Home > Tortura, il reato che in Italia non esiste
di Wanda Marra
«Ci sono alcune domande alle quali non risponderò», la voce decisa, gli occhi chiarissimi fermi, in un’affermazione Taha rende il senso della sua prigionia nel carcere di Abu Ghraib nel 1987 più di tante parole. È impossibile chiedere a quest’uomo di raccontare quel che subì all’età di appena diciassette anni e mezzo. Il suo sguardo e il suo silenzio rendono le immagini della violenza forse ancora più visibili e presenti delle foto delle vittime delle torture americane in quello stesso carcere, che poco più di un mese fa hanno fatto il giro del mondo. Taha, curdo, era stato portato ad Abu Ghraib sotto il regime di Saddam Hussein per motivi politici: «Ovviamente non avevo fatto niente. Ma mio fratello faceva parte del Puk». Quello stesso fratello che sotto tortura è morto. Taha era a Campo de’ Fiori, a Roma, sabato. Partecipava alla manifestazione-spettacolo indetta dalla sezione italiana di Amnesty International, in occasione della Giornata Internazionale per le vittime della tortura. Sopra il palco, sul quale si sono alternati musicisti (tra gli altri Mimmo Locasciulli e Mariella Nava), attori, rappresentanti delle associazioni. Uno striscione nero, con scritta gialla: «Diciamo no alla Tortura».
Insieme ad Amnesty, Medici contro la Tortura, Antigone, Comitato Carlo Giuliani, Comitato Verità e Giustizia per Genova. E le adesioni di tantissimi personaggi del mondo dell’informazione, della cultura, dello spettacolo e dello sport (da Furio Colombo a Dario Fo, da Sandro Curzi a don Luigi Ciotti). Per chiedere che il Parlamento italiano approvi, dopo oltre quindici anni di indugi, una legge che introduca il reato di tortura e lo punisca con pene adeguate. E al Governo la presentazione di un disegno di legge per la Ratifica del Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite, che istituisce un sistema di ispezioni nei centri di detenzione. Le torture subite dai prigionieri iracheni ad Abu Ghraib hanno ricordato al mondo che questa è una pratica diffusa. In 132 paesi (su 155 analizzati) secondo il rapporto di Amnesty 2003. Tra cui anche il nostro. «In Italia ci sono condanne per maltrattamenti e lesioni. Pratiche assimilabili alla tortura. Ma questo reato nel nostro codice penale non esiste», afferma Marco Bertotto, Presidente di Amnesty Italia. Anzi: l’emendamento della Lega approvato dalla Camera il 22 aprile scorso stabilisce che una tortura per essere tale debba essere reiterata. «La porta si apre, sulla soglia appaiono sei uomini.
Ti picchiano, ti trascinano nelle loro stanze e ti picchiano ancora. Faccia al muro, manette... e giù con i martelli di legno»: è Alessandro Haber a leggere la testimonianza di un ex detenuto di Chernokozovo, carcere di isolamento in Cecenia. Mentre una testimonianza dello scrittore Luis Sepulveda, prigioniero durante la dittatura cilena, ha la voce di Massimo Wertmuller: «Nessuno è capace di precisare quale sia la cosa peggiore del carcere, di essere prigioniero di una dittatura, e nemmeno io posso indicare se il peggio che ho dovuto sopportare sia stata la tortura, i lunghi mesi di isolamento in una fossa che mi appestava, il non sapere se fosse giorno oppure notte... ».
Ma ci sono anche le testimonianze del carcere di Bolzaneto. Come quella di una ragazza, nella voce di Anna Marchesini: «Accompagnata dalla cella al bagno, costretta a camminare lungo il corridoio con la testa abbassata e le mani sulla testa, colpita da altri agenti con calci, derisa e minacciata... costretta a fare il saluto romano e a dire "Viva il duce"».
http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=35668