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USA: PROBLEMA STORICO DIETRO SCELTE ELETTORALI

Publie le sabato 5 giugno 2004 par Open-Publishing

Via via che le scadenze decisive del processo elettorale statunitense si avvicinano, anche in Italia cominciano a delinearsi prese di posizione. Luciana Castellina è stata la prima a farlo sul Manifesto e le va dato atto di essere stata chiara: l’essenziale è che Bush non venga rieletto e quindi il voto deve andare al quasi sicuro candidato dei Democratici, John Kerry. Come tutti sanno o dovrebbero sapere, Kerry non ha affatto condannato la guerra e l’occupazione dell’Irak e non risulta che il suo programma sia ispirato a un rigetto della globalizzazione neo-liberista.

Non si tratta di questioni marginali, al contrario dovrebbero rappresentare uno spartiacque. Ma Luciana non sembra preoccuparsene eccessivamente: l’essenziale è che Bush non rimanga alla Casa Bianca. La sua è una logica non nuova. Anzi è vecchia come il movimento operaio, è la logica del meno peggio. Non per una astratta petizione di principio, ma partendo da una esperienza secolare si dovrebbe prendere atto che porta inevitabilmente in un vicolo cieco.

Luciana non è certo una apologeta dei partiti socialdemocratici né dei partiti comunisti staliniani o post-staliniani, ma nel suo articolo sembra dimenticare che proprio la logica del meno peggio ha segnato il declino e la sconfitta irrimediabile degli uni e degli altri.

Ma, al di là una scelta di voto, ci sono problemi di portata più generale che non possono essere elusi. Il primo è quello di un quadro istituzionale ridotto alla contrapposizione tra due partiti, entrambi espressione di settori delle classi dominanti o di scelte di queste classi in un determinato periodo. Ci sono stati anche in epoca recente tentavi di spezzare questo quadro, ma da parte di demagoghi di destra, più o meno populisti, come Ross Perot nel 1996.

Bisogna risalire al 1946 per reperire un candidato come Henry Wallace, presentatosi come progressista e sostenuto da settori di influenza comunista (il Partito comunista come tale ha di norma appoggiato i candidati democratici, come l’hanno fatto la quasi totalità dei sindacati).Nonostante una vigorosa campagna, Wallace non otteneva che un numero irrisorio di suffragi.

Esattamente cinquant’anni più tardi grandi speranze, soprattutto tra la popolazione nera, erano alimentate dalle straordinarie campagne di un deluso della politica di Clinton, il religioso nero Jesse Jackson, che non esitava a partecipare personalmente a picchetti di sciopero. Le virulente reazioni dell’establishment inducevano Jackson battere in ritirata rinunciando a una sua candidatura. Ci sono state, d’altra parte, le candidature di Ralph Nader, impegnato in campagne per la difesa dell’ambiente e contro i potentati economici.

Neppure i suoi risultati sono stati tali da mettere in discussione il soffocante bipartitisimo e nel 2000 la stessa sinistra ha rinfacciato a Nader di aver favorito la vittoria di stretta misura di Bush figlio sottraendo voti al candidato democratico.
Ma il letto di Procuste del bipartitismo ha funzionato per un fattore di fondo presente nell’arco di un secolo e mezzo di storia degli Stati Uniti. In questo paese ci sono stati in varie epoche conflitti sociali estremamente acuti e imponenti mobilitazioni della classe operaia. Basti ricordare le lotte degli anni ’30 che hanno determinato il sorgere di una nuova, poderosa centrale sindacale, gli scioperi anche nel corso della Seconda guerra mondiale e quelli degli anni immediatamente successivi.

Negli ultimi decenni del secolo XIX era sorta una combattiva organizzazione politico-sindacale, i Knights of Labour, la cui importanza era sottolineata da Engel in lettere entusiastiche. Ma la parabola dei Knights era relativamente breve, gli effetti delle lotte degli anni ’30 erano relativizzati, se non completamente annullati, nel clima della Seconda guerra mondiale e quelli delle lotte successive erano spazzati via dall’ondata reazionaria del maccarthismo. Dalla fine degli anni ’60 si succedevano grandiose mobilitazioni che, unitamente alle coraggiose battaglie dei Vietcong, costringevano Washinton a ritirarsi dal Vietnam.

Ma neppure da queste mobilitazioni erano preludio all‘emergere di una alternativa consistente e duratura.
In ultima analisi, è persistito e persiste un grande vuoto: l’incapacità del movimento operaio di acquisire la propria autonomia politica. Già dagli anni ’30 era stato enunciato il progetto di un Labour Party basato sui sindacati. Si può discutere sulla validità intrinseca di un simile progetto. Comunque sia, mai si è cominciato a metterlo in pratica e neppure oggi esistono concrete indicazioni in questo senso.
Se questo è vero, il bilancio dei fallimenti e delle sconfitte dello scorso secolo non può prescindere da questo fattore, che, in ultima analisi, potrebbe essere storicamente decisivo.

I meno giovani che sono ancora sulla breccia ricorderanno che questo problema era stato sollevato già negli anni ’60 dando origine a teorie “terzomondiste” secondo cui sarebbero state rivoluzioni in paesi coloniali o neocoloniali a determinare il rovesciamento del capitalismo su scala mondiale. Queste teorie eludevano un decisivo fattore strutturale. Il capitalismo si è certo avvalso sin dall’inizio dello sfruttamento dei paesi soggiogati in altri continenti, ma la base dell’imperialismo è il capitalismo dei monopoli, sono i trusts, è il capitale finanziario dei paesi metropolitani con l’enorme forza militare che ne deriva.

Nell’ epoca della estrema internazionalizzazione del capitale questo è più vero che mai: lo confermano la persistente egemonia economica e la strapotenza militare degli Stati Uniti. Questa egemonia e questa strapotenza non potranno essere bloccate, in ultima analisi, che dall’interno. Proprio per questo l’emergere di una alternativa, di cui una classe lavoratrice, strutturalmente niente affatto declinante, dovrebbe essere la componente decisiva, è e sarà cruciale per le sorti del mondo.

Contrariamente a quanto troppi credono o insinuano, dal marxismo non deriva affatto una visione meccanicistica per cui l’affermarsi della classe lavoratrice è iscritto ineluttabilmente nel processo storico. Marx stesso ha avanzato l’ipotesi di uno sbocco della storia mondiale in cui le vecchie classi dominanti si disgreghino e non siano più in grado di dominare, ma nessun’ altra forza sociale e politica sia in grado di sostituirle. Questa ipotesi ha suggerito il dilemma: socialismo o barbarie. Mai come in questo periodo ci si può rendere conto della fondatezza di questo dilemma.

Per tornare agli Stati Uniti, una adesione alla logica e alla pratica del meno peggio è drammaticamente sterile. Il problema è come contribuire all’affermazione dell’autonomia politica della classe lavoratrice, pur nella consapevolezza che è una compito di immensa difficoltà e il cui esito positivo, ripetiamolo, non è affatto scontato in partenza. Chi vuole consolarsi votando per John Kerry o un suo equivalente, faccia pure. Ma non farà che contribuire a cristallizzare ancor di più una situazione senza via d’uscita.