Home > Per le sevizie una difesa preventiva
MATTEO BARTOCCI
Il processo contro i militari americani accusati di tortura non cancella alcuni dati di fatto. La brutalità degli interrogatori, purtroppo, non dipende da una dozzina di mele marce: è una conseguenza, rivendicata e sostenuta dal governo Bush, della cosiddetta «guerra al terrorismo». La questione è al centro delle indagini del Congresso. E i documenti «riservati» sul tema finiscono da giorni sulle prime pagine dei giornali. Le foto di prigionieri nudi, incappucciati, torturati sono ormai una valanga. La stampa e il potere giudiziario non appaiono più così «embedded», mentre le elezioni presidenziali si avvicinano a grandi passi. La liceità della tortura è stata argomentata in termini giuridici e definita nei particolari operativi in molti memorandum interni all’amministrazione Usa.
Il 12 ottobre 2003 l’ex capo delle truppe in Iraq, il generale Sanchez, formulò così la condotta da tenere negli interrogatori: «Bisogna manipolare le emozioni e le debolezze dei prigionieri» intervenendo, tra l’altro, su «l’illuminazione, il calore, il cibo, i vestiti, l’igiene personale, le condizioni delle celle». E’ credibile che i comandi militari sul campo abbiano agito in autonomia da Washington? Secondo l’ennesimo rapporto riservato, reso noto dal New York Times l’8 giugno, non è così. Il 6 marzo 2003 il ministro della Difesa Donald Rumsfeld inviò alla Casa bianca un documento firmato da un nutrito pool di avvocati ed esperti legali. Vi si asseriva che qualsiasi membro dell’«esecutivo americano», incluso il presidente e i capi militari, è immune dal bando alla tortura federale e dalle leggi internazionali che la proibiscono.
La fonte di questa presunta immunità è «l’esigenza di rispettare l’autorità costituzionale del presidente di condurre una campagna militare», quindi, si argomenta, «il bando contro la tortura deve ritenersi inapplicabile agli interrogatori condotti in base all’autorità derivante dal comandante in capo». Non ricorda qualcosa di simile al Führerprinzip di hitleriana memoria? E’ il comandante in capo, cioè George W. Bush, che emana gli ordini di guerra. Tanto basta a garantirne la legittimità. Purché, dice quel rapporto, la condotta in questione non vada «tanto oltre da diventare palesemente illegittima».
Il memorandum del 6 marzo 2003 detta la linea difensiva: è accusabile di tortura solo «chi agisce con il proposito esplicito di infliggere forti dolori o sofferenze a chi è sotto il suo controllo». «Infliggere dolore o sofferenze in sé - si legge- è insufficiente per essere definito come tortura. Se causare questo dolore non è un obiettivo, manca l’intento specifico». Ancora. Se chi interroga ritiene «in buona fede» che «le sue azioni non produrranno un danno mentale prolungato» allora «manca il requisito psicologico necessario perché la sua azione sia tortura». Ancora. La si può praticare se si «ritiene che in quel momento è necessaria per evitare un danno maggiore».
Stiamo ai fatti. Già il 22 gennaio 2002 il Dipartimento di giustizia dava una copertura «preventiva» alla tortura: gli ufficiali americani non potevano essere accusati di crimini di guerra per il trattamento delle persone catturate in Afghanistan, alle quali, tra l’altro, negava perfino il conforto della Convenzione di Ginevra.
Ufficiali degli Stati uniti hanno torturato prigionieri in diverse località del mondo in base a ordini precisi. Perché? Nel rapporto del generale Taguba su Abu Ghraib si legge: «Si sfruttavano i detenuti per ottenere informazioni sfruttabili sul campo» (actionable intelligence). La Croce rossa internazionale, insieme ad altre ong come Amnesty e Human Rights Watch, ha denunciato per tempo gli abusi sui prigionieri.
Il problema non è il caporale Lyndie England o i suoi commilitoni. Il problema sono gli ordini del comandante in capo, l’uomo che siederà alla Casa Bianca almeno fino al prossimo novembre.
il manifesto