Home > «Parliamo di tutto ciò che i media oscurano»«Siamo per la coesistenza, non (…)
«Parliamo di tutto ciò che i media oscurano»«Siamo per la coesistenza, non crediamo nei confini»
Publie le giovedì 3 giugno 2004 par Open-PublishingIntervista ai Dam. Vivono a Lod, una cittadina a metà strada tra le due capitali:
Tel Aviv
A metà strada tra Tel Aviv e Gerusalemme, sorge Lod, cittadina di 100.000 abitanti in cui vivono ebrei israeliani arabi musulmani e cristiani. A poca distanza da una zona araba, che ricorda i campi profughi della West Bank, si innalzano gli alti palazzi costruiti per accogliere gli israeliani di recente immigrazione, provenienti sopratutto dall’Europa dell’Est. Qui i tre componenti dei Dam, i fratelli Tamer e Suhell Nafer, 25 anni il primo, 20 il secondo e Mahmoud Jrere, 21 anni, sono nati e cresciuti e qui, nel 1998 hanno dato vita ad uno dei fenomeni musicali più interessanti del Medioriente. La loro musica è al crocevia tra mondo arabo e occidente e si inserisce nel fenomeno di quella che viene definita World Music. Si sono esibiti con grande successo anche all’estero, in circuiti alternativi in Gran Bretagna e Francia. Cantano in Arabo, Ebraico ed anche in Inglese, perché ci tengono a che si capisca bene quello che hanno da dire.
Cominciamo dal nome, cosa vuol dire DAM
Tamer: DAM ha molti significati, in ebraico significa sangue, in arabo eternità, ma per noi significa anche D (the) Arabian Microphonecontroller. Noi siamo arabi e vogliamo avere il controllo del microfono. Vogliamo parlare di quello che non passa attraverso i media. Oggi si parla solo di Rafah, ieri di Jenin, ma non si parla mai del ’48, e per noi in quanto arabi-israeliani questa è la questione principale. Una questione non risolta. Qui non sono state seppellite solo le persone. E’ stata seppellita la storia. E l’hanno seppellita i vari Rabin e Dayan. A chi viene ai nostri concerti vogliamo parlare di questo. I ragazzi ebrei israeliani non sanno come stanno le cose. Molti non lo vogliono sapere, ma non tutti. Comunque noi non facciamo politica, però la nostra è una musica di protesta.
Quanto ha contato crescere a Lod, un crocevia di culture ma anche un posto noto per il traffico di stupefacenti ed armi. Il vostro album di debutto s’intitola "Stop selling drugs". La vostra musica segue le orme di quella dei ghetti di altri luoghi?
Beh Lod non è un posto come tanti. E’ un luogo di conflitto. Di conflitto interno. Non solo qui, in tutto lo stato d’Israele è in corso una guerra demografica. Qui ci sono quartieri ebrei, arabi e quartieri misti. Agli arabi non vengono date le licenze per costruire le case, mentre sono stati spesi soldi per i casermoni dei nuovi immigrati. Ma gli arabi fanno più figli. Negli ultimi due anni sono state demolite 60 case perché costruite senza licenza e adesso abbiamo anche i Check Point. Noi vogliamo vivere in pace, ma vogliamo uguali diritti. Quelli a cui hanno demolito la casa pagano le tasse allo stato di Israele e parlano ebraico. Noi siamo per la coesistenza, non crediamo nei confini, non crediamo nei muri e quando cantiamo a Tel Aviv cantiamo in ebraico per dire come stanno le cose e per costruire insieme una prospettiva, perché per noi non ce ne sono altre. Siamo contro le droghe (non l’alcool). A Lod viene gente da tutto il paese per rifornirsi di droga. Ma quelli del posto non la usano. Se vuoi essere un leader non ti puoi drogare. Noi adesso abbiamo una responsabilità. Un sacco di gente ascolta quello che diciamo. Non puoi essere una guida e farti di droga.
Qual’é la differenza tra l’esibirsi a Tel Aviv e cantare in ebraico e esibirsi a Ramallah?
Agli ebrei raccontiamo quello che non sanno e ai palestinesi parliamo dei diritti delle donne, delle differenze, della tolleranza. Cantiamo anche l’amore. Non crediamo nei confini. Crediamo nei diritti di tutti gli esseri umani. Per questo non dimentichiamo i diritti dei profughi. Agli ebrei israeliani vogliamo dire che dovremmo essere maggiormente integrati. Ma sul serio, senza discriminazioni. C’é un nostro pezzo che s’intitola "stranger in my own country" (straniero nel mio paese), in cui sottolineiamo che israele è una democrazia sionista: democrazia verso gli ebrei, sionista verso gli arabi. La definizione di stato ebraico è una forma di razzismo nei nostri confronti. Siamo stranieri da una parte e dall’altra. Noi vogliamo vivere insieme, e le due parole vanno bene in questa successione, vivere, anzitutto e insieme.