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Torture, l’ora dei generali

Publie le mercoledì 23 giugno 2004 par Open-Publishing

Il manifesto

Nel processo per le torture di Abu Ghraib il presidente della corte marziale, James Pohl, ha trovato un suo equilibrio tra il tentativo di ricercare la verità e quello di non pestare troppo i piedi: se da un lato ha accettato che due pezzi grossi dell’esercito vengano convocati a testimoniare, dall’altro ha fermamente respinto la richiesta della difesa di chiamare sul banco del tribunale il presidente Bush jr. e il segretario alla difesa Donald Rumsfeld. Saranno così ascoltati il generale Ricardo Sanchez, fino a poco tempo fa comandante delle operazioni in Iraq e il generale John Abizaid, responsabile del comando centrale. La decisione è stata presa durante la fase preliminare - quella dell’ascolto degli imputati - del processo contro i soldati Charles Graner, Ivan Frederick e Javal Davis ripresi in molte delle foto che hanno fatto il giro del mondo ed è stata resa nota in contemporanea con un’altra presa di posizione del giudice: il divieto di demolire il carcere delle torture, come invece aveva chiesto la stessa amministrazione Bush.

Abu Ghraib sarà invece, secondo il giudice, «il set indispensabile» per molte delle future udienze di un processo la cui data però non è stata ancora fissata. Durante la sua appassionata arringa, l’avvocato Paul Bergin non aveva risparmiato nessuno, puntando il dito contro Rumsfeld e altri alti ufficiali «colpevoli» di giocare a rielaborare le definizioni di abusi e torture in modo da «influenzare i giudici»; e contro lo stesso Bush jr. che, nel suo discorso sulla guerra al terrore «ha detto che la convenzione di Ginevra non era più valida». «Il mio cliente - ha poi ripetuto diverse volte Berger - non è mai stato istruito neanche per cinque minuti sul significato della convenzione di Ginevra né addestrato per lavorare in una prigione». Mentre «ogni giorno gli veniva ricordato che doveva «ammorbidire» i prigionieri».

Non ha accettato invece le richieste della difesa il colonnello Denise Arn, giudice responsabile di uno degli altri processi contro i soldati statunitensi, quello alla soldatessa Lynndie England che si presenterà oggi a Rort Bragg, la base militare della North Carolina dove è confinata da quando è scoppiato il caso. Anche i legali della donna, incinta di sei mesi, avevano sparato a zero, chiedendo ben 150 deposizioni: «avevamo fatto tutti i nomi dell’amministrazione, ma l’esercito ci ha risposto che non erano rilevanti», ha spiegato ieri l’avvocato Rose Mary Zapor, mentre la sua assistita davanti a una tv di Denver non si è stancata di sottolineare di aver solo eseguito degli ordini. «Mi ordinarono di umiliare i detenuti - ha ripetuto ieri - . Ci consideravamo giustificati, perché gli ordini erano ordini». Un unico rimpianto: «Essermi arruolata nell’esercito».

Chissà se hanno rimpianti invece i soldati inglesi colpevoli, secondo un’inchiesta pubblicata ieri sul quotidiano britannico The Guardian ( http://www.uruknet.info/?p=3715 ), di aver mutilato decine di prigionieri. Secondo i giornalisti la polizia militare avrebbe aperto in sordina un’indagine partita dalla segnalazione di alcuni certificati di morte stilati nell’ospedale di Majar al Kabir. Tra il 14 e il 15 maggio scorsi sarebbero arrivate all’ospedale diverse decine di cadaveri di iracheni con arti mutilati e segni evidenti di altre atrocità. Come quello del ventunenne Haider al Lami, «trafitto da diversi proiettili i cui genitali sono stati mutilati». «Queste dichiarazioni sono un insulto all’esercito britannico e un tentativo di sporcare l’immagine di uomini che mettono in pericolo ogni giorno la loro vita per salvare l’Ira e gli iracheni», ha ribattutto il portavoce dell’esercito.

Che cita una contro dichiarazione di un altro medico dello stesso ospedale che metterebbe in dubbio i certificati firmati dal dottor Majid: «Ciò che abbiamo visto era che quei colpi erano traforati da proiettili, in più non si può certo affermare con sicurezza che le pupille degli occhi fossero strappate da un corpo in vita. In ogni caso, si tratta di cose che possono accadere in guerra».