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Giovani rappers arabo-israeliani conquistano le vette delle classifiche musicali indipendenti a Gerusalemme e Tel Aviv. Cantando l’Intifada
Gerusalemmenostro servizio«Guardami negli occhi. Abbiamo lo stesso sangue. Alla fin fine ci seppelliranno allo stesso modo. Vieni, diventiamo vicini di casa e non nemici. Perché non c’è niente di più importante della vita». Lo dicono sia in arabo che in ebraico Gli Haloutsei Halal (Pionieri dello spazio), il gruppo di Chemi, originario del Kibbutz di Yavne, il cantante che 10 anni fa ha dato vita all’Hip Hop israeliano con gli Sahabak Sameh. Da allora molto è cambiato. Il processo di pace, in cui gli arabi di Israele avevano creduto più dei loro fratelli dei Territori Occupati, è franato sotto la suola delle scarpe di Sharon a passeggio sulla spianata delle Moschee a Gerusalemme, e sembra ormai seppellito da questi anni di Intifada.
La musica però non ci sta a farsi seppellire, né a farsi dividere. Anche in questa parte del mondo attraversa i muri. E quando si parla di muri qui, non si usano eufemismi. Chemi suona spesso insieme a Tamer Nafar, il più grande rapper arabo-israeliano, leader dei DAM. Insieme vogliono buttare giù le barriere che si frappongono tra palestinesi ed israeliani create dall’occupazione nei Territori, ma anche dalle discriminazioni di cui sono vittima gli arabi di Israele. Quelli che sono rimasti dove erano dopo il ’48. Quelli che non sono diventati profughi. Quelli che oggi, come dice Tamer in una delle sue canzoni, sono «stranieri nella propria terra». John Berger, scrittore britannico ed autore di A moment in Ramallah, ci ricorda che le vere storie oggi, non possono che arrivare dalle periferie. E nelle periferie newyorkesi, nei ghetti, sono nati il rap e l’Hip Hop. Musica che dalla strada levava un grido contro l’ingiustizia, la discriminazione dei neri americani e raccontava le storie di chi vive ai margini.
Il Rap e l’Hip Hop in Medioriente non potevano dunque che attecchire nel luogo di conflitto per antonomasia, Palestina-Israele. A debita distanza dalle facce sorridenti che passano su Mtv e sulle copertine patinate della mainstream music, grazie ad una fitta rete di autoproduzione ed autodistribuzione, si è fatto dunque strada, in particolare tra gli arabo-israeliani, ma non solo, un fenomeno musicale che si pone l’obiettivo di aumentare la consapevolezza sulla condizione dei palestinesi, costruire un ponte tra arabi ed israeliani ed accrescere la consapevolezza delle nuove generazioni sulla storia dei due popoli, sulla storie e le storie che non vengono raccontate. Senza la comprensione della storia dell’altro, non è possibile comprenderne le ragioni. Allora occorre raccontare, raccontare e cantare.
Questi ragazzi che hanno studiato in scuole israeliane, vogliono raccontare non una, ma due storie. Della Nakba, la catastrofe per gli arabi, dicono, non c’è traccia nei libri di testo. E dicono che è da lì che occorre cominciare. I nuovi protagonisti della scena musicale indipendente, che si esibiscono nei locali di Haifa, Nazareth e Tel Aviv, sono convinti che «gli ebrei israeliani, ascoltando queste canzoni possano comprendere un diverso punto di vista, capire la sofferenza degli arabi capire che non li odiamo né vogliamo incolparli. Vogliamo solo uno spazio per vivere, vogliamo coesistere in pace e non essere discriminati».
Il fenomeno è molto complesso. Questa è la posizione di rappers e musicisti che vivono in Israele, che sono arabi con passaporto israeliano e parlano anche l’ebraico. Il punto di vista di una rapper come Rami, di Jenin, è un pò diverso. Più che di convivenza, gli interessa parlare di indipendenza. Il rap è anche un modo per parlare di emancipazione femminile, le Arapiot, unico gruppo rap femminile arabo, rivendicano il diritto ad affrancarsi dall’oppressione della famiglia: «a casa non ci danno la libertà di determinare il nostro destino, di studiare, di uscire con gli amici e di decidere con chi sposarci».
Esiste anche un gruppo di ebree israeliane, Shiri and Shorty. Le loro canzoni raccontano storie di vita di ragazze israeliane e le differenze di genere. I gruppi più popolari in assoluto tra i giovani sia tra gli ebrei israeliani (una minoranza), che arabi, quelli che in tanti vanno ad ascoltare nei locali di Ben Gurion Street-Abu Nawaf ad Haifa, o al Centro culturale di Nazareth, Tel Aviv o Gerusalemme, o, con tutte le difficoltà del caso, a Ramallah (far passare la strumentazione al Ceck Point non è una cosa agevole), sono i Dam, originari di Lod, una cittadina a 20 km da Tel Aviv e gli Mwr, di Ako (Nord di Israele).
I loro dischi si comprano nei negozi di musica indipendente, o ai loro concerti. Le classifiche in cui compaiono sono quelle delle pirata come Future Radio di Nazareth, Radio Hope di Yarka o Beach Radio di Haifa, tutte radio arabo-israeliane. L’unica radio araba che trasmette questa musica con licenza è Radio Shams, di Nazareth. Queste canzoni sono trasmesse anche da radio non arabe e nazionali, come Radio Tel Aviv e addirittura, dalla radio militare israeliana nel corso del programma "Ethic Shahur". I protagonisti di questo fenomeno musicale si dicono influenzati dalla grande musica araba di Umm Kulthoum e sostengono che nel mondo arabo oggi imperversa musica volgare, e lo si può vedere dagli innumerevoli programmi musicali (soprattutto libanesi ed egiziani) che passano le televisioni. Forse il rap che si sente da queste parti, non è di grande qualità. Ma ha molto da dire.