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Tom Benetollo : manifestare, diritto e doveri

Publie le domenica 20 giugno 2004 par Open-Publishing

di Tom Benetollo

Bush è in arrivo. È una grande occasione per discutere di Iraq, certo. Ma anche per parlare dell’America di oggi, della sua politica di potenza - e delle possibili alternative. Per questo siamo tanto impegnati a gettare ponti con quella parte degli Usa che si batte per la pace, il diritto internazionale, la democrazia. Si preparano centinaia di iniziative, dibattiti, manifestazioni.

Ormai sta dilagando una aspra critica al bushismo tra gli stessi americani.
Non è vero che Michael Moore sia un personaggio anomalo, e che vinca premi per questo. No. C’è un vento di cambiamento negli Stati Uniti, che investe fasce larghe dell’opinione pubblica. È un vento che arriva dagli incomprimibili polmoni dei movimenti per la pace Usa. Essi sono una minoranza, è vero, ma rappresentano il lievito del possibile pane buono dell’America. Con l’orecchio rivolto all’Iraq, queste parole possono suonare astratte e politiciste. Ma se è vero che le forze di pace nel mondo hanno un ruolo nel cercare di imprimere una svolta, allora va detto che quel campo di pace non sarà tale, e non sarà mai vincente, senza uno stretto rapporto con i pacifisti americani.

Perciò è importante sentire, in questi giorni, gli incoraggiamenti che vengono da oltreoceano. Bush è in Italia a onorare i caduti di Anzio? Ma quei soldati, fratelli di quelli della Normandia e di Stalingrado e dei partigiani, davvero non hanno nessun filo di connessione al bushismo. Perché erano espressione di una alleanza antifascista del tutto coerente - al di là delle differenze di sistema - che aveva come obiettivo, abbattendo il nazifascismo, la costruzione di un mondo nuovo. Un mondo libero dalla guerra, fondato su Leggi internazionali che trovassero casa in un organismo internazionale - sarà l’Onu. Un mondo in cui svolgessero un ruolo primario i diritti umani (saranno sanciti nella Dichiarazione universale del 1948). Un mondo in cui l’equità e il progresso fossero esigibili da tutti.

Cosa rappresenta Bush, di tutto questo? Nulla. Ciò che vediamo è la guerra preventiva, la violazione dei diritti umani, l’egoismo sociale globalizzato dalla ricerca del massimo profitto eretto a totem.
Perciò il movimento per la pace, in piena coerenza con l’iniziativa svolta in questi anni, ha scelto di levare la sua protesta. Una protesta civile e pacifica: il popolo dell’Articolo 11 che non si rassegna.

Quella del 4 giugno, a Roma, è una giornata impegnativa. Si è creato un clima molto pesante. Lo dico con nettezza: le forze politiche, sociali, di movimento che partecipano all’iniziativa del 4 giugno possono dire che quel clima lo stanno subendo. E fanno bene a rispondere in nome dei diritti democratici.
Bisogna rimettere le cose con i piedi per terra. Intanto ribadendo che manifestare è un diritto costituzionale. E aggiungendo che il diritto alla sicurezza ce l’ha anche chi manifesta. Allora la domanda è: quali informazioni possiede il Ministro Pisanu per dare un così forte allarme, come ha fatto nei giorni scorsi? Il Ministro ha la responsabilità massima nel garantire la sicurezza alla collettività. Aggiungerei che, in un rapporto trasparente, il Ministro dovrebbe informare in termini precisi gli stessi organizzatori della manifestazione, e dire quali misure intende prendere per tutelare la manifestazione.

Giustamente, un gruppo di parlamentari è impegnato in un lavoro di raccordo con le autorità preposte. Il prefetto Achille Serra è stato protagonista, nella garanzia democratica dell’ordine pubblico, di un altro evento - quello che ha dato vita alla straordinaria esperienza del Forum Sociale Europeo - su cui si era esercitata una pressione enorme. Quella via va percorsa ancora.
A chi reclama dal movimento sempre nuove dichiarazioni di volontà di manifestare pacificamente, la risposta, scritta e formale, è già stata data da “Fermiamo La Guerra”. La nostra sarà una risposta di civiltà, pacifica e opposta alla barbarie della guerra. È una chiara espressione di cultura della responsabilità. E a proposito di responsabilità, sia chiaro che ciascuno si assume la propria: per le parole e le azioni di cui appunto è responsabile.

La vasta Vandea dell’informazione è pronta a mettere a disposizione i suoi anfratti per il rettilario. Il movimento sta imparando a tenere gli occhi aperti. Ogni ingenuità l’ha pagata cara. Né parole né atti che possano favorire l’Escalation della tensione fanno bene al movimento, alla sua tenuta plurale, alla sua prospettiva di allargamento del consenso e della partecipazione. Senza consenso e partecipazione non c’è politica. E se la pace non è un progetto politico, semplicemente sarà impossibile ottenerla.

Quanto a chi sarà assente in piazza il 4 giugno: in alcuni casi si tratta di una scelta limpida, politica e culturale. La rispetto sinceramente. Ma si vedono anche forze che considerano il movimento come un pullman dove si sale solo per andare a far festa, a guadagnare consensi, a dire parole solenni. Verso questi pacifisti, Giacomo Matteotti ebbe parole aspre: ne conosceva anche lui più d’uno, che in mezzo a grandi masse era contrario all’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale, e che cambiava opinione nei palazzi e a contatto con il re. Ricordiamo anche questo, di Matteotti, perché l’ impegno antifascista che lo ha portato al sacrificio era pieno di autentica moralità politica di pace.

Teniamo duro, passiamo con integrità e coerenza la sfida del 4 giugno. Guardiamo anche alle elezioni del 13 giugno, per fare delle nostre città delle città di pace, e per spingere l’Unione Europea ad esserlo altrettanto sulla scala più ampia. Abbiamo davvero molta strada da fare.
presidente nazionale Arci

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