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Sergio Romano parla della guerra e del terrorismo

Publie le venerdì 11 giugno 2004 par Open-Publishing

di Antonio Moscato

Abbiamo segnalato più volte gli scritti di Sergio Romano, un lucido conservatore di cui spesso rifiutiamo le prescrizioni, ma di cui abbiamo sempre apprezzato il crudo realismo nella diagnosi.

L’ultimo suo libro, “Autonomia del terrore”, concepito come una lunga intervista curata da Guido Olimpio, è apparso nella nuova collana di libri del “Corriere della sera” che è stata aperta da un interessante volumetto di Gian Antonio Stella (“Odissee. Italiani sulle rotte del sogno e del dolore”) ed ha come merito principale quello di rifiutare quell’amalgama tra terrorismi (e anche movimenti di legittima resistenza) di diversissima origine che viene dato per scontato non solo dal governo, ma da quasi tutti i mass media, Corriere compreso.

Romano considera un grave errore quello, di creare, dopo l’11 settembre, “con i molti terrorismi esistenti, un solo grande nemico”. La responsabilità è di Bush, che “per dare maggiore enfasi alla propria reazione e maggiore statura alla propria leadership, si è appropriato delle teorie che circolavano da tempo in una parte della cultura americana sugli «scontri di civiltà», l’«Occidente in pericolo», l’«odio dell’America» e altre siffatte categorie pseudofilosofiche”. (p. 14)

Se esiste un problema islamico, in rapporto a un “impero americano che suscita spesso ostilità giustificate o ingiustificate”, non esiste tuttavia “una «cupola» islamica alla testa di una organizzazione tentacolare”. E i guai si sono accresciuti quando “alcuni Stati hanno approfittato della strategia del presidente americano per chiedere e ottenere che i loro terrorismi venissero cooptati nella categoria del «grande nemico»”. Sergio Romano indica Aznar, Sharon e Putin, ma non sono i soli. L’assurdità è che “chi tratta nemici diversi come manifestazioni di uno stesso fenomeno si priva della possibilità di affrontarli con armi diverse e li sollecita a creare un fronte comune” (p. 15)

Il libro è dedicato più che alla guerra al terrorismo, di cui si sottolinea che non è un fenomeno nuovo nella stessa Europa. Sergio Romano osserva che se alla fine dell’Ottocento e fino alla prima guerra mondiale (a cui con l’attentato di Sarajevo offrì un detonatore e un pretesto) il terrorismo colpiva regnanti e capi di stato, e solo marginalmente la popolazione civile, che oggi è di fatto la vittima principale, ciò si deve ai mutamenti intercorsi, dovuti a due guerre accompagnate da deportazioni massicce di popolazioni, ma anche di veri e propri stermini di minoranze etniche (a partire dagli armeni). Dalla prima guerra mondiale in poi “le popolazioni civili sono state sempre più coinvolte nelle operazioni militari e usate spesso come un obiettivo bellico o, nella migliore delle ipotesi, come un ostaggio. È accaduto a Birmingham, Rotterdam, Londra, Milano, Amburgo, Dresda, Berlino”. (p. 21)

Sintomatico che Romano, conservatore intelligente, ma sempre esponente della classe dominante, dimentichi di mettere nell’elenco i grandi massacri compiuti in tutto il mondo coloniale. Tuttavia è importante che ricordi e metta in conto le “grandi pulizie etniche alla fine della seconda guerra mondiale e negli anni successivi”, compiuti in prevalenza dall’URSS e dai suoi alleati, ma col consenso o almeno l’indifferenza generale.

Tuttavia Sergio Romano ricorda poi il milione di ebrei russi arrivati in Israele durante gli anni Novanta, e i 225.000 israeliani insediati in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. per porsi una domanda significativa: “È davvero sorprendente che questi civili appaiano agli occhi dei palestinesi come le pedine di un disegno politico-militare? Se le popolazioni civili furono un obiettivo militare durante la seconda guerra mondiale, è davvero sorprendente che esse siano oggi nel mirino delle organizzazioni terroristiche?”.

Sergio Romano denuncia duramente Sharon, a cui mette in conto la nascita e il rafforzamento di Hamas e degli Hezbollah, ma è anche un po’ troppo severo nel seguire l’intervistatore, il sionista moderato Guido Olimpio, nella denuncia degli “errori tattici e strategici” dei palestinesi durante la seconda Intifada, che pure furono fatti senza avere molte possibilità di scelta. D’altra parte anche Olimpio non è del tutto allineato con l’attuale gruppo dirigente di Israele, e ha risposto a una simpatica provocazione di Sergio Romano (che si rammaricava per il sequestro della nave “Karina” carica di armi destinate ai palestinesi, dato che riteneva “preferibile che gli israeliani si trovassero di fronte combattenti «convenzionali», armati di vere armi, piuttosto che terroristi”) ricordando che “un giornale israeliano ha commentato con una punta di ironia” quel sequestro, osservando che “il peso totale del materiale equivaleva a quello di un carro armato israeliano”. (p. 46)

Sergio Romano si esprime con grande franchezza sull’assurdità delle motivazioni della guerra in corso: “Si è parlato, spesso strumentalmente, di guerra irachena e lotta al terrorismo come se fossero aspetti di una stessa realtà. Ma in verità stiamo parlando di problemi distinti, occasionalmente finiti nello stesso calderone per colpa degli americani e dell’opportunismo di alcuni leader politici”.(p. 50). Chissà a chi allude...

Ma dice di peggio: non solo ancora oggi “le ragioni della protesta anti-americana in Iraq restano, nella sostanza, irachene”, ma casomai proprio con il suo intervento scriteriato “l’America ha offerto al terrorismo islamico un nuovo campo di battaglia”, anche perché “non ha capito che lo Stato laico di Saddam (come quello di Gheddafi in Libia) era un efficace baluardo contro l’ondata integralista”.
Dopo di che Romano sostiene di non credere che “gli americani possano abbandonare l’Iraq”. E lo stesso vale per gli europei coinvolti. Gli argomenti usati sono vari, ma potrebbero essere banalizzati dicendo: “devono salvare la faccia”. Infatti ricorda che a Nixon “furono necessari quattro anni, dopo il suo ingresso alla Casa Bianca, per preparare e giustificare la partenza dal Vietnam. Quando fu eletto, nel 1968, la partita vietnamita era già giocata e perduta. Tutto quello che avvenne da quel momento faceva parte del negoziato”.

Una grande potenza, osserva Romano, “non può andarsene sbattendo la porta, da un giorno all’altro. Deve preparare la propria pubblica opinione e trincerarsi dietro qualche plausibile giustificazione”. Così, spiega, “i bombardamenti erano sondaggi, segnali, pugni sul tavolo delle trattative”. Peccato che tra il 1968, quando gli Stati Uniti capirono di avere perso e quando se ne andarono, quei “pugni sul tavolo” fecero più vittime di quante ce ne fossero state nei quattordici anni precedenti!
L’autore non è solo uno storico e un politologo, ma un diplomatico. La grande esperienza, a quanto pare, gli ha dato una capacità di analisi largamente superiore a quella di altri commentatori dello stesso Corriere, ma anche una corazza di notevole cinismo: quanti iracheni (e statunitensi, inglesi, italiani, ecc.) dovranno morire negli anni necessari per preparare un’uscita dall’Iraq che salvi la faccia a Bush, Blair, Berlusconi?

Prima di passare in rassegna gli altri pregi del libro, vediamo subito gli altri aspetti discutibili. Prima di tutto ci dispiace molto che un uomo così colto e intelligente non resista al malvezzo di chiamare “americani” gli statunitensi, e di attribuire loro le scelte del loro governo. Non ci va bene nei confronti degli statunitensi (l’America è ben più grande e complessa), ma non ci sembra corretto riferirsi a un intero popolo attribuendogli gli errori o i crimini del suo gruppo dirigente (non ci va bene neppure per i russi, i palestinesi, gli italiani, i tedeschi anche al tempo di Hitler...).

Ugualmente non ci piace che Sergio Romano tiri fuori spesso il concetto di “antiamericanismo” per screditare il movimento pacifista, o la sinistra. Va detto che su questo, grande è la confusione sotto il cielo: non solo i Veltroni o i Rutelli evocano a ogni piè sospinto , per rifiutarlo, questo concetto, ma anche nel PRC la questione è stata affrontata male. Si passa dalla sacrosanta contestazione di atteggiamenti beceri presenti in alcuni settori dello stesso PRC, residuati più o meno coscienti e diretti dello stalinismo (che aveva impostato la grande guerra patriottica prevalentemente in termini sciovinisti antitedeschi), a un discorso molto ambiguo, che dimentica che bisogna fare i conti con una campagna indecente della destra e di parte notevole del centrosinistra che respinge ogni critica agli Stati Uniti presentandoli non come potenza imperialista che ritiene da quasi due secoli di poter intervenire a suo piacere in qualsiasi parte del mondo, ma come paladini della libertà.

Paradossalmente tanto Fausto Bertinotti che Rina Gagliardi nel numero domenicale di “Liberazione” del 30 maggio, per spiegare che “L’antiamericanismo è estraneo alla cultura della sinistra” tirano in ballo il jazz, i romanzi proposti da Vittorini e da Pavese alla Einaudi, il cinema, gli intellettuali sfuggiti al nazismo, il ’68 di Berkeley. La Gagliardi oltre a Woody Allen, Allen Ginsberg, chiama a testimone perfino Naomi Klein, che è invece canadese. Che c’entra? Il titolo scelto dalla Gagliardi è “Ma l’«altra America» è americana”.

Ci portano fuori strada, dimenticando che dovremmo invece rispondere a carogne che non vogliono critiche alla politica degli Stati Uniti, con la stessa logica con cui gli amici di Sharon bollano come antisemiti quelli che criticano la politica dello Stato di Israele. Bertinotti affronta di striscio il tema politico, ma con una pericolosa scivolata: Per affermare che nella sinistra non vi sarebbe nessuna “pulsione antiamericanista” ricorda che “l’intervento americano nella Seconda guerra mondiale venne visto con generale favore”. Certo, gli USA erano gli alleati dell’URSS, faro del socialismo...Anche ad Atene le truppe inglesi che si preparavano a schiacciare la resistenza che aveva liberato da sola il paese furono per questo accolte con bandierine greche e britanniche, perché “garantite” dai consiglieri militari sovietici. Che la sinistra non capisse che nella seconda guerra mondiale c’erano tante guerre diverse, quelle di liberazione dall’oppressione fascista, ma anche i conflitti interimperialisti e i tentativi - per qualche tempo riusciti - di soffocare nel sangue le aspirazioni dei popoli dell’Asia e dell’Africa all’indipendenza, prova solo che era stata diseducata dallo stalinismo!

Bertinotti afferma addirittura che “la resistenza europea stabilì con gli americani qualcosa di più di un semplice patto militare. Ci fu un incontro di modi di sentire, se non di essere, era comune un sentimento di libertà”. Letteratura, e non di buona qualità. Il “risveglio” sarebbe avvenuto con la guerra di Corea, poi con la vicenda di Cuba e la lunga aggressione al Vietnam. Vero, ma solo nel senso che la guerra fredda permise di riscoprire e criticare l’imperialismo “americano” (a proposito, perché anche Bertinotti usa questo termine, che è il riflesso della arrogante pretesa degli Stati Uniti di essere solo loro gli “americani”?).

Ma l’aggressività degli Stati Uniti non era cominciata allora! Cos’era stata la guerra del 1898 per strappare Cuba, Portorico, Guam e le Filippine alla Spagna? E la spedizione del commodoro Perry nella baia di Tokio nel 1853, era finalizzata agli scambi di culture? Per convincere la commissione esteri del Congresso a guardare con minore preoccupazione un’eventuale nuova azione a Cuba, nel 1962 Dean Rusk presentò un elenco di qualche centinaio di sbarchi statunitensi in altri paesi, da quelli del 1798 nella Repubblica Dominicana e nel 1801 a Tripoli (in Libia!) fino alla seconda guerra mondiale. Intanto venivano sterminati gli abitanti originari del paese, definiti “indiani” e privati di ogni diritto, più volte truffati stracciando i trattati solennemente firmati in precedenza. Alla metà del XIX secolo strappavano larga parte del suo territorio al Messico, e cominciavano a intervenire in Cina a fianco delle altre potenze imperialiste. Presto con una particolare complicità con il Giappone, che si mantenne fino alla immediata vigilia della Seconda guerra mondiale.

A questo proposito va sfatata l’altra leggenda dei reazionari filoimperialisti, ripresa però a volte anche dalla sinistra moderata: gli Stati Uniti non sono entrati in guerra contro l’Italia e la Germania, per “portarci la libertà” ma solo contro il Giappone che a partire dalla crisi del 1929 aveva accentuato le tendenze espansioniste e minacciava gli interessi degli Stati Uniti nei possedimenti diretti (Filippine) o indiretti (Indie Olandesi, Cina, ecc.). Un libro di uno storico canadese, Jacques R. Powell (“Il mito della guerra buona. Gli Stati Uniti e la seconda guerra mondiale”, Datanews, Roma, 2003) che abbiamo già segnalato, documenta le molte simpatie del gruppo dirigente statunitense per i fascismi italiano e tedesco. Non sarebbero mai entrati in guerra, se non avessero visto in pericolo i loro interessi in Asia e nel Pacifico. E in quella guerra, inequivocabilmente interimperialista, si impegnarono a fondo, molto prima di pensare all’Europa.

Nell’ostilità nei confronti degli Stati Uniti non c’è dunque nulla di razzista, anche perché il paese è composto da popolazioni delle più diverse provenienze, britannici, tedeschi, irlandesi, italiani, ebrei, ispanici, discendenti degli schiavi neri, che sono stati assimilati al nucleo originario di protagonisti di una “rivoluzione” che non era tale, ma solo una secessione (oggi diremmo “leghista”) di coloni che non volevano più pagare tasse esorbitanti a un potere assenteista, e che poi si sono scannati tra loro per parecchi anni prima di trovare un modus vivendi che reggesse fino alla guerra di secessione. Ai disonesti che mitizzano la “lotta per la libertà” raccomandiamo di leggere non solo i bei libri appassionati di Howard Zinn, ma anche quello più asciutto e al tempo stesso durissimo di Franci Jennings, “La creazione dell’America”, Einaudi, Torino, 2003.

Nulla di “antiamericano”, ma una sacrosanta avversione per un paese imperialista, che ha surclassato e superato i maestri, in particolare l’imperialismo britannico, di cui ha raccolto l’eredità. Non un’avversione nei confronti di un popolo e neppure di un solo paese, ma nei confronti dell’imperialismo: anzi i marxisti non dimenticano mai che non ce n’è uno solo, anche se certamente combattono con particolare attenzione quello che è più potente.
Comunque se questa è la confusione del dibattito nel PRC, possiamo essere indulgenti con Sergio Romano, che non si dice marxista e non è di sinistra... Anche perché tra le malefatte degli Stati Uniti ne cita una che la sinistra ricorda raramente, il colpo di Stato contro il laico e moderatamente riformista Mohammed Mossadegh (la sinistra non lo ricorda perché il partito comunista iraniano, il Tudeh, rimase indifferente o ostile, preparando la sua scomparsa a favore degli allora marginalissimi ayatollah). E la CIA in Iran non aveva certo il pretesto di “arginare il comunismo”.

Sergio Romano ricorda senza peli sulla lingua la protezione accordata da Rumsfeld a Saddam Hussein mentre gasava curdi e iraniani, e tante altre infamie e ipocrisie. Ma si indigna particolarmente quando legge che i lacché degli Stati Uniti in Italia scrivono che “gli americani ritenevano di poter fare nel mondo arabo ciò che avevano fatto, dopo la Seconda guerra mondiale, in Italia e in Germania. È un’affermazione insolente e stupida. È insolente perché afferma implicitamente che la nostra democrazia è un dono dell’America, il frutto di una educazione americana; come se nella società italiana e tedesca non vi fossero da secoli le condizioni per un sistema democratico”. E per provare che è stupida invita a leggere il discorso di Bush al National Endowment for Democracy dell’autunno 2003, in cui spiega che la libertà sarebbe un dono divino, “una sorta di rivelazione o sacro testo” (p. 68).

Ci sono qua e là varie affermazioni di Romano non condivisibili, come la ricostruzione delle ragioni dell’intervento sovietico in Afghanistan, che sembra ipotizzare non una reazione difensiva (sbagliata, controproducente e dettata dal panico, ma difensiva) di fronte al rischio di perdere uno Stato cuscinetto amico da decenni, ma piuttosto una volontà di conquista e di espansione verso il Golfo Persico che l’URSS del 1979 non poteva neppure sognare. (p. 33)
Ma quello che fa di Sergio Romano un autore che è sempre utile leggere, è la franchezza con cui descrive la politica mondiale, e all’interno di essa l’inconsistenza dell’ONU, che è “soltanto una scatola vuota o, se si preferisce, un club in cui cinque soci hanno il diritto di opporsi a qualsiasi decisione, e gli altri possono sempre, in un modo o nell’altro, sottrarsi agli impegni comuni.” Ne abbiamo parlato in altra sede più a lungo, ma crediamo che vada sottolineato questo realismo, tanto più a confronto di una sinistra che, in quasi tutte le sue componenti, esalta l’ONU irrazionalmente attribuendole poteri taumaturgici che non ha mai avuto.

Un’ultima questione: come si spiega che il “Corriere della sera” apra oggi una nuova collana con due libri che entrano in conflitto così apertamente con la politica del governo in carica? Diciamo due, perché anche quello di Stella, pur essendo meno innovativo rispetto al suo ultimo precedente libro “L’orda”, non è solo commovente ed evocatore di nobili sentimenti antirazzisti e antixenofobi, ma fornisce tanti esempi del cinismo delle compagnie armatrici che imbarcavano in condizioni terribili i nostri sventurati migranti, su navi a volte letteralmente residuate dall’epoca della tratta, portandoli a morire in non fatali naufragi, o sbarcandoli su lande deserte, dopo averli derubati. Stella denuncia a più riprese anche l’insensibilità o l’aperta complicità (per corruzione) della Regia Marina militare, che avrebbe dovuto controllare le condizioni dei piroscafi.

Tutti e due sono libri anticonformisti, fuori dal coro. Perché dunque li pubblica il Corriere? È il segnale di una vera svolta editoriale, in direzione opposta a quella che da molti era stata presentata come una capitolazione a Berlusconi al momento della nomina a direttore di Stefano Folli? È presto per dirlo, come minimo è meglio aspettare a vedere se i prossimi volumi saranno affidati ad altri editorialisti, di tutt’altro livello e dignità, come Galli della Loggia o Panebianco. In tal caso si tratterebbe solo di una manifestazione di quell’eclettismo che si riscontra sulle stesse pagine del quotidiano, che anche nei periodi in cui era più schierato a favore della guerra ha sempre lasciato un po’ di spazio a voci critiche e a informazioni di giornalisti “non arruolati”