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Strada conferma ai pm: un riscatto per gli ostaggi

Publie le venerdì 18 giugno 2004 par Open-Publishing

Maria Zegarelli, l’Unità

«Furono i miei interlocutori iracheni a parlarmi della possibilità che fosse stato pagato un riscatto di nove milioni e mezzo di euro per la liberazione dei tre ostaggi italiani». Gino Strada, il medico di Emergency, mercoledì pomeriggio in Procura ha confermato quanto aveva detto l’11 giugno, subito dopo il rilascio di Maurizio Agliana, Salvatore Stefio e Umberto Cupertino.

Il chirurgo è stato ascoltato come persona informata dei fatti per oltre tre ore dal pool antiterrorismo della Procura, nell’ufficio di Franco Ionta, al quarto piano di un desolato Palazzo di giustizia di Roma. Alle otto di sera, dopo una pausa di cinque minuti, un caffè e diverse sigarette fumate il bilancio è positivo. «Un colloquio disteso, molto cordiale», una raffica di informazioni finite nero su bianco nei verbali. Nomi, cognomi, indirizzi, collegamenti, ruoli. Una rete ricostruita nei minimi dettagli, molte chiavi di lettura per leggere i video e i messaggi che dai diversi covi dove erano segregati gli italiani, i rapitori facevano arrivare all’esterno.

Trattative. Gino Strada, infatti, non ha parlato soltanto delle notizie avute sul presunto pagamento del riscatto - ai pm Ionta, Pietro Saviotti e Erminio Amelio ha fornito le generalità di tre personaggi iracheni che avrebbero avuto un ruolo importante nella vicenda - ma anche dei canali aperti dall’associazione umanitaria per il rilascio degli ostaggi.

Ai pm romani ha raccontato che il video girato il 31 maggio durante il quale Stefio aveva letto un proclama in italiano e mostrato un biglietto con una frase scritta in italiano - poi tagliato dalla tv araba Al Jazira - era un segnale chiaro dell’apertura reale della trattativa. Elementi ritenuti importanti dagli inquirenti che per ora hanno potuto sentire soltanto gli ex ostaggi e Gino Strada. Le uniche informazioni dall’Iraq , infatti, sono arrivate soltanto per bocca di questo elegante medico italiano poco abituato ai palazzi di giustizia, molto di più alla prima linea. Per tutti gli altri - i quattro rapitori arrestati dagli americani, l’ostaggio polacco rilasciato con gli italiani - sono già partite le rogatorie ma i tempi si prevedono piuttosto lunghi.

Quando lascia Palazzo di Giustizia, il medico avverte: «Sul colloquio con i magistrati non dirò nulla, mi hanno fatto promettere di non parlarne e non ne parlerò».

Parla invece di una cosa che proprio non gli è andata giù: «Abbiamo dato mandato ai nostri legali di procedere contro il signor Maurizio Scelli, e non contro la Croce Rossa di cui abbiamo grande rispetto, perché è stata effettuata una campagna tendente a diffamare a reti unificate, tranne il Tg3, Emergency. Non si può tollerare che un esponente della Croce Rossa si possa permettere affermazioni di un certo genere e trovare così ampia eco su tutti i telegiornali». Dunque, Scelli risponderà al magistrato di quella frase detta contro l’associazione di Gino Strada «se ne sono andati (dall’Iraq, ndr) al primo scoppio di mortaretto». La Cri si stringe intorno al suo commissario straordinario Scelli e la polemica monta. Le due associazioni umanitarie presenti in Iraq, quelle che hanno avute un ruolo nella trattativa per il rilascio degli ostaggi, sono l’una contro l’altra.

Servizi segreti. A riferire del loro ruolo nei giorni delicatissimi precedenti la liberazione è stato mercoledì lo stesso presidente del Copaco (comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti), Enzo Bianco, al termine dell’audizione del direttore del Sismi, Nicolò Pollari. «Per la liberazione di Stefio, Cupertino e Agliana il Sismi non ha pagato alcun riscatto», ha spiegato Bianco. Nicolò Pollari «ha escluso categoricamente che il Sismi o altra autorità istituzionale italiana abbia pagato un riscatto». E ancora: la responsabilità della liberazione «è tutta americana sia sotto il profilo militare sia sotto il profilo della realizzazione. L’Italia non ha svolto nella vicenda tecnica della liberazione degli ostaggi nessun ruolo dominante o preponderante. L’Italia si limitava a dire: per noi va bene».

Secondo quanto dichiarato da Pollari al Copaco, poi, il ruolo del prigioniero polacco, l’imprenditore Kos (uno 007 polacco secondo Dagospia) non sarebbe stato determinante per la liberazione. Bianco dice che la storia del microchip sottocutaneo di Kos grazie al quale sarebbe stato individuato il covo, non sembra verosimile, anche se «non si può escludere». Si chiede, «se ci fosse stato il microchip che bisogno ci sarebbe stato di avere ulteriori elementi di prova? Le informazioni che abbiamo sulla materia però sono limitate».

Video a go go. L’altra notizia emersa nel corso dell’audizione è che ci sono «una quantità di video straordinari ancora in circolazione. Alcune cose che non abbiamo avuto le avremo nei prossimi giorni quando ci saranno trasmessi». Esclusa anche la presenza di «una mente italiana» nella banda di iracheni, e individuato con certezza il luogo della liberazione. Ma è top secret per motivi di sicurezza. Massimo Brutti, senatore Ds e membro del Copaco dice: «Bisognerà ascoltare al più presto il ministro della Difesa Martino e il sottosegretario Gianni Letta», per sapere la verità sugli ostaggi.

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