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Operazione Triangolo sunnita il pugno duro della guerriglia

Publie le venerdì 25 giugno 2004 par Open-Publishing

L’attacco di Zarqawi ha mostrato l’inadeguatezza
dei 60mila uomini dell’esercito iracheno

Azione militare perfetta, troppo deboli le forze di Allawi
L’insicurezza è il principale avversario del primo ministro

BERNARDO VALLI

GLI attacchi erano scontati, non l’energia e la puntualità con cui sono stati condotti. Non era previsto tanto dinamismo, coordinato con un puntiglio da stato maggiore, e suddiviso nelle stesse ore in più località, distanti una dall’altra. All’opposizione armata veniva attribuita più audacia che precisione, più fanatismo che disciplina. Un conto è gettare nella mischia un kamikaze; un altro promuovere un’operazione tanto articolata.

La spallata data ieri all’apparato di sicurezza del primo governo sovrano iracheno ha sorpreso. E’ stata robusta e spettacolare. Non è stata promossa da una resistenza frantumata, sbrindellata, capace soltanto di colpi di mano.

Nel Nord, a Mosul, essa ha agito con atti di terrorismo ben regolati, rivolti contro le forze di polizia: cinque autobombe lanciate contro altrettante caserme. E la stessa tattica è stata adottata a Bagdad, dove un kamikaze, questa volta appiedato, si è fatto saltare vicino a un posto di controllo, nel quartiere periferico di Dora. Invece a Baquba, a Ramadi e a Falluja, città del Triangolo sunnita, ci sono state autentiche azioni di guerriglia, con assalti alle caserme e occupazione per alcune ore di interi quartieri. Dei quali i governativi avrebbero stentato a riprendere il controllo, senza l’intervento degli americani.

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A Baquba, distante sessanta chilometri da Bagdad, i mujahiddin, con una benda gialla attorno alla testa, hanno prima attaccato un commissariato e poi si sono dispersi per la città distribuendo volantini in cui Abu Mussab al-Zarqawi, capo del movimento "Al-Tawhid e Jihad" (Monoteismo e guerra santa), imparentato a Al Qaeda, rivendicava l’operazione. Le perdite inflitte alle forze di sicurezza del neo governo, il cui debutto ufficiale è imminente (il 30 giugno), ammontano a oltre cento morti e a circa 300 feriti. Ma al di là del bilancio nudo e crudo, conta l’effetto psicologico sul paese a cinque giorni da quel grande appuntamento che è il ritorno formale della sovranità a mani irachene.

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L’attacco simultaneo, in più luoghi, ha dimostrato che l’opposizione armata al governo creato dagli americani (e battezzato dal Consiglio di Sicurezza) è organizzata e dinamica. L’ovvia constatazione va a sostegno di quanto ha detto il vice segretario alla difesa, Paul D. Wolfowitz, a conclusione del recente soggiorno in Iraq. Lui, che un tempo pronosticò un’operazione rapida e senza rischi, dopo avere consultato i suoi generali, e quello britannico, ha detto di sperare che il nemico possa essere sconfitto "in più o meno cinque anni a partire da adesso". Quel che è avvenuto sul terreno nelle ultime ore sembra appunto confermare il suo nuovo, riveduto pronostico. Questo significa che la presenza di truppe straniere dovrà durare ancora per anni: più o meno cinque. Gli attacchi nel Nord e nel Centro hanno provato che la sovranità del neogoverno di Iyad Allawi si appoggia sui 140mila soldati americani. Senza di loro, senza l’intervento dell’Air Force, ieri le cose sarebbero andate altrimenti. Lo si sapeva. Ma bisognava provarlo, in modo spettacolare, affinché lo sapesse l’intero paese.

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Non è la sola conseguenza di quel che è accaduto ieri, e che potrebbe ripetersi nelle prossime ore o giorni, con altre offensive della guerriglia, nell’attesa o durante il trasferimento di sovranità. Per far fronte alla situazione, il neo primo ministro dovrà impegnare tutte le scarse forze a disposizione e ricorrere ad alcune misure d’eccezione. L’insicurezza è il suo principale avversario, impedisce una vita normale e quindi la ripresa economica e la conquista della fiducia popolare. La legge marziale come primo drastico rimedio è una grande tentazione. Ma è improbabile che essa sia dichiarata. Non sarebbe un buon debutto per un governo che dice di avere a cuore le libertà individuali. Non è invece escluso che vengano imposti temporanei coprifuochi nelle zone più agitate; e che siano limitati gli spostamenti da una provincia o da una città all’altra, sempre nelle zone meno sicure.

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Nonostante l’emergenza, gli americani hanno accuratamente evitato provvedimenti che non si addicessero ai difensori della democrazia. Il nuovo primo ministro dovrà tener conto di questa preoccupazione della superpotenza protettrice. Al tempo stesso dovrà apparire l’uomo forte capace di riportare l’ordine. Un "uomo forte" è del resto invocato dalla stragrande maggioranza degli iracheni nelle indagini d’opinione. Ma un raìs che comincia con il coprifuoco e il passaporto interno rischia di non essere popolare. E’ quel che vuole l’opposizione armata.

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Iyad Allawi dispone di forze inadeguate. Può contare su circa sessantamila uomini per combattere la guerriglia. In gran parte militi della Guardia Nazionale, creata come un’istituzione paramilitare dagli americani. Questi ultimi non volevano ricostituire un esercito sul tipo di quello che avevano appena vinto e dissolto, al fine di evitare che si riformasse una casta di ufficiali, simile a quella del passato, e tipica dei regimi autoritari arabi. Per questo sono ricorsi a una Guardia Nazionale, e hanno gettato le basi di un esercito classico con effettivi limitati. Hanno rafforzato soprattutto la polizia, indispensabile per ristabilire l’ordine quotidiano, nelle città e nelle campagne. In tutto la superpotenza occupante paga più di duecentomila uomini. Ma soltanto poco più di un quarto è in grado di far fronte alla resistenza.

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Iyad Allawi ha deciso di sconvolgere il piano americano: sarà l’esercito, con ufficiali non troppo compromessi del vecchio regime, e rafforzato con gli uomini della Guardia nazionale, a combattere la guerriglia. I militari ritorneranno dunque a pesare sulla politica interna, ad essere gli elementi essenziali dello Stato in via di ricostruzione. Come ai vecchi tempi. Questa è un’altra conseguenza dell’energia dimostrata dalla resistenza armata. E della minaccia che essa fa pesare sul governo sovrano che non ha ancora ufficialmente cominciato a governare.

http://www.repubblica.it/2004/f/sezioni/esteri/iraq26/triangolo/triangolo.html