letteralmente: “È come se gli dicesse: ti ricordi quando il cardinale Laghi venne a pregarti di non scatenare la guerra e tu non gli hai dato retta?

Non è solo recriminazione, il ragionamento punta sul futuro e lega strettamente la tragedia irachena al conflitto in Palestina, che per il Vaticano resta la madre di tutte le crisi.” Non è “recriminazione”, scrive Fania, noi diremmo invece che è pura farneticazione, per attribuire al papa quello che pensa il vaticanista di “Liberazione”.

E francamente è spudorato citare il cardinal Pio Laghi, senza ricordare che era il nunzio apostolico in Argentina al momento delle giunte militari, e che non solo negava l’esistenza di crimini e sparizioni in quel paese, ma non si vergognava di andare a giocare a tennis e a golf con i generali assassini. A questo cinico personaggio il “papa della pace” ha affidato il ruolo di rappresentarlo in Medio Oriente!

Se sulla Palestina l’unica indicazione è di aprire “nuovi negoziati” tra Israele e Autorità palestinese, come se non ne avessero avuti abbastanza, sull’Iraq la balla del nuovo governo Allawi viene presentata addirittura come “un’incoraggiante tappa”. Cosa fare dopo? Garantire un “ritorno alla sovranità” grazie a “un’attiva partecipazione della comunità internazionale e in particolare dell’ONU”. Cioè fumo fritto, a partire dalla formula onnivalente “comunità internazionale”, che non vuol dire niente di preciso e che, come si è visto nei Balcani, può giustificare il ricorso alla NATO, all’UE, ecc, qualora l’ONU (che non ci piace, ma è almeno sulla carta più rappresentativa), non fosse utilizzabile.

Fania si consola immaginando un presunto imbarazzo di Bush, sorprendendosi poi perché costui può poi elogiare “il Papa proprio come difensore della dignità umana, della pace e della libertà dal comunismo e dalla tirannia”, nominandolo per giunta “eroe dei nostri tempi”. E il papa se l’è lasciato dire senza offendersi! E perché il papa non ha rifiutato di riceverlo, come in altri tempi, papi di altra tempra, avevano fatto con non pochi imperatori? O almeno, se proprio riteneva utile il colloquio, non ha detto una sola parola chiara di condanna, ma ha parlato come l’oracolo di Delfi, o la Sibilla cumana, lasciando a Fania l’interpretazione pacifista, e ai giornali statunitensi la soddisfazione per il bel colpo di Bush, che ha disorientato il movimento antiguerra di matrice cristiana, e spera di poter avere i voti dei cattolici, ormai in maggioranza in diversi Stati.

Per giunta Bush ha ottenuto il bel risultato di un concreto avvicinamento tra una parte dei cattolici e i “neocons” integralisti “evangelical” a cui lui stesso appartiene. L’operazione è stata facilitata da un altro singolare cardinale nominato da Giovanni Paolo II nel 2001, Avery Dulles, di origine protestante poi, dopo la conversione, gesuita, che discende da una famiglia dell’establishment WASP, [acronimo di White Anglo-Saxon Protestant]: suo padre, John W. Foster Dulles, fu segretario di Stato con la presidenza Eisenhower e suo zio, Allen W. Dulles, fu capo della CIA e presidente della United Fruit al momento dell’invasione del Guatemala.

Sul “Corriere della Sera” del 4 giugno Luigi Accattoli, il vaticanista che più fedelmente di tutti riporta il sentire del palazzo pontificio, ha scritto che il papa ha già deciso: al cattolico Kerry preferisce l’evangelical Bush. E “lo vuole aiutare presso l’elettorato cattolico”. Ma i lettori di “Liberazione” non lo sospettano neppure!

[Per saperne di più, segnaliamo la Newletter www.chiesa.it oppure: s.magister@espressoedit.it, che hanno informato ampliamente su questo avvicinamento]
(8/6/04)