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ROSSANA ROSSANDA
E’innegabile che George W. Bush ha segnato un punto con la risoluzione unanime del Consiglio di sicurezza sull’Iraq: non è un avallo alla guerra preventiva ma le Nazioni Unite se ne assumono, ad alcune condizioni, le conseguenze. E’ innegabile che la transizione dell’Iraq da Saddam a non si sa bene che cosa si mette in atto sotto un’occupazione e con un governo interinale, che ha la facoltà di chiederne la fine ma il cui premier Allawi è uomo di fiducia degli Usa. Ma è altrettanto innegabile che per ottenerne il passaggio Bush ha dovuto modificare la proposta di risoluzione per cinque volte, mettendo una data alla fine dell’occupazione, aumentando i poteri del governo interinale, lasciando (almeno sulla carta) agli iracheni il controllo del petrolio.
E non gli è riuscito di coinvolgere la Nato, come ha tentato di fare a Sea Island per dividere con altri le perdite che subisce da una guerriglia non chiusa. Il fatto è che Bush non può procedere senza l’Onu, come aveva arrogantemente affermato, e l’Onu non può procedere senza gli Usa, non avendo né la forza di sanzionarli (cosa che un’assemblea generale avrebbe potuto richiedere) né di sostituire la coalizione angloamericana in Iraq con una forza di interposizione composta da paesi contrari all’aggressione. Questo è lo stato delle cose aggravato da una condizione esistente già prima del conflitto, è cioè l’essere l’Iraq un paese devastato, nel quale un’opposizione non si era potuta formare sotto Saddam e dove dopo Saddam prendono voce etnie e confessioni aspramente concorrenti.
Questo è lo stato delle cose. Penosa appare dunque l’angoscia di una sinistra moderata che ha a lungo esitato a prendere posizione e oggi si interroga se non sarebbe stato meglio sdraiarsi sulla linea Bush-Berlusconi fin dal principio o a un certo punto, fidando nella loro parola che garantiva una risoluzione dell’Onu: ma senza la protesta dei pacifisti - che sta presentando il conto ai paesi belligeranti europei, come già sta provando sulla sua pelle Tony Blair - e senza il ritiro delle truppe spagnole che hanno privato gli Usa di uno dei due più importanti alleanti dell’Europa continentale, non avremmo avuto nessuna risoluzione. Quanto alla tesi neocons, fatta propria da certe anime inquiete della sinistra, secondo la quale la democrazia è esportabile dovunque se non con le buon con le cattive, è soltanto prova di una costernante cecità storica.
Sarebbe utile rompere col circo mediatico, vicenda degli infelici ostaggi inclusa, e consacrarsi a meno palinodie e più ragionamenti. Essi ci dicono che la guerra in Iraq non ha solo approfondito il fossato fra occidente e medioriente, cosa che da sola rende impraticabile il piano delirante di Bush sull’intera regione, ma ha anche diviso l’occidente in sé medesimo. Questo è il primo esito della ferita inflitta al diritto internazionale: vietare la guerra come soluzione dei conflitti internazionali non era un pio desiderio delle anime belle, ma la condizione per una convivenza non mortifera una volta raggiunte le capacità distruttive del ventesimo e ventunesimo secolo. La sinistra belligerante ne pagherà il prezzo, come vedremo nei prossimi giorni e i governi belligeranti non ne usciranno indenni: ha ragione di temerlo l’esagitato Berlusconi e, malgrado i suoi fuochi d’artificio diplomatici, George W. Bush.
La divisione fra l’amministrazione americana e Europa, Russia, Cina non si cancellerà. Forse gli Usa clintoniani avrebbero potuto, dopo il 1989 e l’implosione dell’Urss, unificare il pianeta attraverso un uso duttile del mercato, la cui violenza è tutta sotto traccia e fuori dalla visibilità immediata. Ma è sicuro che la miopia dei neocons incontra resistenze veementi, che per essere arcaiche non lo danneggeranno e non ci danneggeranno di meno. Il riemergere delle torture, la caduta dei diritti della persona, l’esplosione del terrorismo ci indicano su quale strada ci siamo messi. Dovremmo rivisitare la vecchia parola d’ordine «socialismo o barbarie», rimettendo in moto il cervello.