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Ostaggi e riscatto, per i magistrati italiani trasferta in Iraq

Publie le venerdì 18 giugno 2004 par Open-Publishing

I magistrati che indagano sul sequestro delle guardie private italiane in Iraq stanno studiando la possibilità di ascoltare l’imam di Falluja e le altre due persone che, secondo il fondatore di Emergency Gino Strada, sono in vario modo a conoscenza di manovre per il pagamento di un riscatto di nove miliardi di dollari per la liberazione di Maurizio Agliana, Umberto Cupertino e Salvatore Stefio. Nella ricostruzione fatta mercoledì ai magistrati, Strada ha spiegato che l’esistenza di una trattativa a base di denaro contante gli era già stata indicata ad Amman, ai primi di maggio, quando ancora doveva arrivare a Baghdad e a Falluja.

A parlarne era Abduljabbar Al Kubaisi, l’enigmatico ex dirigente del partito Baath, successivamente legato alla Siria e oggi a capo dell’Alleanza patriottica irachena: Strada l’aveva incontrato mentre l’esponente iracheno, in varie interviste alla stampa italiana (da Repubblica all’agenzia legata a Emergency, Peacereporter.net), ipotizzava un rilascio dei tre nelle mani di rappresentanti del movimento pacifista contrario alla guerra in Iraq. E Al Kubeisi ha aiutato Emergency nell’individuazione dei contatti giusti a Baghdad e soprattutto a Falluja, che è la sua città e probabilmente è anche la città d’origine della banda che ha sequestrato gli italiani. Attivando quei canali di comunicazione Gino Strada ha potuto trasmettere la sua richiesta di rilasciare i tre, contando sull’autorità morale di un’organizzazione che in Iraq ha curato oltre 300 mila persone dal `95 in poi.

Ma proprio a Baghdad e a Falluja Strada ha sentito di nuovo parlare dei tentativi che erano in corso per liberare gli ostaggi pagando un riscatto, tentativi questa volta attribuiti a un personaggio con nome e cognome, il faccendiere Salik Mutdak che durante il sequestro era stato in Italia. Le stesse informazioni venivano poi confermate dopo la liberazione dei tre, tra gli altri dall’imam di Falluja, Abdullah Al Jaanabi. Del resto in Iraq anche i giornali scrivono che gli italiani sono stati liberati pagando nove milioni di dollari. Sui contatti tra Strada e Al Kubeisi ieri a Baghdad è intervenuto Saleh el Uajily, che si è presentato a nome di del dirigente iracheno e ha chiesto di parlare con i giornalisti italiani. Per spiegare che Al Kubeisi, contrariamente a quanto è apparso sulla stampa italiana circa un suo ruolo di «mediatore», non ha mai avuto rapporti con i sequestratori degli italiani.

El Uajily ha chiarito che il movimento di Al Kubeisi, laico e alla ricerca di una collocazione nel nuovo governo iracheno, appoggia la resistenza «ma non la violenza e i sequestri che screditano la resistenza all’occupante». E ha fatto un pò di confusione tra Emergency e la Croce rossa italiana, mettendole sullo stesso piano anche se Al Kubaisi, nei giorni del sequestro, diceva a chiare lettere sulla stampa italiana che la Croce rossa non era considerata un interlocutore credibile dai rapitori perché troppo legata al governo italiano.

In Italia intanto si continua a parlare del riscatto e delle varie trattative aperte durante i 56 giorni del sequestro perché le spiegazioni ufficiali, anche dopo le foto, i filmati e le correzioni in corso d’opera, fanno acqua da tutte le parti. Ormai tutti sanno che il blitz è stato un giochetto da ragazzi: uno dei sequestratori lavorava per i «liberatori» e ha indicato il luogo e l’orario alle forze speciali Usa, entrate in azione l’8 giugno senza alcun apparente contrasto. Gli ostaggi e il Sismi parlano di due carcerieri catturati, i generali americani di quattro. Forse, si dice, erano semplici pastori. Di più non si può sapere.